Stone Oliver

Alexander

Autore: 
Stone Oliver

  ALEXANDER DYONISUS MORRISON

Dioniso, figlio di Zeus e di Semele, è il dio del vino, della gioia, del piacere. Viaggiò dalla Grecia all’India, quindi discese nell’Ade (come Orfeo e Gesù Cristo, Odisseo e Dante: blasfema e caotica ma sempre splendida, la reminiscenza letteraria) per l’apoteosi della perduta madre. È una divinità idolatrata come fonte d’ispirazione artistica, non estranea a culti lascivi, estremi e dissoluti. Seduce e soggioga la mente degli artisti ancor oggi, fascinando e accecando. Oliver Stone si diletta – almeno a partire da “The Doors” – a rappresentare e trasfigurare esseri umani che sembrano incarnare o replicare, nella sua immaginazione, questa solare e classica icona sacra.  
Ne derivano pellicole non (sempre) convenzionali, non estranee alla visionarietà e ovviamente concentrate nella celebrazione d’una figura (ormai) leggendaria.
Può sembrare inaccettabile o grottesco accostare Alessandro Magno al frontman dei Doors, il poeta James Douglas Morrison, detto Jim. Tuttavia, non dubito che nella mente dell’autore questo sia avvenuto: un cortocircuito figlio della sua dedizione a un (divino) archetipo. Non è forse un caso se a impersonare il padre di Alessandro, Filippo, sia lo stesso attore (un irriconoscibile Val Kilmer) che impersonò Morrison: dubito, onestamente, che il regista non volesse suggerire, in questo modo, l’esistenza d’una interpretazione dell’opera vincolata essenzialmente alla sua poetica.
Jim Morrison è il padre (patrigno?) di Alessandro Magno.
Sta di fatto che ritengo propedeutica, da fedele spettatore dei film di Stone, la (re)visione di “The Doors” a uno o due giorni di distanza da questo “Alexander”. So che più d’uno si divertirà a notare analogie e similitudini. Registrerete la tendenza alla variazione su un solo modello: figura estrema, talentuosa, incompresa e dissoluta, visionaria e fragile, autodistruttiva e nevrastenica. Eccezionalmente erotica, inquieta e malinconica.       

Detto questo: Stone ha carezzato l’idea di questo “Alexander” per diversi anni (Kilmer asserisce che il regista gliene avesse parlato già durante le riprese di “The Doors”). Ne è derivato un film che, se fosse considerato soltanto come l’ennesimo peplum hollywoodiano, potrebbe essere destinato ad una distratta visione nelle sale cinematografiche, volta essenzialmente ad apprezzare la crudezza e la maestosità delle scene di battaglia (due debiti evidenti: “Braveheart” di Gibson e “Gladiator” di Scott) e la micidiale bellezza di Angelina Jolie. Se invece fosse letto come monito alla politica estera dell’odierna amministrazione degli States, guarda caso ossessionata da un’ambizione di grandezza e di estensione nell’area mediorientale, risulterebbe un bizzarro pamphlet satirico e moraleggiante: che sia d’esempio la moderazione e la tolleranza del condottiero che piangeva il nemico vinto, e non snaturava la cultura degli sconfitti né profittava eccessivamente dei sottomessi; egli, semidio pansessuale, figlio del Sole e destinato alla gloria, viveva solo per l’immortalità: erede di Achille, formidabile guerriero, educato da Aristotele, giovanissimo pianificava la creazione d’un impero come mai ne erano esistiti in precedenza. Quindi: imperialismo, sì: ma con garbo e misura, badando a forgiare la propria mitologia in vita, Uncle Sam.    
Se infine, come si suggerisce sin dalle prime righe di questo articolo, si osserva “Alexander” come nuovo capitolo della poetica dionisiaca del cineasta Oliver Stone, allora – senza difficoltà – si tollerano ridondanze, barocchismi, ampollosità, iper-letterarietà e stravagante assemblaggio del cast (ad esempio: Val Kilmer risulta, a dispetto dei chili guadagnati, decisamente fuori posto); ci si limita ad aspettare la nuova impresa o la nuova folgorante riflessione del tenebroso e splendido Alessandro, assistendo con trasporto al suo disordine sentimentale, esistenziale e psichico, in generale.

