È il 1963: Jerry Lewis realizza quello che viene unanimemente definito il suo capolavoro in qualità di autore – Le folli notti del dottor Jerryll –, ma nei cinema sono visibili anche due film in cui è semplice attore (come se questa definizione possa sminuirne il talento): Dove vai sono guai – uno dei pilastri – e il minore Sherlocko investigatore sciocco, entrambi diretti da Frank Tashlin.
Tashlin è senz’altro il regista che ha saputo valorizzare la poetica di Lewis, secondo solo allo stesso Jerry, e ne ha seguito il percorso a partire dal celebre quanto breve sodalizio con Dean Martin, regalando le migliori perle del loro cinema. Questo Sherlocko, il cui titolo originale è It’s Only Money (È solo denaro), ci mostra ancora una volta Lewis senza Martin, addossando al primo tutta la responsabilità di un copione sì frivolo ma che lo vede quasi sempre presente in scena, ossia più impegnativo di quanto non si creda. La trama gialla non desta sorprese, e già per l’epoca era una semplice scusa per esibire l’inesauribile gamma d’isteria cui solo Lewis è mai stato capace: Lester March è un tecnico di televisori che legge molti noir e quando incontra un investigatore insiste perché questo lo assuma. Naturalmente Lester è un impedito e pasticcione, che non si accorge neppure di essere un erede miliardario a cui dei malviventi cercano di fare la pelle per l’intera durata del film. Sarà una bionda e prosperosa infermiera a donargli amore, sicurezza materna (elemento tanto sopito quanto onnipresente in ogni suo film) e a metterlo in salvo.

I fanatici cinefili potrebbero ravvisare delle parentele con il classico muto La palla numero 13, dove Buster Keaton, assiduo lettore di trame gialle, si improvvisava investigatore disastroso. In realtà l’associazione termina qui; il film di Tashlin/Lewis insiste sull’inadeguatezza del protagonista senza pennellate surreali tipiche di Keaton: il personaggio di Jerry Lewis è l’emarginato, non tanto perché ebreo – costante piuttosto estranea al suo cinema, come per i Marx – quanto perché uomo del Novecento, timido alle prese con il prepotente boom post ’29 che deve ostentare l’ottenimento di un american dream di cui, invece, non è affatto capace.
C’è chi lo chiama il regista perfetto (Nouvelle Vague), chi il più grande comico del dopoguerra (Woody Allen), Lewis è capace anche in opere minori, come in questo caso, di gridare a gran voce il proprio handicap esistenziale (in rapporto con la società in cui vive). Sherlocko vanta decine di scene in cui Jerry esterna il proprio squilibrio, come quando per essere socievole con una ragazza si accorge di aver ecceduto con una smorfia o una risata, e gli scappa un’evidente espressione di vergogna, un desiderio di autoflagellazione: il caso più eclatante, e il più esilarante, si presenta quando nitrisce una risata troppo sonora, ed ecco il suo volto che, in pochi secondi, penetra nel disgusto per la propria mancanza di controllo e la sua bocca si contorce come a dire: “Dio che vergogna”. Ed è un tic frequente, esasperato, ingigantito. Anche molte sue gag spaziano nell’assurdo, non per citazionismo nostalgico, quanto per attinenza figurativa al suo stato d’animo; non sarà un caso vederlo russare rumorosamente sotto il letto, con il tacco di una scarpa femminile incastrato fra gli incisivi o calato giù dal cornicione, trattenuto per le caviglie, intento a recuperare una tv caduta sul marciapiede. La trama noir non solo è elementare, ma viene addirittura accantonata; la sua unica funzione è quella di segmentare il film in vari sketch in cui introdurre di volta in volta un’ambientazione da distruggere: un cosmo in cui inserire Jerry Lewis e nel quale scaturisce il suo disagio, e di conseguenza, la catastrofe finale.
L’edizione italiana limita un po’ la sua schizofrenia, malgrado venga doppiato da Carlo Romano, uno dei più grandi nomi del nostro doppiaggio (voce anche di Fernandel in Don Camillo e centinaia di altri attori). Alle volte però Romano sa farsi da parte e nel film affiora, in tutta la sua ridicola demenzialità, quella di Lewis: ne sia d’esempio il panico nella sequenza finale, in cui Jerry è inseguito da decine di tagliaerba senza fili – in un’atmosfera tipica dei filmetti horror di Roger Corman – in cui strilla come un effeminato, scoppiando in acuti talmente eccessivi da far pensare alla follia più agghiacciante.
Un altro appunto: forse John Cleese pensava a Jerry Lewis quando, insieme con l’altro python Graham Chapman, scriveva la scenetta delle Silly Walks, le camminate buffe. Nella sua fuga disperata Lewis dà libero sfogo ad alcune fra le più esilaranti corse snodate, fomentando non solo il riso, ma il desiderio di applaudire istericamente davanti al televisore.
Insomma, da vedere senza boria.
Regia: Frank Tashlin
Soggetto e sceneggiatura: John Fenton Murray
Direttore della fotografia: W. Wallace Kelley
Montaggio: Arthur P. Schmidt
Scenografia: Hal Pereira, Tambi Larsen
Costumi: Edith Head
Interpreti principali: Jerry Lewis, Joan O’Brian, Zachary Scott, Mae Questel, Jesse White
Musica originale: Walter Scharf
Produzione: Paul Jones
Titolo originale: “It’s Only Money”
Origine: Usa, 1962.
Durata: 84 minuti.
Luca Martello
Commenti
Noto con dispiacere che questo film non si trova in dvd. Be', in ogni caso lo trasmettono spesso su La7.
!
adorabile...anche tu che ne scrivi :)
è da un bel po' che non lo rivedo...
oddio, cos'è questo capolavoro?!?!? Devo recuperarlo assolutamente! Dal titolo sembra irresistibile!
"C?è chi lo chiama il regista perfetto (Nouvelle Vague), chi il più grande comico del dopoguerra (Woody Allen), Lewis è capace anche in opere minori, come in questo caso, di gridare a gran voce il proprio handicap esistenziale (in rapporto con la società in cui vive). Sherlocko vanta decine di scene in cui Jerry esterna il proprio squilibrio, come quando per essere socievole con una ragazza si accorge di aver ecceduto con una smorfia o una risata, e gli scappa un?evidente espressione di vergogna, un desiderio di autoflagellazione: il caso più eclatante, e il più esilarante, si presenta quando nitrisce una risata troppo sonora, ed ecco il suo volto che, in pochi secondi, penetra nel disgusto per la propria mancanza di controllo e la sua bocca si contorce come a dire: ?Dio che vergogna?."
Lo voglio!
E non è che un film minore :)
“Non si tratta della tentazione (in noi sempre presente e spesso ingiustamente censurata) di seguire insani criteri di giudizio: Jerry Lewis è, oggettivamente, il Chaplin della società di consumo, il Keaton della nevrosi, il Laurel dell’era della plastica. Insomma, il maggior comico d’oggi, e uno dei quattro o cinque grandi registi americani del momento. Che qualcuno (i più) se ne accorga tardi, che pensi a lui come al Jerry buffone degli inizi, che ignori la sua attività registica, che lo creda una sorta di Franco Franchi perfezionato, che continui a prediligere – da intellettuale borghese e imbecille – un Tati (il cui ultimo Play-time è insopportabile nella forma pseudo-bressoniana, e qualunquista nella sostanza): peggio per lui, non sa quel che perde.”
Tullio Kezich.
viva kezich, viva trieste;)