Per il romantico scrittore Richard Harland, Ellen aveva lasciato Russell Quinton: un brillante avvocato, certo, e per di più destinato a imminenti successi in politica, che però la trascurava a vantaggio della carriera. Nell’ingenuità un po’ impacciata di Richard, Ellen aveva intravisto la garanzia di un sentimento più vero, le condizioni per uno scambio sincero di calore e d’affetto. Essendole appena mancato il padre, era ciò di cui lei aveva bisogno. In cambio, a Richard avrebbe offerto le sue attenzioni e le sue cure. Come un giorno, a tavola, gli aveva promesso con disarmante candore, Ellen era pronta a sacrificare tutta se stessa: «Non ci sarà nessuna governante. Voglio badare solo io a te. Ti preparerò da mangiare e laverò i tuoi vestiti per tutta la vita».
La risposta che le è data in quell’occasione: «Niente male come schiava», può disarmare per candore anch’essa. Richard è uno scrittore di romanzi d’amore piuttosto spiccioli. Qui dà prova di aver compreso appieno un principio economico generale, invero molto semplice: l’impegno a tempo pieno in un’attività immateriale come la sua, presuppone e si regge soltanto sul trasferimento a terzi degli impegni materiali che il proprio sostentamento richiede. Tuttavia, nel caso di Ellen e Richard, la situazione si poneva in termini lievemente diversi, implicando il discrimine di senso che separa la parola “schiava” dalla parola “moglie”. Ellen, infatti, giunse a una conclusione corretta nella forma, quanto radicale nel contenuto: il solo modo per evitare il declassamento del suo ruolo di moglie a una schiavitù di fatto, era di pretendere che alle sue cure esclusive si rispondesse con un interessamento esclusivo. Se lei aveva acconsentito a vivere in sua funzione, per lo meno Richard avrebbe dovuto ricompensarla col medesimo ardore possessivo: facendo tabula rasa di simpatie e affetti, aborrendo l’idea di famiglie allargate a cognate e suocere, in una parola rinchiudendosi del tutto in lei.
Fin qui, la follia non c’entra ancora; e anche se in seguito avrà modo di entrarci, detto per inciso, nulla giustificherebbe la sciatteria dello spaventoso titolo italiano. Sicuramente, ci sono gelosia morbosa e soffocanti brame accentratrici. Ammesso che ne colga le clausole per intero, comunque, Richard non potrebbe mostrarsi più riluttante verso la proposta di Ellen. Porta a vivere con loro il fratello handicappato, Danny, cui è fin troppo legato; stringe buoni e assidui rapporti con la sorella e la madre di lei, che spesso invita nella loro casa di villeggiatura. Tanto più cocentemente desidera una solitaria intimità col marito, insomma, tanto meno Ellen vede realizzate le sue istanze. Richard è espansivo, e l’allegra natura del suo carattere non può rinunciare alla frequentazione delle sue amicizie, su cui anzi essa si fonda. Privarlo di quelle, significa pervertirne la personalità; esigere un monopolio su di lui, significa perderlo. Qualcosa in più di espansivo, inoltre, è l’atteggiamento di Richard per la sorella di Ellen, Ruth, il che avvelena di sospetti un clima già di per sé minaccioso. Sempre più frustrata; e, per crudele ma inevitabile reazione, sempre più evitata, Ellen sprofonda in una paranoia distruttrice, che la porta ad eliminare prima il fratello di Richard, lasciandolo impassibilmente affogare durante una gita in barca; poi il figlio di cui era incinta, buttandosi giù per le scale di casa; infine lei stessa, avvelenandosi per dare la colpa a Ruth.
Lo sbocco della vicenda in un artefatto lieto fine, non cancella l’aria di tragedia che permea il melodramma di Stahl. Al punto che i toni cupi della discesa agli inferi di Ellen, se vogliamo, stridono notevolmente con la sfavillante fotografia in Technicolor, che pure si è guadagnata un Oscar. L’eroina, interpretata da una sensuale e torbida Gene Tirney, di solito è messa dalla critica a far gruppo con le altre dark ladies del dopoguerra hollywoodiano. Persino le sue azioni più abbiette, tuttavia, nascondono una tristezza e una forza autolesionista che fanno di Ellen una creatura speciale, buia e senza speranza, passibile più di pietà che di riprovazione, e in questo assolutamente originale.
Regia: John M. Stahl.
Tratto da un romanzo di: Ben Ames Williams.
Sceneggiatura: Jo Swerling.
Direttore della fotografia: Leon Shamroy.
Montaggio: James B. Clark.
Interpreti principali: Gene Tierney, Cornel Wilde, Jeanne Crain, Vincent Price, Mary Philips, Darryl Hickman.
Musica originale: Alfred Newman.
Produzione: 20th Century Fox.
Origine: Usa, 1945.
Durata: 111 minuti.
Commenti
"Al punto che i toni cupi della discesa agli inferi di Ellen, se vogliamo, stridono notevolmente con la sfavillante fotografia in Technicolor, che pure si è guadagnata un Oscar."
> Incredibile, sessant'anni fa la tecnologia sfavillava col technicolor, nel cinema. Tra sessant'anni ologrammi reciteranno dal vivo nelle nostre case.
"Persino le sue azioni più abbiette, tuttavia, nascondono una tristezza e una forza autolesionista che fanno di Ellen una creatura speciale, buia e senza speranza, passibile più di pietà che di riprovazione, e in questo assolutamente originale."
> Mi viene in mente, non chiedermi perché, la Gyllenhaal in Secretary, leggendo questo passo. Sarà l'autolesionismo (o il masochismo: a proposito, differenza c'è davvero?) e la implicita comprensione della scelta (senza compassione però)
Testimonio infine la totale estraneità - anche a livello di nome - di questo film nella mia memoria di spettatore; ti ringrazio dunque a maggior ragione.
2. Il parallelismo è molto azzeccato.
[Stahl] Locandina e
[Stahl] Locandina e impaginazione.