Difficile. Davvero difficile dare una valutazione unitaria dell’ultimo film di Paolo Sorrentino, già salito alla ribalta per il precedente e premiatissimo Le conseguenze dell'amore. Difficile perché l’opera in questione, presentata a Cannes lo scorso anno con pessima accoglienza della critica, è stata rimontata e dunque proposta, qualche mese dopo il passaggio alla Croisette, al pubblico delle sale italiane. Che non ha gradito altrettanto. Difficile perché solo alla seconda visione del film, a distanza di tempo, ne sono riuscito a cogliere la complessità strutturale, tecnica e artistica, a dispetto di una storia che ha continuato a non convincermi. Una storia che ha del grottesco, nel suo esibire un dramma “morale” pieno di paradossi, insinuando dubbi e perplessità nello spettatore, volendo descrivere le bassezze della natura umana.
Sabaudia, Agro Pontino. Geremia (Giacomo Rizzo) è un usuraio molto avanti con l’età, d’aspetto orribile, che vive in una casa cadente insieme ad una madre decrepita e paralitica. Non ha amici, né tanto meno donne, ma si proclama “benefattore” e “amico particolare” delle famiglie cui presta i soldi a strozzo, con tassi d’interesse altissimi. È parsimonioso e tirchio fino al midollo (ricorda da vicino il classico ebreo usuraio letterario), nonostante i numerosi denari che tiene in cassette di sicurezza, si accompagna ad un italico cowboy (Fabrizio Bentivoglio) solitario e amante del country, il quale lo tiene informato sull’agire delle persone sulle quali il vecchio ha, per cosi dire, investito. Geremia è spietato, nonostante il modo affabile con cui accoglie i disperati aventi bisogno di denaro; in casi estremi, aiutato da due fratelli al suo soldo, non esita a dare la morte, chiunque sia il malcapitato non solvente. Tra coloro ai quali Geremia ha “prestato la sua opera” c’è una famiglia che si è indebitata per consentire alla figlia un matrimonio decente. Lei è Rosalba (Laura Chiatti), miss Agro Pontino, aspirante ballerina, che se ne sarebbe pure fregata del matrimonio con duecento invitati. Compreso in breve tempo il potere di ricatto di Geremia sulla famiglia, Rosalba, avendo notato l’interesse del vecchio usuraio nei suoi confronti, gli si concede. Lui se ne innamora, e perde la ragione che gli aveva consentito di accumulare i soldi per una vita: si lancia in un affare oneroso molto oltre le sue possibilità. Rosalba intanto gli si concede ancora, lo rigira facendo leva sulla propria lucente bellezza: dopo averlo umiliato più volte gli dice di amarlo. È un inganno evidente, che farà perdere a Geremia tutto il suo denaro. Nonostante ciò, tardivamente compreso l’inganno perpetrato ai suoi danni, dopo aver perso anche la madre, il disgustoso strozzino sarà ancor più consapevole della propria natura, del fatto che per lui il limite non esiste.

Sarebbe un film odioso, quest’ultima fatica di Sorrentino, perché ci fa la morale e ce la fa secondo stereotipi abbastanza consueti, credendo invece di aver detto chissà cosa. A livello narrativo, di sceneggiatura, il film fa acqua da tutte le parti, mescola il noir, il grottesco e la critica di costume senza trovare unità narrativa, né il coinvolgimento emotivo degli spettatori. L’unico personaggio veramente caratterizzato è proprio Geremia il quale, nell’abile interpretazione di Giacomo Rizzo, restituisce una moltitudine di sensazioni: tutte disturbanti in superficie, nascondendo sotto l’orrore fisico e della gesta una sorta di saggezza, di cultura, diciamo pure di spessore che gli altri personaggi, pur notevolmente più aggraziati, sembrano non possedere. Quello che invece è notevole, e si pone ad evidenza dello spettatore, è l’uso della tecnica visiva e dei tempi cinematografici del regista napoletano, il quale dimostra una qualità e una dimestichezza col mezzo non comune ai registi italiani di ultima generazione. L’incipit, la chiusura, ma anche alcuni intramezzi narrativi denotano una scelta delle inquadrature, della fotografia, del montaggio, che sono degne di un abile regista, di un grande sperimentatore. E questo è un pregio non da poco, perché in Italia c’è assenza totale di gente che osa, di un cinema visionario