KILL THE BRIDE
Fastoso esercizio di stile o sfavillante sottoprodotto culturale che sia, il Quarto Film di Tarantino (così annunciato nei titoli) è confezionato con una apprezzabile coerenza kitsch e una miracolosa ostentazione splatter.
Ricetta del cocktail: prendete i momenti più torbidi e la ripetitività soporifera degli spaghetti western di Leone, mescolateli con la poetica dei Sette Samurai di Kurosawa, agitate con qualche (ormai) inevitabile autocitazione (Pulp Fiction) e shakerate con la bolsa retorica-yakuza del Kitano di “Brother”. Nel frattempo, immaginate un idrante che vi inonda di sangue, perché questo film è costituito da fontane di sangue, e deliziatevi della visione di arti mutilati di fresco. Infine, crogiolatevi nel ricordo nei combattimenti di “Matrix”, “La Tigre e il Dragone” e “Matrix Reloaded”, non prima d’esservi commossi per i ricordi più grotteschi delle imprese di Bruce Lee. Bene: queste sono le coordinate.
Intriso di un umorismo nerissimo, incartato in una patina alternativo-modaiola, tormentato dal citazionismo e sconquassato da un eclettismo impressionante, il primo film della serie Kill Bill è indubbiamente (e paradossalmente) originale e certamente ben realizzato. Se si escludono un paio di ralenti e qualche esibitissimo e compiaciuto piano sequenza, c’è ragione d’esultanza.
È un cinema che s’è nutrito dei fumetti, dei videoclip e dei videogames, non ha dimenticato le sue origini artigianali e ha ambizioni d’essere arte nuova.
Chi scrive non è tra i tanti che s’identificano nella poetica di Tarantino: ammetto, con grande soddisfazione, la sconfitta dei miei pregiudizi. Vale la pena andare in sala: perché la violenza è anestetizzata dall’ironia, l’ossessività è sublimata dall’esasperazione, la morbosità è esorcizzata dalla folle eterogeneità della pellicola.
La trama (attenzione: contiene eccessivi spoilers).
La vicenda è piuttosto lineare e si ricostruisce senza difficoltà, nonostante il solito espediente tarantiniano di complicare i piani temporali, alternando i flashback al presente, anteponendo gli esiti alle premesse. La narrazione è suddivisa in sequenze numerate.
Black Mamba (Uma Thurman) è un killer della Deadly Viper Assassination Squad, coordinata dal misterioso Bill. Un giorno decide di cambiare vita e di sposarsi: è incinta, vuole tagliare i ponti col suo passato. Ma i suoi antichi compagni non sono dello stesso avviso: e così, Bill (David Carradine), O-Ren Ishii (Lucy Liu), detta Cottonmouth, Elle Driver (Darryl Hannah), alias California Mountain Snake, Budd (Michael Madsen) detto Sidewinder, e Vernita Green (Vivica A. Fox) alias Copperhead irrompono nel bel mezzo della cerimonia e uccidono tutti i presenti. Black Mamba di qui in avanti sarà The Bride, la sposa: miracolosamente sopravvissuta alla sparatoria, rimane in coma per quattro anni, nel corso dei quali cadrà vittima delle morbose attenzioni di un infermiere, quindi si risveglierà (con citazione a Pulp Fiction: vedrete), determinata a vendicarsi. E la sua furia omicida non conoscerà ostacoli.
California Mountain Snake s’intrufola nei corridoi dell’ospedale quando è ancora addormentata, sta per ucciderla, ma Bill la invita ad evitare un atto tanto vigliacco per non macchiare la fama della banda. Male: perché La Sposa ha una Death List da rispettare, e non si fermerà fin quando non avrà depennato l’ultimo nome.
La prima è Cottonmouth, segnata dall’aver assistito da bambina al massacro dei suoi genitori, vendicato quando non aveva che undici anni. Quando Black Mamba parte per stanarla nella ridente Tokyo, (non prima d’aver fatto tappa a Okinawa per ricevere una Katana da Hattori Hanzo (Sonny Chiba), Katanakaji), O-Ren Ishii è diventata un sanguinario boss della Yakuza. Armata, se non vado errato, di Wakizashi.
