Difficile stroncare questa pellicola con leggerezza. Non ne mancano le ragioni, per carità. Eppure non si può sostenere semplicemente che questo sia un film mediocre: il problema vero e proprio è che si può individuare un grossolano errore di fondo, e questo errore risiede nel titolo stesso dell’opera. Spiego.
Se il film si fosse chiamato, poniamo, “Everlasting Love”, e fosse stato “liberamente ispirato”, e non “tratto”, dal romanzo di Stanislaw Lem, allora sarei stato qui a recensire, con favore(nonostante la presenza del solito, mediocre e detestabile Jeremy Davies), l’ultimo film dell’eclettico Steven Soderbergh. Rallegrandomi per la nuova, liberissima interpretazione dello splendido libro di Lem.
Il problema è che il film ha scelto una strada che comporta notevoli assunzioni di responsabilità.
Si intitola “Solaris”, e non “Everlasting love”, ed è “tratto”, e non “liberamente ispirato”, da Lem: dunque, ci costringe al paragone con l’illustre precedente trasposizione cinematografica del maestro Tarkovskij e naturalmente necessita di un’analisi comparata libro-pellicola, che valuti la natura della fedeltà della traduzione filmica.
Suddivido la recensione in due parti distinte. Nella prima spiego perché sono rimasto deluso da “Solaris” di Steven Soderbergh; nella seconda, racconto il mio (contenuto) gradimento per una pellicola dal nome congetturato e fittizio, ma opportuno per convincere il pubblico a presentarsi al botteghino.
A proposito di “Solaris”,delle sue origini e dei suoi illustri antecenti. (riservato a chi ha letto il libro di Lem e visto il film di Tarkovskij)
“Solaris” di Steven Soderbergh è la fallimentare e deludente traduzione cinematografica dello splendido romanzo di Lem, spiritualmente tradito e intellettualmente corrotto in questa artigianale rappresentazione hollywoodiana. Della storia originale rimane ben poco: l’incipit del film annuncia un evento che il lettore ha incontrato, senza preavviso, dopo vari capitoli; è un’intromissione non richiesta e del tutto aliena al senso del romanzo.
Kelvin(George Clooney, unico interprete adeguato e decoroso del film)è uno psicologo che attende di partire, in un giorno d’un futuro prossimo, per la stazione orbitante di Solaris(nel film, scompare ogni allusione al pianeta: che, da pianeta composto da un solo organismo, l’oceano, sia in Lem che in Tarkovskij, qui diviene poltiglia indefinibile, mai nominata).
Nella prima scena, Kelvin sta ripensando a quando ha rotto, anni prima, la relazione con la sua compagna. Sin da questo primitivo e grezzo artificio di Soderbergh i cultori del libro e della straordinaria traduzione cinematografica di Tarkovskij comprendono che il taglio del film sarà sentimentale, sic et simpliciter. Ma il peggio deve ancora venire. Una volta sbarcato sulla stazione, il povero Kelvin-Clooney avrebbe dovuto incontrare uno dei tre scienziati, Snaut, e riconoscere in lui segni inequivocabili di un progressivo collasso nervoso; doveva risultargli misterioso, aggressivo, paranoide e spaventato. Kelvin trova invece non “Snaut”, ma “Snow”. E Snow altri non è che il ridicolo Jeremy Davies, il peggior attore dell’ultima generazione di Hollywood: un autentico pagliaccio, privo di qualsiasi talento e di qualsiasi attitudine alla recitazione.
Snaut è così divenuto, da scienziato in crisi nervosa, un esaltato trentenne che ascolta musica ad alto volume e si agita con una strana, folkloristica gestualità: incapace di assumere espressioni, il volto di Davies, nonostante la barba (scelta comune, e del resto l’unica possibile, a quella operata sullo stesso attore da Shainberg in “Secretary”), rimane incolore e inadeguato; e così, il pupazzo misterioso si muove come un rapper sotto acido, o semplicemente come un povero imbecille. Altrimenti non saprei definirlo.
Le mani di Davies artigliano l’aria e si intrecciano, nel disperato tentativo di trasmettere non emozioni, non sentimenti, non “atmosfere”, ma parole: l’unico sforzo creativo è il solito sopracciglio sollevato. Esecrabile, e totalmente avulso dal ruolo.