come quello che L’amico di famiglia comunque propone, che crei qualcosa di piacevolmente alternativo. Il problema che evidenzia il regista napoletano, nella pellicola in questione quanto mai evidente, è la inadeguatezza nel tracciar la storia proposta, dovuta alla solita inconsistenza di scrittura propria ad altri cineasti nostrani i quali, dopo 2-3 film riusciti, si sentono già Bergman e Truffaut. È il caso di Sorrentino, che scrive soggetto e sceneggiatura credendo – un poco presuntuosamente - di poter partorire una grande opera. Ne abbiamo parlato altrove, riferendoci al cinema italiano, siamo carenti di scrittori, di gente che metta in mano a pur bravi registi sceneggiature degne di questo nome. E qui, nel caso de L’amico di famiglia, non ci sarebbe voluto troppo sforzo creativo per assecondare l’ispirata vena immaginifica di Sorrentino, purtroppo annacquata e a tratti perduta in una storia che ha sempre, pesantemente, il limite d’essere troppo provinciale, oltre che sgangherata, affatto adatta ad un pubblico d’oltre confine, come ha dimostrato la pessima accoglienza a Cannes. Il film, poi, è stato un fiasco pure in Italia, se lo paragoniamo all’ottima tenuta nelle sale dell’opera precedente. Un vero peccato, si doveva e poteva fare meglio.

Oltre alla regia, ciò che convince di più è la recitazione dei due protagonisti - Bentivoglio, invece, è sempre troppo compassato e monocorde -, davvero una sorta di confronto senza lieto fine tra la bella e la bestia. Laura Chiatti è bellissima, è amore a prima vista, e non è difficile capire il motivo per il quale uno come Geremia, pur accorto, perda tutto per lei. Ma oltre che bella, tirando via una montagna di possibili pregiudizi (la Chiatti è una modella ora attrice molto richiesta: quella degli spot del telefonino con Totti e Gattuso, ma anche con Silvio Muccino), la Chiatti è anche brava, davvero convincente nel ruolo freddo e calcolatore che Sorrentino le affida. Stesso discorso, come già accennato in precedenza, è possibile farlo per Giacomo Rizzo, assolutamente a suo agio in una veste ingrata solo in apparenza, che gli ha consentito di fornire una prova complessa e sfaccettata, ricondotta ad un’unità che convince, non potendo avvincere, visto il ruolo incarnato e la storia proposta. Dopo aver esaltato, nelle due precedenti pellicole, la verve recitativa di Tony Servillo, Sorrentino dimostra di essere un ottimo direttore-valorizzatore d’attori. Ambedue sono stati candidati ai Nastri d’argento, come miglior attore e miglior attrice protagonista. Quello che sconcerta, semmai, è che pure il soggetto è stato candidato: misteri della critica ufficiale nostrana.

È un film, in buona sostanza, che palesa una mancanza di equilibrio, troppo spezzettato, con passaggi poco chiari, troppo brevi o approssimativi. Manca la misura e l’unità raggiunta con Le conseguenze dell’amore, film connotato da minori virtuosismi di macchina ma notevolmente più compatto rispetto ad una pellicola che non nasconde ambizioni autoriali e un po’ di narcisismo stilistico: non raggiunge né il cuore e né il cervello dello spettatore. Giudizio sospeso e brusca frenata per il nostro, il quale se non altro dimostra di avere la possibilità di spaziare tra i generi: musica, montaggio e inquadrature cosi assemblate gli aprono prospettive da thriller-horror d’autore. E, tutto sommato, perché non auguragli un’incursione nel film di genere, vista la pessima vena dell’ultimo Argento e l’inconsistenza di Infascelli? Ci pensi Sorrentino, non è affatto una cattiva idea.
Regia: Paolo Sorrentino. Soggetto e sceneggiatura: Paolo Sorrentino. Direttore della fotografia: Luca Bigazzi. Scenografia: Lino Fiorito. Costumi: Ortensia De Francesco. Montaggio: Giogiò Franchini. Interpreti principali: Giacomo Rizzo, Laura Chiatti, Fabrizio Bentivoglio, Gigi Angelillo, Clara Bindi, Barbara Valmorin, Marco Giallini, Alina Nedelea, Roberta Fiorentini, Elias Schilton, Lorenzo Gioielli. Musica originale: Teho Teardo. Produzione: Domenico Procacci, Francesca Cima, Nicola Giuliano per Fandango e Indigo Film, Babe Films, in collaborazione con Medusa Film e SKY. Origine: Italia, 2006. Durata: 110 minuti.
