Iain Softley dipinge un film dalle connotazioni sinistre; l'umanità sempre più dolente ed estranea e ossessiva, reclusa e conclusa in una clinica psichiatrica; al di fuori dei malati, gli analisti conducono esistenze gelide e distaccate, quasi fossero divinità epicuree. Un paziente risveglia la solidarietà, l'interesse e l'umanità di un dottore, l'ottimo Jeff Bridges. Il film ruota attorno a questo paziente, creatura apparentemente immaginifica e fantasiosa; trovo molto corretta l'osservazione di quanti lo hanno ritenuto un "piccolo principe in nero". Il paziente è il talentuoso Kevin Spacey, protagonista di una delle sue interpretazioni più credibili e complete; capace di variare dalla freddezza più amara ad una disperazione enfatica, dalla comprensione empatica sino alla catatonia.
Nell'altro mondo, che qui appare l'unico terrestre, delle cliniche psichiatriche, Prot(questo è il nome del paziente nel film) indugia e si sofferma al fianco degli alienati e dei nevrotici: sostiene di essere un alieno giunto dal pianeta K-Pax, e sembra in grado di poter assumere una valenza quasi messianica. Guaritore di anime, illuminatore di sentieri, fuoco nuovo nell'animo assopito del suo dottore.
Nel corso delle conversazioni tra Bridges e Spacey, i ruoli sembrano perdere peso e intensità sino a dissolversi e invertirsi; ciclicamente, tuttavia, perché dalla libertà nuova dell'uno sembra dipendere la desolazione antica dell'altro. Questo paziente alieno propone una visione del mondo senza ombra di dubbio più fiduciosa, speranzosa e politicamente corretta: si nutre di frutta ed erbe ripudiando la carne, conosce il linguaggio degli animali, intuisce le profondità degli animi della comunità in cui è relegato: sembra quasi che la metafora forzata offerta dalla presenza fissa dei suoi occhiali suggerisca che la sua prospettiva è differente, nuova, o – sia perdonato il calembour – aliena.
Il film parte dal presupposto dell'indagine psicanalitica sulla mente del paziente Prot; gioca su due binari, quello della diversità etica ed intellettuale e senza dubbio estetica del paziente e quello della ricerca demistificatoria del dottore. L'esito, come vedrete, è aperto: non lo anticiperò certamente in queste righe.
Mi piace soffermarmi sullo sguardo mai compassionevole, e asettico, in certo modo, del regista, sui folli che albergano nella clinica: inutile ribadire che è essenziale sottolineare come sia sostanzialmente l'unica dimensione che appare, quasi a fondere tutta l'umanità nella nevrosi del nostro tempo. Ma questo sguardo clinico possiede l'acutezza e la linearità dei dipinti di Gericault; come il pittore francese indagò la follia dipingendo serie infinite di ritratti di malati, così Softley senza badare alle implicazioni naturali dei sentimenti e delle sensazioni ci offre una galleria di un certo valore di umanità perduta e di ombra segreta.
Si esce dalla sala meditando quali possano essere i segreti del paziente Prot, l'alieno di K Pax; soggiogati dal suo carisma e dalle sue contraddizioni e dalla sua innocenza.Aderiamo totalmente alla prospettiva di perfetta uguaglianza e di totale uniformità proposta dal profeta Prot; e in quella sua speranza di riscatto e di catarsi di ogni individuo, salutiamo la dolcezza della speranza.
Da vedere senza pregiudizi: illusi dalle più strepitose fantasie, osserveremo i nostri giorni con una dolcezza dimenticata e manifesteremo una più viva empatia con i nostri simili. Da non perdere il romanzo di Gene Brewer.
Lankelot, G.F., febbraio del 2002.
Regia: Iain Softley.
Sceneggiatura: Charles Leavitt.
Tratto da un romanzo di: Gene Brewer.
Direttore della fotografia: John Mathieson.
Montaggio: Craig McKay.
Interpreti principali: Kevin Spacey, Jeff Bridges, Mary McCormack,
Musica originale: Edward Shearmur.
Produzione: Gene Brewer, Lawrence Gordon, Lloyd Levin, Susan Pollock.
Origine: Usa, 2001.
Durata: 120 minuti.
Info Internet: http://www.k-pax.com/
Commenti
La sua prova è ottima, il film meno. Il romanzo non l'ho letto.
Il romanzo è stato un'esperienza fantastica. Prova a scrivere "Brewer" sul motore di ricerca, dovrebbe apparire quasi subito. E' il primo della trilogia (secondo e terzo inediti in Italia)
Lo faccio subito.
a me il film è piaciuto molto anche per questo: "Mi piace soffermarmi sullo sguardo mai compassionevole, e asettico, in certo modo, del regista, sui folli che albergano nella clinica: inutile ribadire che è essenziale sottolineare come sia sostanzialmente l?unica dimensione che appare, quasi a fondere tutta l?umanità nella nevrosi del nostro tempo".
nn conoscevo questo Gericault, ma nn riesco a cogliere bene il paragone che ne fai tra il film e le tele.
L'artista romantico ha un animo sempre pronto a turbamenti ed il suo
comportamento é spesso anticonvenzionale, asociale e amorale. I Romantici
sono artisti disperati e maledetti che alimentano il proprio genio, di
trasgressioni, pessimismo ed eccessi. Il risultato di questo atteggiamento è
un'arte che, non di rado, ricerca l'orrore, come in alcuni quadri di
Gericault che raffigurano teste di decapitati o nelle visioni allucinate di
Goya quali «Saturno che divora i figli».
L'arte e la letteratura sono piene di pazzi e criminali, com'è dimostrato e
documentato dalla storia dell'arte, della letteratura, della poesia.
L'ambito artistico annovera Caravaggio e Van Gogh.
Charcot, detto pure "il Napoleone delle nevrosi", creò un centro mondiale
delle ricerche neurologiche in quella Versailles de la misere della
Salpetrière, rifugio un tempo di pazzi e di storpi, ove andava Gericault a
dipingere i suoi folli.
Dalla solitudine della pazzia è nata l'arte, la pittura e la poesia, dalla
follia soprattutto è nata, in tempi a noi vicini, persino "l'art brut", un
filone artistico che si avvaleva di produzioni artistiche effettuate da
malati di mente, e promosso da Jean Dubuffet e che fu presentato per la
prima volta nel 1946 in Francia nel ricovero di Sant'Anna.
Il triestino Mauro Covacich ebbe a scrivere qualche anno fa una "Storia dei
pazzi e della normalità", ove ebbe modo di sostenere che gli psicotici gravi
non guariscono e che dalla psicosi non si esce mai completamente. L'uomo nel
suo disagio mentale, là dove s'è manifestato anche ad opera di artisti
famosi, è vissuto di inquietudine e di lacerante angoscia.
Raffaella
Ryo, per una delle curiose coincidenze che determinano le nostre vite mi capitò, proprio in quel periodo, di poter esaminare diverse delle tele di Gericault reputate ingiustamente "minori". Si trattava di una sorta di galleria di alienati, depressi, nevrastenici e via dicendo, dipinti con puntualità lombrosiana.
http://it.wikipedia.org/wiki/Jean-Louis-Th%C3%A9odore_G%C3%A9ricault Qui l'intro di wikipedia su Gericault.
[Softley] Ripuliti i tags e
[Softley] Ripuliti i tags e sistemata l'impaginazione.