La trama
Se ne parlava da tempo, ma nessuno voleva crederci. E se qualcuno parlava più del dovuto, passava per pazzo o giù di lì. Eppure i segnali erano numerosi: navi della marina americana ancorate nella sabbia di un deserto mongolo, aerei della seconda guerra mondiale, dati per dispersi, rinvenuti in luoghi insoliti e ancora perfettamente funzionanti.
Gli extraterresti esistono, esistono davvero. O almeno questo è quello che crede Lacombe – lo scienziato a capo del progetto della Nasa -, che vede il mondo alieno come un mondo possibile e teorizza un nuovo tipo di comunicazione basato sui segni musicali: una sequenza di cinque note semplice e elementare, come quel mantra recitato dagli indiani del Dharmsala che svela a lui e alla sua equipe qual’è la strada da seguire.
Parallelamente alcuni strani fenomeni invadono anche i comuni cittadini: Jillian Guiler e il figlio Bobby - quest’ultimo percepisce meglio degli altri la presenza aliena e instaura con loro un contatto parasensoriale – e Roy Neary - un tecnico della luce che, mosso da una forza superiore, si lancia alla ricerca dei nuovi invasori sconvolgendo la propria esistenza: viene licenziato e lasciato dalla moglie. I tre, dopo aver avvistato gli UFO assieme ad altre persone, cambiano vita. Roy si dedicherà, anima e corpo, alla costruzione di una montagna, che si rivelerà poi essere il luogo scelto dagli extraterrestri per incontrare gli esseri umani; Bobby sarà rapito dagli alieni, mentre la madre, anche lei indotta da poteri oscuri, si risolverà in disegni e in schizzi della montagna del diavolo. Proprio qui, gli scienziati inscenano una finta epidemia per tenere lontano gli abitanti e i curiosi e prepararsi così all’incontro del terzo tipo…
Chi ha detto che Spielberg non è un autore? Scrittura e messa in scena.
Soggetto e sceneggiatura di Steven Spielberg. Come mai aveva fatto prima, come mai farà in seguito. Ed è un peccato. Perché c’è un senso di sintesi e perfezione in quest’opera che fa spavento. La storia si divide costantemente in tre parti e in tre punti di vista – la famiglia Guiler, Roy Neary e gli scienziati – fino all’osmosi finale. E tutto viene percepito come un blocco unico, perché le intenzioni e le emozioni dei protagonisti sono sottoposte di continuo a un continuo rinnovamento. Come nella progressiva manifestazione della montagna: si parte da un’intuizione – la schiuma da barba – per arrivare gradualmente e mediante tappe intermedie – il purè di patate – alla scoperta finale. Ogni scena e ogni sequenza successiva, dunque, aggiungono sempre qualcosa a quelle precedenti, senza incappare mai nella ripetizione. E anche nelle sequenze di raccordo questo concetto non viene tradito.
Si prenda in esame, ad esempio, il primo viaggio in macchina di Roy alla ricerca del guasto che ha provocato il black out della città. Le tre inquadrature che descrivono l’azione esprimono sempre qualcosa di diverso: nella prima, la macchina attraversa la strada svelando un cartello che ci informa sulla rotta di destinazione; nella seconda, la vettura urta un guardrail palesandoci lo stato di confusione del protagonista; nella terza, Roy rischia di investire il piccolo Bobby, anche lui accorso in cima alla collina per assistere all’apparizione aliena. Ogni singolo passaggio è studiato e niente è lasciato al caso e alla prevedibilità.
La messa in scena combina poi tensione e dramma con magico equilibrio, attraverso sprazzi comici e ironici, atti a graffiare la società americana: la vicina di casa Neary sempre pronta a farsi gli affari altrui, le gag e le mattane di Roy, i vecchietti che giocano a carte nell’attesa di una nuova apparizione, la cappella e il prete improvvisato nella sede spaziale deputata all’incontro con gli extraterrestri.
I segmenti che raccontano la famiglia Neary sono pianificati al dettaglio: quando marito e moglie litigano e si confrontano, i figli sono comparse attive e presenti, predisposte a innervosire i due genitori e a dare profondità alla storia. In questo film non c’è mai un solo piano di lettura. Niente è univoco. Niente è quello che sembra.
Il carrello in avanti e il concetto di rivelazione.