Non dubito che – come avvenuto oltreoceano – il pubblico non troverà ragioni di amare questa pellicola: nemmeno Vangelis riesce nel miracolo di indovinare una colonna sonora memorabile, che avrebbe potuto almeno parzialmente riscattare la mediocrità degli interpreti (sottotono perfino Anthony Hopkins, nei panni del narratore, Tolomeo I) e la piattezza della narrazione.   “Alexander” sembra destinato a essere oggetto di studio per gli stone-ologi: come esemplare d’una riconoscibile poetica autoriale: forse come manifesto. Non è poco – ma non è da cinema. 

Accompagnerete Alessandro Magno (Colin Farrell) attraverso l’intero arco della sua esistenza, condividendo il suo complesso e contrastato rapporto con la (stupenda) madre, Olimpia (Angelina Jolie) e con il padre (dipende dalla mitologia) Filippo (Val Kilmer): ascoltando frammenti dell’educazione impartita da un mite Aristotele (Christopher Plummer), riconoscendo la dolcezza e la purezza dell’unico amore del condottiero, il suo storico compagno d’armi Efestione (Jared Leto). Stone ha mescolato le carte, ingigantendo il misterioso ruolo della prima moglie del macedone: l’esito – paradossale – è che la relazione tra i due innamorati sembra più una vicenda glam, alla “Intervista col vampiro”, che una storia d’amore irripetibile. Cavalcherete al fianco del macedone nelle battaglie contro i “barbari” Persiani (Dario III è interpretato, piange il cuore soltanto a scriverlo, dal pessimo e qui assai bin-ladeniano Raz Degan), nel cuore di Babilonia e avanti, fino all’India, a cercar la bella morte (che, come i reduci del Liceo Classico ricorderanno, avverrà altrimenti e altrove).
Preparatevi a un’immersione nel kitsch, se non amate Stone. E a qualche sbadiglio.


Regia: Oliver Stone.
Soggetto e Sceneggiatura: Oliver Stone, Christopher Kyle, Laeta Kalogridis.
Direttore della fotografia: Rodrigo Prieto.
Montaggio: Yann Hervé, Gladys Joujou, Alex Marquez, Thomas Nordberg.
Interpreti principali: Colin Farrell, Angelina JolieJared Leto, Val Kilmer, Anthony Hopkins, Christopher Plummer, Gary Stretch, Rosario Dawson, Raz Degan.
Musica originale:
Vangelis. Scenografia: Jan Roelfs. Costumi: Jenny Beavan. Produzione: Oliver Stone e altri. Origine: Usa / Uk / Olanda / Germania, 2004. Durata: 175 minuti.

Info: sito ufficiale del film / sito ufficiale del regista
Interviste: Val Kilmer (Trovacinema) / Oliver Stone (Trovacinema).
Articoli e approfondimento: Spietati / Castlerock / Alexander The Great on the Web / The Great Homepage of Alexander



Gianfranco Franchi Lankelot. 20 gennaio 2005.

 

ISBN/EAN: 
7321958389362

Commenti

Non è forse un caso se a impersonare il padre di Alessandro, Filippo, sia lo stesso attore (un irriconoscibile Val Kilmer) che impersonò Morrison: dubito, onestamente, che il regista non volesse suggerire, in questo modo, l?esistenza d?una interpretazione dell?opera vincolata essenzialmente alla sua poetica.
Jim Morrison è il padre (patrigno?) di Alessandro Magno.

E' stato anche John Holmes...

Dici che qualcosa vorrà dire. Mi sa.

Ma Colin Farrell quanto è inconsapevole di sè? Ma lui lo sa che ormai è diventato un ometto?

Gli ci vuole qualcuno che gli metta una mano sulla spalla e gli dica "Sono orgoglioso di te". Ah, gli Stati Uniti d'America!

Io credo di no. Dev'essere una birba.

"Cavalcherete al fianco del macedone nelle battaglie contro i ?barbari? Persiani (Dario III è interpretato, piange il cuore soltanto a scriverlo, dal pessimo e qui assai bin-ladeniano Raz Degan), nel cuore di Babilonia e avanti, fino all?India, a cercar la bella morte (che, come i reduci del Liceo Classico ricorderanno, avverrà altrimenti e altrove)".

Farò la tesi su Scott, senz'altro.

Mi sembra una saggia scelta - ma suggerisco moderazione:). Pensa - che so - a "Gladiator".

Ormai i vecchi della Nuova Hollywood sono tutti da odiare.

Ergo: rivoluzione culturare in campagna a zappare.

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