Approfondimento in rete: medusa
Léon, giugno 2007.
SORRENTINO in LANKELOT
Commenti
Ecco l'ultimo Sorrentino, continuando la carrellata sul recente cinema italiano. Film controverso, con più ombre che luci.
"Sarebbe un film odioso, quest’ultima fatica di Sorrentino, perché ci fa la morale e ce la fa secondo stereotipi abbastanza consueti, credendo invece di aver detto chissà cosa. A livello narrativo, di sceneggiatura, il film fa acqua da tutte le parti, mescola il noir, il grottesco e la critica di costume senza trovare unità narrativa, né il coinvolgimento emotivo degli spettatori".
Totalmente in disaccordo.
A parte che credo abbia uno degli incipit più inquietanti ed esteticamente appaganti ultimi anni, l'unica pecca di questo film per me è stata la frettolosità dell'ultima parte.
Adoro questo film e considero Sorrentino il migliore regista (non autore) italiano dell'ultima generazione.
(Detto tra noi, sto impazzendo. Non so perché ero convinto che ci fosse già una tua recensione di questo film su lankelot!)
Comm. 3> ah no, ora ricordo... ne avevamo parlato di persona a novembre :)
2 - Ma infatti dico che è un ottimo regista, ma pecca come autore. Il film l'ho visto 2 volte, a distanza di tempo una dall'altra. Con la seconda l'ho apprezzato di più, ma la storia è mal sceneggiata e mi pare evidente. Abbiamo gusti un po' diversi Luca, questo è vero, però mi è sembrato un passo indietro rispetto a "Le conseguenze dell'amore". Certo che Laura Chiatti merita, anche la doppia visione, sotto tutti i punti di vista;)
3- Ne avevo parlato in un post su non ricordo bene quale film, in realtà dicendone malissimo. Questa seconda visione ha attenuato quel giudizio, però non posso dire proprio che è un'opera che mi convince.
4 - Ah, si si, è vero, che cervello bruciato che ho:)
http://www.lankelot.eu/index.php?p=1094
lo definivi "boiata senza precedenti"
"siamo carenti di scrittori, di gente che metta in mano a pur bravi registi sceneggiature degne di questo nome."
> ho l'impressione che sia in parte responsabilità del famoso Centro Sperimentale, e della qualità degli allievi che ne emergono (quali sceneggiatori di livello sono emersi da lì? Quanti?), in parte colpa d'uno Stato in cui si lavora per conoscenza e segnalazione e non per intelligenza o talenti, tendenzialmente. Ripeterlo serve a poco, ma è una risposta.
non so. di sorrentino ne sento parlar bene. con qualche eccezione. a dirla tutta, non mi attira eccessivamente, ho Le conseguenze...e non l'ho ancora visto. tra l'altro, credo ci siano bravi sceneggiatori e sceneggiatrici, manca il coraggio di. non tanto da parte loro, quanto da parte di chi mette i soldi. un'operazione strana, rara, forse unica, fu Fandango che anni fa propose la regia di un film tratto da un libro allo stesso scrittore, che accettò. Edoardo Nesi, Fughe da fermo. Ho visto il film, che non è male, letterario, direi. Com'è facile da supporre, risente dell'inesperienza nel campo di chi lo diresse, però non male, considerato il tutto. Comunque. Secondo me non mancano né registi validi, né scrittori per il cinema, mancano i legami. Inutile dare una buona sceneggiatura, se il regista non riesce a trovarci l'affinità necessaria. e così il contrario. mi sono dilungato in un ot, scusate.
7 - Eh si, ricordo. Devo dire che la seconda visione è stata più proficua perchè il film è stato rimontato. La prima versione, confermo, era inguardabile. Boiata senza precedenti era forse esagerato, ma brutto film, dunque, ci stava tutto. Ora mi limito a dire, rivisto e riaggiornato: occasione mancata e film trascurabile. Ma stando in Italia, c'è anche da dire che i film nostrani brutti o tracurabili sono parecchi. Ergo: si può anche affittare, se non dispiace Sorrentino.
8 - Concordo anche io sulla qualità degli usciti dal Centro Sperimentale. Ma, hai detto bene te, si lavora per conoscenza diretta, non per talento, ahimé.