Non ho mai conosciuto un regista che sappia usare la macchina da presa come la usa Spielberg. Ogni aspetto del film è sottolineato da una regia implacabile: i movimenti di macchina – carrello, panoramica, dolly – sono tutti “a scoprire”.
La montagna che Roy costruisce nel suo appartamento, ad esempio, è svelata all’inizio da una panoramica; poco dopo un carrello all’indietro e un dolly valorizzano e spiegano al contempo l’incredibile intuizione del protagonista: ciò che ha edificato è proprio quella montagna del diavolo che appare, nella medesima inquadratura e in profondità di campo, all’interno della televisione, rivelandogli in un solo colpo che i suoi sforzi non sono stati vani e che adesso è pronto per una nuova missione.
Ci sono carrelli e panoramiche “a scoprire” ovunque: come i movimenti di macchina che raccontano l’ultimo pericoloso viaggio in macchina di Roy e Jillian, come i quattro carrelli in avanti – Spielberg se ne frega della ripetizione e fa bene – a enfatizzare la tensione e il momento chiave del protagonista nel corso della sua prima visione aliena, come i due carrelli in avanti nel giro di venti secondi, propedeutici a caricare di meraviglia lo sguardo di Bobby, affacciato alla finestra, nella sequenza del suo rapimento. Ogni scoperta si risolve in rivelazioni che si accumulano di volta in volta fino allo svelamento conclusivo, quel monte del diavolo preannunciato da troppo tempo per essere introdotto da una banale soggettiva. E in effetti, qui, Spielberg opta per la ripresa più bella: appena i due protagonisti si rendono conto di esser giunti davanti alla meta, il regista non dice e non svela ciò che i due stanno guardando mediante la soggettiva, ma aspetta. Che la tensione si faccia tale e arrivi al punto giusto, che i due personaggi si avvicinino a ciò che stanno cercando, e solo allora, quando entrambi entrano in una nuova inquadratura, avvia un dolly che, sempre “a scoprire”, rivela la montagna del diavolo. Ecco cosa vuol dire girare!
Questione di cast.
Vilmos Zsigmond e Donald Trumbull sono gli artefici scopici dell’opera. Gli effetti speciali concepiti da Spielberg non avrebbero potuto trovare esecutori migliori. Entrambi premiati con l’oscar, entrambi viaggiano verso la favola visionaria. Le apparizioni aliene, viste trent’anni dopo, non subiscono il passo dei tempi e paiono più attuali che mai e meno artificiose dei complessi effetti digitali della nostra epoca.
La colonna sonora di John Williams – quelle cinque note a cui accennavo in precedenza – assurge anche a chiave narrativa. La melodia coincide con il messaggio inviato dagli extraterrestri. E se nel corso del film rimane sempre in territori diegetici – Bobby la suona allo xilofono, gli indiani la recitano in un mantra -, quando l’orchestra, nella sequenza finale, la fa sua, ci emozioniamo e assistiamo al contempo a una grande scelta linguistica: finalmente il motivetto che riecheggia durante tutta l’opera, trova il suo compimento. La sua sintesi.
Il cast artistico è perfetto: se Dreyfuss è una sicurezza, Melinda Dillon e Cary Guffey – madre e figlio – non sono mai sopra le righe, nonostante il ritmo e il tenore del film. Bob Balaban, ideatore di Gosford Park, è il braccio destro di Lacombe, interpretato dal genio francese Francois Truffaut. E Truffaut è un artista e un regista che interpreta uno scienziato, la massima autorità in questione. E non è un caso se Spielberg dona proprio a lui quella sensibilità che gli consente di avere intuizioni superiori ai colleghi e di riconoscere in Roy l’eletto che merita più di lui questa missione.
Arte e Blockbuster: una sintesi possibile.
27 anni fa il cinema di cassetta coniò una sintesi: quella tra arte e pubblico, quella di un capolavoro di fantascienza che ancora adesso reclama eredi degni di discernerne il nome. Non possono esistere epigoni di un film così, perché quest’opera coniuga il talento di un grande imprenditore e quello di un grande genio – ahimè oggi “scomparso”. Incontri ravvicinati del terzo tipo ha in sé un messaggio innovativo: perché l’altro mondo non coincide necessariamente con qualcosa di dannoso, ma è il rovesciamento di leggende e racconti che spiegavano l’altro come minaccioso e nocivo, perché l’altro mondo può essere una fiaba meravigliosa che pochi hanno il dono e il talento di raccontare. E fino adesso solo Spielberg ci è riuscito.
