Soderbergh Steven

The Limey

Autore: 
Soderbergh Steven

SUL TITOLO DEL FILM.


Una importante nota. La traduzione è una pessima semplificazione di un vocabolo dalla storia ben differente. Per semplificare, potremmo asserire che “Limey” ha, riferito a un inglese, l’equivalente significato di “Yankee” riferito a un americano. Offensivo; al limite, oggi a metà strada tra l’ironico e l’offensivo. La parola “Limey” dovrebbe essere nata attorno al diciottesimo secolo in ambito marinaresco: sembra derivare da “lime-juicer”, con ironica allusione all’uso dei naviganti di dissetarsi di frequenti spremute di cedro per prevenire lo scorbuto. Secondo la “Enciclopedia of Word and Phrase Origins” curata da Robert Hendrickson (Fact on File, New York, 1997), quel che era dapprima un insulto internazionale e un termine insolente, ha oggi un’accezione quasi affettuosa. Pertanto, possiamo concludere che tradurre “The Limey” con “L’inglese” è una inaccettabile semplificazione. In italiano, esistono delle difficoltà per rendere l’esatta connotazione del vocabolo. Per evitare traduzioni fuorvianti o ridicole, sarebbe buona norma mantenere sempre il titolo originale. Detto questo, passiamo oltre e veniamo finalmente alla recensione.

THE LIMEY.


Wilson (Terence Stamp) è un bandito inglese, reduce da nove anni di reclusione nelle patrie galere. Si trova in volo, adesso, verso l’America. Ha ricevuto notizia dell’improvvisa morte della figlia, Jenny, in un incidente stradale e, guidato da un istinto non comune, ha deciso di andare in cerca della verità sulla sua fine. Non è possibile che sia stato un semplice incidente, giura. Tutto quel che ha, per cominciare, è una lettera spedita da un suo amico, Eduardo, con un ritaglio d’un giornale. Wilson è un personaggio assolutamente atipico. È freddo e risoluto, e determinato a portare a termine questa sua missione: tuttavia, questa sua freddezza nasconde il dolore e la tenerezza dei ricordi d’un padre che non s’arrende all’idea di aver perso la figlia. Soderbergh regala una visione privilegiata dell’anima tormentata di Wilson accostando alle immagini del presente quelle della sua memoria (il volto della figlia, da bambina, momenti della giovinezza di Wilson, origine ed epilogo del suo unico amore, e via dicendo); Soderbergh riesce a definire il colore dei pensieri del bandito-giustiziere frammentando la sua percezione della realtà, sovrapponendo sbiadite o vivaci fotografie a rallentamenti nel presente narrativo, manifestando così la rabbia e l’amarezza che lacerano Wilson. Convincendolo che l’unica cosa da fare è agire, per capire cosa davvero è accaduto a sua figlia. 
Wilson scopre che sua figlia era sentimentalmente legata da anni al loffio Terry Valentine (Peter Fonda), un produttore discografico dagli strani legami con la malavita. La sua marcia d’avvicinamento al nemico partirà da un piccolissimo indizio: dei capannoni, dove Eduardo (Luis Guzmán) aveva accompagnato Jenny, impegnata in una accesa discussione con loschi individui.
Wilson ha metodi sbrigativi ma efficaci. Trova un indirizzo. La vicenda procede, poco a poco la trama si fa più nitida, e l’obiettivo di Wilson è sempre più vicino. Non andrò a rivelare altri aspetti della trama per non bruciare il piacere della prima visione ai neofiti. In questa sede, mi interessa sottolineare qualche elemento emblematico.


Primo.) Questo film non può essere ascritto a nessun genere in particolare. Non è un semplice film d’azione, non è un noir, non è un film drammatico. È assolutamente fuori dai canoni, splendidamente non convenzionale. È la storia d’un legame tra padre e figlia spezzato, ed è il racconto della rabbia del padre, e l’eco della sofferenza della figlia per la lontananza del padre e per la sua vita da rapinatore. È allora un film tutto memoria e sentimento, nonostante non manchino omicidi e colluttazioni.


Secondo.) C’è un elemento di estraneità e di distanza nella figura di questo “inglese”, di questo “limey”, all’interno del contesto californiano della narrazione. È una distanza culturale e comportamentale che però è segnata da un forte rispetto e da una certa considerazione per le (pur “particolari”) caratteristiche etiche di Wilson. Non sono riuscito a decifrare l’intento di Soderbergh: se volesse, intendo dire, accentuare l’antica rivalità tra inglesi e americani o suggerire un’inconscia soggezione ancora esercitata dagli europei sugli statunitensi.
“Limey” è uno straniero in una terra che in fondo non è straniera. Ma questa è una fredda constatazione.
La figlia del “Limey” si comporta con il suo compagno esattamente come si comportava col padre: ossia, si ribella alle sue cattive azioni e cerca di redimerlo. Invano. C’è un gioco di specchi, dunque, tra Wilson e Terry. La differenza tangibile è nella ricchezza e nel potere di Terry, che contrasta non poco con l’austerità e la semplicità di Wilson.


Terzo.) All’interno dei numerosi, folgoranti flashbacks, c’è una novità sperimentale ideata da Soderbergh. Spieghiamo. Negli anni Sessanta, Terence Stamp ha interpretato una parte nel film “Poor Cow”(esordio di Ken Loach alla regia): Soderbergh ha acquisito i diritti per poter integrare frammenti di quella pellicola in questo film come flashbacks.


