La geometria dell’amore.
«Ricordarsi di non sottovalutare le conseguenze dell’amore»: è ciò che annota con aria svogliata Titta Di Girolamo (Toni Servillo) sul proprio taccuino, avvolto nel fumo denso dell’ennesima sigaretta. Ne accende una dopo l’altra, con indolenza e ripetitività, aggirandosi misteriosamente per le stanze di un albergo.
Da otto anni vive in un limbo fatto di attese e silenzi, un’insignificante routine quotidiana di momenti sempre uguali, durante i quali scruta con aria insofferente un mondo che sembra non appartenergli, cammina senza meta per le strade di un anonimo paesino Svizzero e per gli asfittici corridoi di un hotel, metà corazza e metà prigione dei suoi pesanti cinquant’anni.
Non parla con nessuno, non sorride a nessuno. Pensa e riflette, attende che ogni giorno finisca e che ne cominci un altro, e un altro ancora, tra una sigaretta e l’altra, alternando passeggiate nel centro commerciale ad escursioni in riva al lago, il pagamento dell’affitto mensile ad una partita a carte con un’anziana coppia di coniugi una volta proprietari dell’albergo, ed ora finiti sul lastrico a causa dell’eccessiva passione per il gioco del marito (Raffaele Pisu).

Ma quale segreto inconfessabile porta con sé il commercialista Titta Di Girolamo? Qual è il reale motivo di quell’esilio forzato, lontano dalla propria famiglia e dalla propria città? Cosa si nasconde dietro quel confino che dura da otto anni, durante il quale una puntuale dose settimanale di eroina sembra essere l’unico rimedio alla monotonia quotidiana?
La risposta è in quella valigia piena di soldi che, ogni settimana, Titta trasporta in una vicina banca, a bordo di una fiammante BMW. Solo scavando indietro nel tempo è possibile conoscere i suoi legami con la mafia, gli errori che ha commesso e la punizione che lo costringe a riciclare denaro sporco per ripagare il debito. Ma tutto cambia nel momento in cui Titta apre il proprio cuore alla bella barista Sofia: «Sedermi su questo sgabello è la cosa più pericolosa che ho fatto nella vita», sussurra imbarazzato ai profondi occhi verdi della giovane donna. In bilico tra l’affetto paterno e la passione platonica, Di Girolamo rompe i propri schemi e compie delle scelte che cambieranno in maniera radicale la sua esistenza.

“Le conseguenze dell'amore”, unico film italiano in concorso al Festival di Cannes 2004 e vincitore di cinque David di Donatello (miglior film, regia, sceneggiatura, fotografia e migliore attore protagonista per lo straordinario Toni Servillo) è il secondo lungometraggio di Paolo Sorrentino, talentuoso regista napoletano, che aveva già impressionato felicemente pubblico e critica con “L’uomo in più”, del 2001.
A metà strada tra il noir, la commedia sentimentale e il dramma psicologico, il film appassiona e coinvolge sia nella prima parte, quando la macchina da presa insegue il misterioso protagonista nel suo piccolo mondo, sia nella seconda, quando la pellicola prende una strada più dinamica e movimentata. Lo stile del regista, molto personale e ricco di citazioni (riusciamo a intravedere, in alcune inquadrature, richiami a Kubrick, Antonioni, Wenders) riempie ogni inquadratura e colpisce per l’eleganza geometrica e la funzionalità di ogni ripresa, unite a numerose invenzioni stilistiche di grande spessore artistico.
Ogni scena, ogni singola inquadratura si tiene con l’altra in un tutt’uno coerente e coeso; senza mai strafare, riuscendo sempre a mescolare le giuste dosi di originalità e armonia narrativa, Paolo Sorrentino usa la macchina da presa come un perfetto giocoliere dell’immagine.
Ne deriva un’opera filmica estremamente suggestiva e poetica: ogni fotogramma è denso e ricco di significati, ogni ripresa studiata nei minimi dettagli, dando sempre la priorità al linguaggio delle forme geometriche, oppure sconvolgendo l’occhio dello spettatore muovendosi lungo linee e percorsi contorti e particolari.