La seconda è Copperhead, che nel frattempo s’è trasformata in una casalinga modello: nonostante i buoni propositi di entrambe le guerriere, la figlioletta di appena quattro anni assisterà all’omicidio della madre.
Tra micidiali combattimenti con decine di elegantissimi sicari della Yakuza e con le guardie del corpo di O-Ren Ishii, fra le quali spicca la folle teenager e futura seducente teenidol Go Go (Chiaki Kuriyama), tra l’essenziale iniziazione del Katanakaji Hattori Hanzo e la progressiva coscienza dell’atrocità subita da Bill e dalla Assassination Squad, assunta per flashback e memorie dell’accaduto, si svolge la vicenda della pallida e biondissima Bride, fino al colpo di scena conclusivo: Bill chiede a una mutilata superstite della strage di Tokyo se l’ex Black Mamba è stata informata di quel che è avvenuto alla creatura che portava in grembo…
Appunti.
Notevolissima la colonna sonora: RZA (già ascoltati e apprezzati in “Ghost Dog” su tutti. Non fatico a immaginare per la OST di “Kill Bill: Vol. 1” la stessa fortuna che ha arriso a quella di “Pulp Fiction”: temo, tuttavia, una cafonissima fissazione di massa per questo tipo di sonorità nipponiche, atrocemente contaminate con quelle occidentali nella maggior parte delle tracce.
I dialoghi sono particolarmente convincenti, una volta entrati nel linguaggio dell’autore: enfasi, esasperazione e cinismo sono le tre fonti principali.
Non rimane che attendere il volume 2: usciremo dalle sale esausti delle fontane di sangue tarantiniane, ma se il film avrà mantenuto questi ritmi e questi stravaganti stili non resteremo insoddisfatti.
Regia: Quentin Tarantino. Soggetto: Quentin Tarantino. Sceneggiatura: Quentin Tarantino, Uma Thurman. Direttore della fotografia: Robert Richardson. Montaggio: Sally Menke. Interpreti principali: Uma Thurman, David Carradine, Lucy Liu, Michael Madsen, Sonny Chiba, Chiaki Kuriyama, Daryl Hannah, Vivica Fox. Musica originale: RZA, D.A. Young, Lily Chou Chou. Produzione: Lawrence Bender. Origine: Usa/Giappone, 2003. Durata: 111 minuti. Info internet: Quentin Tarantino – A God Among Directors.
Lankelot Franchi, ottobre 2003.
Tarantino in Lankelot
Commenti
"Non rimane che attendere il volume 2: usciremo dalle sale esausti delle fontane di sangue tarantiniane, ma se il film avrà mantenuto questi ritmi e questi stravaganti stili non resteremo insoddisfatti" > scrivevo a fine 2003 su Lankelot.com. Bene, a dispetto della poca simpatia per Tarantino confermo la soddisfazione di allora, in toto.
Avevi ragioni, Franco. Ho trovato Kill Bill 2 migliore del primo, meno kitsch e più parlato, sicuramente più tarantiniano. :)
Ian, intervieni.
Capirai, il Degra ronfa da un botto. Sabato andiamo allo stadio, farò presente l'invocazione.
Per me meglio il primo, più ricco di visività e migliore anche musicalmente. Il secondo si dilunga nella parte finale, convincendo assai meno. Nel complesso restano ambedue inferiori a "Le iene" e "Pulp Fiction". Cosi cosi Jackie Brown (e Four rooms non lo consideriamo, va), invece, inferiore a tutti e tre.
La carneficina che riduce ad un mattatoio il ristorante cinese per me è emblematica del primo episodio: troppo lunga, di dubbio gusto, con eccessi da b-movie. Il secondo è più parlato, rende con più decisione i preamboli del primo. Ma concordo che entrambi sono un gradino inferiori alle Iene e Pulp Fiction.
http://www.youtube.com/watch?v=AHT3dpPve0o KILL BILL THEME.
6 - concordo.