L’effetto è assolutamente estraniante. Le memorie di Wilson divengono più suggestive e ancor più credibili; l’accostamento non è mai forzato ed è anzi toccante e affascinante.


Quarto.) Pregevole davvero la colonna sonora, curata da Cliff Martinez(ideatore e responsabile anche della recente traccia sonora del contraddittorio “Solaris”), ornata dalla presenza di brani di Graham Nash, David Crosby e The Who, tra gli altri. Sarà proprio un brano degli Who, “The Seeker”, “Il ricercatore”(non a caso), a caratterizzare il principio del viaggio di Wilson. 


Un film decisamente troppo sottovalutato dal pubblico, tra 1999 e 2000, nonostante i lusinghieri responsi della critica. In realtà si tratta di un Soderbergh decisamente ispirato, meno sperimentale rispetto a “Full Frontal”, per intenderci, ma in stato di grazia in diversi momenti della narrazione.


Da vedere, senza essere necessariamente cultori dell’eclettico e contrastato talento del grande regista: non potrà non piacere. 

Regia:
Steven Soderbergh.

Soggetto & Sceneggiatura: Lem Dobbs.
Direttore della fotografia: Edward Lachman.
Montaggio: Sarah Flack.
Interpreti principali: Terence Stamp, Peter Fonda, Luis Guzmán, Barry Newman, Nicky Katt, William Lucking, Melissa George.
Musica originale: Cliff Martinez.
Produzione: John Hardy, Scott Kramer.
Origine: Usa, 1999.
Durata: 89 minuti.

Lankelot, G.F., giugno/luglio del 2003.
Prima pubb: Lankelot.com

IN LANKELOT:
Soderbergh Steven - Che. L'argentino - Léon
Soderbergh Steven - Delitti e segreti - baol70
Soderbergh Steven - Sesso, bugie e videotape - franchi
Soderbergh Steven - Solaris - franchi
Soderbergh Steven - The Limey - franchi

ISBN/EAN: 
8027883603274

Commenti

Un film decisamente troppo sottovalutato dal pubblico, tra 1999 e 2000, nonostante i lusinghieri responsi della critica. In realtà si tratta di un Soderbergh decisamente ispirato, meno sperimentale rispetto a ?Full Frontal?, per intenderci, ma in stato di grazia in diversi momenti della narrazione.

Questa tua rec, Gianfranco è una delle più belle scritture da te poste in Lanke, credimi. Un?emozione così l'ho provata leggendoti per Ungaretti.
Poi ciò che scrivi è vero.

Infatti, subito mi si affaccia il primo sublime traduttore cinematografico di Solaris, Andrei Tarkovoskj e con lui il confronto con tutto un cinema della dilatazione temporale e dell'abbandono alla vertigine audiovisiva di cui grandi esponenti furono in quel periodo Antonioni come Bergman, come Bresson, vale a dire tutta una genia di cineasti in cui la riflessione sull'occhio lenticolare del cinema si trasformava in ricognizione realmente fantascientifica sul paesaggio mentale dell'uomo e sulla sua irrimediabile solitudine,trasformando l'esperienza visiva dell'uomo in esperienza interiore (tutt'altro che oggettiva) smontando pezzo a pezzo le categorie filosofiche (e sociali) che a quell'ordine percettivo si riferivano e su cui si fondavano.
A Chris Calvin di Clooney si prospetta, prima che un viaggio nello spazio, un viaggio nello sguardo, nell'occhio impassibile e fantasmatico che contiene e rilegge un passato tragico e sempre rifiutato. Contrapposta a lui la moglie ritornante, il clone mentale di un amore finito, che, come spettatore-attore (o come gli androidi di Blade Runner) si riappropria di un passato-presente non suo per il puro desiderio di vivere. Certo non siamo alla dilatazione temporale di Tarkovskij, alla sua tensione trascendente, ma sempre di viaggio-deriva metafisica si tratta. Più che altro a Soderbergh piace sottolineare il tormento di una mente troppo analitica e raziocinante di fronte al desiderio, il tutto nello spazio galleggiante e fluido (come quello della mente e della memoria) di una stazione spaziale.
Bello.

Raffaella

Il problema della pessima traduzione dei titoli rende l'idea di quanta poca rilevanza si dia al potere del linguaggio. In un'Italia sciatta che ignora la sfumatura indispensabile tra senso e significato.

Questo mi manca, ricordo quando uscì e decisi volutamente di trascurarlo (non sono un patito di Soderbergh, del quale ricordo volentieri solo "Traffic"). Sottovalutato, può darsi, visto che lo sottovalutai anch'io. Da ciò che dici pare sia obbligatorio rimediare, invece. Sarebbe grave non farlo?

(grave no, un peccato sì - se si vuole dare un'occhiata a quanto di buono esce extra-mainstream o giù di lì)

E allora me lo procurerò.

fuori catalogo, a quanto pare...

E infatti è ancora fuori catalogo, non trovo nemmeno dove sai...

Se vai nell'edicola di via Fonteiana e raspi tra gli arretrati...;)

ma dai? Ci vado, domani stesso (tanto non costa più di dieci euro, immagino)

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