Superba la prova di Toni Servillo, attore di teatro dall’immenso talento, capace di calarsi alla perfezione nella difficile parte del commercialista taciturno e scontroso e di Olivia Magnani, splendida nipote d’arte degli occhi color del mare. Molto bravi anche Adriano Giannini che interpreta Valerio, giovane e immaturo fratello di Titta passato a trovarlo in albergo prima di partire per i Caraibi, e Raffaele Pisu, strepitoso nella parte del nobile decaduto, amante del gioco d’azzardo, che ha sperperato l’intera fortuna al tavolo verde e desidera morire in modo rocambolesco.
Particolare citazione, infine, merita la colonna sonora (Lali Puna, Mogwai, James, Terranova), che mescola sapientemente musica classica e rock alternativo, elettronica e intermezzi minimalisti, fino alla splendida “Rossetto e cioccolata” cantata da Ornella Vanoni.
Regia: Paolo Sorrentino.
Soggetto e sceneggiatura: Paolo Sorrentino.
Direttore della fotografia: Luca Bigazzi.
Montaggio: Giogiò Franchini.
Interpreti principali: Toni Servillo, Olivia Magnani, Raffaele Pisu, Angela Goodwin, Adriano Giannini.
Musica originale: Pasquale Catalano.
Produzione: Fandango, Indigo.
Origine: Italia, 2004.
Durata: 100 minuti.
Info: Fandango / TrovaCinema (intervista al regista) / Sito Ufficiale.
Articoli e approfondimento in rete: CastleRock / FilmUp / Cinematografo / Spietati / Italica Rai
Antonio Benforte. Già su lankelot.com.
IN LANKELOT:
Sorrentino Paolo - Il divo - Léon
Sorrentino Paolo - L'amico di famiglia - Léon
Sorrentino Paolo - Le conseguenze dell'amore - rapace
Commenti
"A metà strada tra il noir, la commedia sentimentale e il dramma psicologico"
Inquadratura perfetta, e visto che siamo in ambio cinematografico, meritevole di encomio. Ho altresì rilevato altrove (ciao.it), a seguito di una mia recensione, che molti esteti cinefili non hanno gradito. Invece ritengo che la prova di Servillo e la coesione del tutto che tu rilevi ne facciano un ottimo film se non altro desueto nel panorama italiana per ritmo e toni
Ci sono quegli intervalli di sguardo e silenzioso pensiero che danno al film una carica fenomenale.
"Ne deriva un?opera filmica estremamente suggestiva e poetica: ogni fotogramma è denso e ricco di significati, ogni ripresa studiata nei minimi dettagli, dando sempre la priorità al linguaggio delle forme geometriche, oppure sconvolgendo l?occhio dello spettatore muovendosi lungo linee e percorsi contorti e particolari."
> e io che devo ancora sottopormi alla prima visione. Mamma quanti arretrati gravi.
é un film sopravvalutato, a mio modo di vedere, poco coinvolgente e reso interessante solo dall'ottima performance di Servillo. Come è sopravvalutato il suo regista, il cui ultimo film presentato a Cannes ("L'amico di famiglia")è una boiata senza precedenti.
Sono s'accordo che la straordinaria prova di Servillo è la cosa più valida. Però anche i tempi e gli scaglionamenti accentuano largamente la sola capacità dell'attore. L'insieme regge e valorizza la punta di diamante.
stavolta concordo con 4. e 5.
Nel senso che. Sopravvalutiamo tutto ciò che si staglia dalla produzione nostrana ok (non conosco il film di Cannes)ma ripeto vale la pena di vederlo. Non è tempo perso, sono sicuro. Stavolta parlo della forma (a mio parere più che) e non del contenuto (discutibile se vogliamo o comunque non pari a).
La cosa soprendente di questo film è come sappia essere percepito positivamente anche da chi si annoia con film impegnati, o in qualche modo "differenti". Solo per questo Sorrentino merita un applauso. E' un film di regia, per citare Simone Buttazzi, protagonista è la macchina da presa tanto quanto Titta di Girolamo, e anche un film di mafia, miracolosamente ellittico.
Mi sono rimaste nel cuore le lunghe camminate e i primi piani; bastava un niente a farne un film tremendo, un niente.
E' che la trama ha imposto di completarsi, invece che mettere in scena emozioni e suggestioni e basta. E' l'intreccio che banalizza è porta a quote basse il film, sfortunatamente.
Comunque la trasformazione di Servillo dal primo film del regista è geniale. Un attore esemplare.