Kelvin incontra così questo “Snaut” sottoposto a radiazioni hollywoodiane e divenuto rapper “Snow”. Ma le sorprese negative non finiscono qua. Il mistero che doveva avvolgere la sorte del suo mentore, qui semplicemente amico, Gibarian, si risolve in men che non si dica, addirittura prima dell’incontro con Snow. Sarà lo stesso Kelvin a trovare il cadavere del suo amico, e a domandarne notizia a Snow. Snow, forse ancora in acido, intreccerà le dita e solleverà il sopracciglio, grattandosi la rada peluria.
A questo punto, vi domanderete che ne è di Sartorius.
Sartorius è diventato una donna (!), di colore (!), lucida e risoluta. Ribattezzato “dottoressa Helen Gordon”, Sartorius diviene letteralmente un altro personaggio. L’attrice, la pur volenterosa Viola Davis, già in “Traffic” e “Lontano dal Paradiso”, è l’ennesima scelta di casting totalmente sballata.
Qui non è solo estremamente deprecabile la cancellazione della figura di Sartorius, scienziato formale e ligio al dovere, sconvolto dalla visita di un omuncolo che mai vedremo e mai noteremo; (vedremo poi cosa diventa l’omuncolo, qui) qui è allucinante la scelta di costruire un personaggio del genere. Fiacco e patetico omaggio alle comunità afroamericane, fuorviante e grottesco. Molto fastidioso, decisamente antitetico allo spirito del libro.
Ci si domanda cosa c’entri una scienziata afroamericana in un film tratto da un romanzo di un narratore polacco. Misteri (ma neanche troppo, a voler guardare) hollywoodiani.
La “Sartoria” (correggo il genere) è visitata, sì, come gli altri membri dell’equipaggio: ma da chi, come e quando, non si saprà mai. Si sa solo che ha già nebulizzato il suo visitatore. Punto.
L’omuncolo di Sartorius si trasforma qui nel figlio di Gibarian (!): ennesima materializzazione (incarnazione?) di uno spettro/sogno di uno degli scienziati. Addio dunque alla scultorea venere nera del libro: qui, Gibarian è un buon papà che ha nostalgia del figlioletto.
La novità- l’ennesima- è che il “figlioletto-visitatore” è sopravvissuto al suo creatore, morto suicida, come scopriremo poi: e gironzola, giochicchiando, per la stazione, animando i suoi bui e silenziosi corridoi. Grottesco.
Altre note dolentissime. L’apparizione dell’amata: Kelvin sta dormendo, crede di sognare e la ritrova al suo fianco. Sconvolto, si accerta che sia davvero lei mettendo a dura prova la sua memoria. Fino a qui, più o meno ci siamo. Ma ecco la corruzione: incredibile: le manca il vestito senza chiusura, tratto distintivo essenziale. Allucinante: non ha la forza disumana che manifestava e nel libro, e nel film. Non spacca le porte, quando viene chiusa dentro, né deforma le pareti del razzo, quando viene sparata nello spazio. È lì: timida, insicura, fiacca. Tanto fiacca. È umanissima.
E non contrastata e impacciata come in Lem e Tarkovskij. Non affascinante e silenziosa.
Fuori contesto, aliena dallo spirito del film, inaccettabile.
La storia d’amore si nutre di altri dettagli assurdi: una gravidanza(!), un tumultuoso addio, un ritorno tardivo. Tutta un’altra storia.
Davvero, nel film, si va non a esplorare il pianeta ma a cercare specchi di se stessi. Non c’è nulla di filosofico, nulla di fanta-scientifico, come nel libro o nel film di Tarkovskij, nulla di contraddittorio.
Tutto pacifico. Kelvin è ovviamente innamoratissimo. Lei è pressoché umana, ha solamente il dono della subitanea ricostituzione delle cellule, quando si ferisce. Nessun altro aspetto alieno.