Regia: Steven Spielberg.
Soggetto e sceneggiatura: Steven Spielberg.
Direttore della fotografia: Vilmos Zsigmond.
Musica originale: John Williams.
Montaggio: Michael Kahn.
Interpreti principali: Richard Dreyfuss, Francois Truffaut, Melinda Dillon, Cary Guffey, Bob Balaban, Teri Garr.
Produzione: Julia e Michael Phillips.
Origine: USA, Inghilterra, 1977.
Durata: 132 minuti.
IN LANKELOT:
Spielberg Steven - Duel - leibniz
Spielberg Steven - Incontri ravvicinati del terzo tipo - leibniz
Spielberg Steven - Prova a prendermi - leibniz
Commenti
Un po' troppo tecnica forse, ma sentivo di raccontarla così.
Sai, Ian, l'ho visto troppo tempo fa per darne un giudizio attendibile. Ricordo che non mi piacque, che m'annoiò. C'è anche da dire che non amo Spielberg e che il pregiudizio e i cattivi ricordi non m'hanno insinuato alcuna curiosità di rivederlo. La scelta di analizzarlo nel dettaglio tecnico può, nella fattispecie, non essere affatto malvagia, cosi da riabilitare Spielberg agli occhi di chi, come me, crede che sia un regista fortunato e sopravvalutato. Ma dato che lo apprezzi molto, e che mi piacerebbe capire meglio il perchè lo consideri artista cosi degno, sapresti darmi qualche titolo più recente in cui emergano - pur se non al medesimo livello - le qualità del suo cinema?
Secondo me "Incontri" è il top, altri titoli notevoli sono "Duel", "ET" e "L'impero del sole". Poi, ovvio, ci sono gli "Indiana Jones", che saranno pure commerciali, ma a me attizzano sempre.
Pure Duel e L'impero del sole si perdono nella mia memoria d'aloscente o giù di li (ma li preferii). E.T. lo amai da bimbo, ora lo rivedrei per pura nostalgia, Indiana Jones è un viaggio avventuroso appassionante (il terzo meno), che resta anch'esso ancorato ad una dimensione più adolescenziale. Parliamo dei film per cosi dire maturi: né Salvate il soldato Ryan, né Schindler's list, né tantomeno Munich mi sono sembrati capolavori, eppure pare gli siano stati riconosciuti come tali...
"né Salvate il soldato Ryan, né Schindler?s list, né tantomeno Munich mi sono sembrati capolavori, eppure pare gli siano stati riconosciuti come tali?"..concordo con te sui primi due, "Munich" non l'ho visto e non ti saprei dire. Nella recensione, proprio a dimostrazione di questo, parlavo di genio ormai scomparso, secondo me "Incontri" è il suo film più rappresentativo.
Di recente che meriti, c'è molto poco..purtroppo.
Ti sconsiglio Munich, comunque, non vale proprio la pena...
E' molto tecnica e estremamente entusiastica, e mi sembra chiami naturalmente a seguire le tue vecchie pagine su Spielberg; completa la serie riproponendole;).
?La colonna sonora di John Williams ? quelle cinque note a cui accennavo in precedenza ? assurge anche a chiave narrativa. La melodia coincide con il messaggio inviato dagli extraterrestri. E se nel corso del film rimane sempre in territori diegetici ? Bobby la suona allo xilofono, gli indiani la recitano in un mantra -, quando l?orchestra, nella sequenza finale, la fa sua, ci emozioniamo e assistiamo al contempo a una grande scelta linguistica: finalmente il motivetto che riecheggia durante tutta l?opera, trova il suo compimento. La sua sintesi?.
Ecco il film. Condivido totalmente.
Del resto la musica (assieme alla luce) è una delle protagoniste: la comunicazione con gli extraterrestri può avvenire solo attraverso il linguaggio più universale, la musica appunto.
Bello.
Raffaella
Grazie Raffaella, Franco adesso vedrò i modi e i tempi per inserirle, anche perchè alcune vecchie recensioni di SPielberg dovrò modificarle..