Tarkovskij Andrej

Andrej Rublëv

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Tarkovskij Andrej
Andrej Rublëv è un film ricco di domande. Narra la vita del celebre pittore russo medievale, autore di icone sacre. È un affresco storico eppure è un film sull’arte. È un film letterario, come spesso in Tarkovskij, lento e coinvolgente che come un fiume investe e accompagna, trascina con sé unendo ramoscelli e sassi, guizzi di genio ed eventi spiacevoli. Le immagini ci attraversano lievi come fiocchi di neve, soffici alla vista ma pungenti al tatto.
 
“Non c’è nulla di più pauroso che vedere la neve che cade in una chiesa”.
 
Medioevo.
Tutto inizia con un volo. Una mongolfiera su una chiesa ed un monaco che riesce a volare. L’incanto però si spegne quando, dopo una estatica panoramica sui campi, la mongolfiera si sgonfia e il sognatore precipita.
Tre monaci a piedi: Andrej, Daniil e Kirill. Abbandonato il monastero, si mettono in viaggio per raggiungere Mosca. Piove e decidono di ripararsi in un capannone in cui un buffone (doppiato da Oreste Lionello) si esibisce in uno sberleffo grossolano sui boiardi. Alla vista dei tre monaci non li risparmia e si prende gioco di loro. Misteriosamente però viene portato via da alcune guardie, molto rudemente.
Il cammino continua. Kirill, uno dei tre monaci ha l’opportunità di incontrare il maestro Teofane il Greco. Questi gli chiede di diventare suo aiutante. Quando però il monaco è pronto per seguire il grande pittore, qualcosa non funziona, e viene scelto Andrej Rublëv come apprendista pittore. Malgrado siano pii e devoti, le passioni umane hanno la meglio e l’invidia e la presunzione portano dissapori tra i due compagni.
Una volta giunti nel battistero in cui avrebbero dovuto dipingere, qualcosa agita fortemente Andrej e i lavori tardano a cominciare. Cosa turba il monaco pittore?
Andrej e il maestro Teofane discutono sulla violenza dei fedeli. La tortura e le reazioni entusiastiche della gente a questa sconvolgono fortemente entrambi. I pagani d’altro canto celebrano le loro passioni carnali e non nascondono il disprezzo – pronti ad esternarlo con la violenza – verso i monaci. Tutto sembra condurre l’essere umano verso una estenuante carneficina. L’arte pare essere un limbo. Una cura. Il vecchio pittore sfoga il proprio disprezzo verso la gentaglia con la propria capacità, insuperata, di artista. Si dedica al bello ma sa che non può essere per tutti. Rublëv è giovane e non può credere ad una così meschina realtà della vita. E si oppone. Non è realizzando un Giudizio universale che semina terrore che i fedeli possono trovare redenzione e carità. L’arte non deve terrorizzare. A questo basta la cattiva catechesi.
Quando la loro terra sarà invasa dai Tartari qualcosa cambia nell’animo del pittore. Quando toccherà con mano l’orrore di cui un solo soldato sa essere capace, allora anch’egli sarà invaso dal pessimismo e dalla disperazione. Ancor di più quando, per salvare una giovane indifesa, si vedrà costretto ad uccidere – allora, ogni certezza sarà sgretolata. Solo la fede, persistente, totale e fuori dai dogmi insensati potrà riportarlo verso se stesso. Riacquisterà una via d’uscita.
Per espiare all’uccisione, cadrà in un totale mutismo e si dedicherà al lavoro.
Sarà un ragazzo, giovane e arrogante, bugiardo ma con un talento artistico che nemmeno sa di possedere, a restituirgli la parola. Allora tutto sarà chiaro: erreranno entrambi, dedicando se stessi alla sola cosa per cui Dio li ha messi al mondo: il talento artistico.
 
 
 
Andrej Rublëv è un’opera monumentale. Per quanto duri tre ore è da ammettere che sia uno dei risultati più coinvolgenti di Tarkovskij. Sono ravvisabili già elementi che il regista farà propri successivamente, come la cattedrale, figura materna evidente, e l’acqua, simbolo di vita per eccellenza. Ma non è mai dell’acqua limpida e cristallina; è dotata di erbe fluttuanti, ombre inquietanti, sabbia o addirittura fango argilloso. È terra innanzi tutto, è la patria cui Tarkovskij canta l’oppressione. È indubitabile che i Tartari siano allegorie di ben altri eserciti oppressori, ben più contemporanei. Tanto evidente che il film fu mutilato (la durata originale era di sei ore) e bloccato dalla censura sovietica per sei anni. Ma la lettura politica è soltanto una delle svariate sfaccettature di un film così variegato. La questione religiosa, che un po’ ricorda Bergman, si trasforma in vera e propria sofferenza esistenziale. E terribile è l’efficace istantanea di un medioevo ben lungi da demoni e cavalieri, ma figlio della Storia: invasioni, punizioni corporali figlie di legislature arcaiche, sterminate zone paludose attraversate da balordi, foreste insicure popolate da briganti o boscaioli eccitati. Un universo dove omicidi sono all’ordine del giorno e gli stessi monaci trasformano i monasteri in templi che Gesù condannava. E in tutto questo, nei secoli, rimangono le icone e le opere di ingegno. Le cattedrali, le campane, i dotti e i testi letterari. Donne pagane fanno l’amore o vengono fustigate per quotidiana follia. E la neve rende più invivibile l’inverno. Se c’è un Paradiso nulla può avere a che fare con la vita sulla terra. Dove la stessa parola di Gesù diviene pretesto e giustificazione.
 
 
 
Una delle scene più raffinate è senza dubbio la sacra rappresentazione sulla neve. Un corteo di donne e uomini seguono un altro con una croce sulle spalle. È vestito di stracci e ha i piedi avvolti in panni fradici. Gli vengono piantati dei chiodi e viene appeso alla croce. Non una parola, non un sibilo di pianto. Ma la neve che tutto avvolge e sotterra.
I capitoli che man mano distillano la storia del pittore, otto più un prologo e una conclusione, rallentano ancora di più la narrazione riflessiva. La pioggia che sfoca la vista, il sole che non riesce a sciogliere il ghiaccio, il vento che tutto dissesta. Andrej è l’uomo perfetto: scava nella sua imperfezione e ne ricava qualcosa che non ha per meriti. Non è al centro del mondo, è comunque un timorato di Dio, così come lo è dall’uomo. Lo è dalla vita, mistero che può indagare con l’arte. Quando, in mezzo alla carneficina, proprio al centro della chiesa, Andrej parla con lo spirito del suo maestro morto egli ha perso del tutto ogni speranza. Non può credere a ciò che è successo (il massacro dei tartari dentro la casa di Dio) e soprattutto non riesce ad accettare di essersi macchiato della stessa colpa dei suoi nemici.
 
 
 
 
Teofane lo ascolta e sa che quel suo disprezzo per l’essere umano, animale capace di solo di violenza, è un abbaglio. E, con le parole più semplici del mondo, lo riconduce a Dio.
 
“Eppure ci sono ancora delle cose belle al mondo”
 
 
Regia: Andrej Tarkovskij
Sceneggiatura: Andrej Mikhalkov-Končalovskij, Andrej Tarkovskij
Fotografia: Vadim Jusov
Montaggio: A. Tarkovskij, Ljudmila Fejginova
Interpreti principali: Anatolij Alekseevic Solonicyn, Ivan Lapikov, Nikolai Grin’ko, Roland Bykov, Irma Raus Tarkovskaja.
Musiche: Vjaceslav Ovcinnikov
Origine: Unione Sovietica, 1966
Durata: 180 minuti.
 
 
TARKOVSKIJ su LANKELOT
 
Nostalghia di arpaeolia
 
ISBN/EAN: 
8009833202614

Commenti

Eccolo! Che bello questo film, porca miseria.

Una lettura profonda e accurata, la tua. Purtroppo non ho mai visto il film, nonostante sia opera nota tra i cinefili. Ad ogni modo, sempre ottimo rileggere simili opere con gli occhi del nostro tempo, come tu mi sembra abbia cercato di fare.

A latere: ho avuto poco tempo sto periodo per far ricerche su Miyazaki, ma non poniamo limiti alla provvidenza, troverò qualcosa di interessante, vedrai;)

"E' un affresco storico eppure è un film sull'arte. E' un film letterario, come spesso in Tarkovskij, lento e coinvolgente che come un fiume investe e accompagna, trascina con sé unendo ramoscelli e sassi, guizzi di genio ed eventi spiacevoli. Le immagini ci attraversano lievi come fiocchi di neve, soffici alla vista ma pungenti al tatto".

> Luca Martello, o della poesia del cinema.

"Sono ravvisabili già elementi che il regista farà propri successivamente, come la cattedrale, figura materna evidente, e l'acqua, simbolo di vita per eccellenza. Ma non è mai dell'acqua limpida e cristallina; è dotata di erbe fluttuanti, ombre inquietanti, sabbia o addirittura fango argilloso. E' terra innanzi tutto, è la patria cui Tarkovskij canta l'oppressione. E' indubitabile che i Tartari siano allegorie di ben altri eserciti oppressori, ben più contemporanei. Tanto evidente che il film fu mutilato (la durata originale era di sei ore) e bloccato dalla censura sovietica per sei anni."

> Non sapevo della censura, né del blocco. L'analisi dei topoi e delle immagini cardine è potente come sempre. Grand'Hammer.

"Teofane lo ascolta e sa che quel suo disprezzo per l'essere umano, animale capace di solo di violenza, è un abbaglio. E, con le parole più semplici del mondo, lo riconduce a Dio. Eppure ci sono ancora delle cose belle al mondo"

> Applausi.

a proposito ieri ho visto Click con Adam Sandler... beh ti dico solo che è bello. Bello!

lo sa signor Giuliani che lei è un eroe?

Non sono riuscito mai a finirlo questo. Non so perché, non è noioso. Peccato.

dunque, la rec è molto bella davvero, ispirata. Io questo film l'ho visto a 17 anni a un cineforum e naturalmente non l'ho apprezzato, troppo lento e troppo lungo. Adesso probabilmente mi piacerebbe. In ogni caso le icone di Rubljov sono molto note e devono essere bellissime, sono ricchissime di significati simbolici.

9, secondo me il film ti piacerà. E' un film dal profondo significato religioso, molto sofferto ma soprattutto per nulla "ostico" o "nascosto". Ha un dialogo molto affascinante e non banale, sul tema del perdono. Almeno, a me ha dato questa impressione :)

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