Altra aggiunta, stavolta d’origine letteraria, è l’omaggio a Dylan Thomas e alla sua “And the death shall have no dominion”. Richiamo astuto, ovviamente estraneo a Lem, accettabile soltanto per la “seconda recensione”: quella dedicata non a “Solaris”, ma a “Everlasting love”, l’altro film che avremmo voluto vedere.Qualche richiamo a Tarkovskij nelle riprese dalle spalle di Kelvin e nella ricostruzione della stazione orbitante; discrete le luci, ben studiato il solito omaggio a Blade Runner al termine del film (Kelvin, indosso uno spolverino, cammina sotto la pioggia battente, sulla Terra, in una città). Morale della favola: non è una forzatura, è una storpiatura di Lem e di Tarkovskij. Decisamente un peccato. Cast del tutto sbagliato, con l’eccezione di Clooney (forse non più sorprendente, almeno dopo “O Brother, Where Art Thou?” dei fratelli Coen). Inaccettabile Jeremy Davies: inizio una campagna per boicottarlo, non lo tollero più sugli schermi, è un insulto all’arte.
Film da cancellare.
A proposito del film che poteva essere “Solaris” se si fosse chiamato “Everlasting Love”.
Mi piace adesso immaginare di essere entrato in sala senza aver letto il romanzo di Lem e senza aver visto il film di Tarkovskij. Mi piace immaginare di essere andato al cinema a vedere il nuovo film di Soderbergh, una novella sentimentale ambientata in una stazione orbitante, su un pianeta misterioso, in un futuro lontano. L’idea viene da un bel romanzo: l’adattamento è liberissimo.
Incuriosito dalla trama, mi segno sull’agendina comunque il nome del libro: andrò sicuramente a cercarlo.
Mi sbraco sulla poltroncina, assieme agli amici esteti. Il film incomincia.
Titolo: “Amore immortale”. Nessun tradimento agli spettatori, tutto già anticipato nel titolo.
E scopro una storia d’amore tenera e bellissima, d’un amore che va forse a vincere la morte e si tinge di sogno e poesia; una novella sentimentale, appunto, senz’altra pretesa che non sia il tentativo di rapire e commuovere lo spettatore; e può riuscire nell’impresa, perché racconta con gentilezza e garbo. Nonostante i personaggi secondari siano interpretati da un’attrice mediocre e da un cane inguardabile, Jeremy Davies, il film non dispiace e lascia qualche sentimento.
La trama si può così sintetizzare: uno psicologo in crisi esistenziale, Kelvin, viene convocato dall’amico Gibarian sulla stazione orbitante di un pianeta lontano. Appena giunto, Kelvin dovrebbe incontrare Gibarian e altri due scienziati: purtroppo, scopre subito che l’amico è morto. Ancora sconvolto, va incontro agli altri due colleghi per capire cosa sta accadendo.
Rimangono imprecisi, nel loro racconto: spiegheranno con calma ogni cosa quando ciò che è accaduto loro sarà accaduto anche a Kelvin. E ciò che è accade è questo: nella stazione, si incarnano in forma umana gli spettri e i sogni di ciascuno degli scienziati. Lo spettro in carne e ossa di Kelvin è la sua ex moglie, morta suicida qualche anno prima.
Ma è davvero una creatura aliena creata dal pianeta, o è la reincarnazione del perduto amore?
Kelvin potrà amarla nonostante lei sia solo “l’immagine”, la “superficie” di quel che era “in vita”, sul pianeta Terra, o dovrà abbandonarla, riconoscendola come singolare proiezione mentale?
Film che dunque si fa riflessione sull’amore, sui rimorsi, sui rimpianti, sulla morte: senza mai eccedere, rimanendo in ambito poco più che sentimentale, evitando bruschi cambi di registro(eccetto nella caratterizzazione fuori luogo di “Snow”, uno dei due scienziati della stazione:Jeremy Davies).
Pellicola di luci e ombre, d’ambientazione inconsueta e argomento canonico: discreta, adatta a una serata senza impegni. Non memorabile, ma ben confezionata.
Il problema è che questo film non esiste. “Everlasting love” non è stato girato, per presunzione o ragioni pubblicitarie. Soderbergh ha riscritto “Solaris”, e ha sporcato un bellissimo romanzo e, forse, la fama di uno splendido film con una serie di sciatterie e di inesattezze imperdonabili. Tornare a Tarkovskij, in ogni caso, è a questo punto un imperativo categorico.
Regia e screenplay: Steven Soderbergh.
Tratto da un romanzo di: Stanislaw Lem.
Direttore della fotografia: Peter Andrews (alias Steven Soderbergh).
Montaggio: Mary Ann Bernard, Steven Soderbergh.
Interpreti principali: George Clooney, Natasha McElhone, Viola Davis, Jeremy Davies, Ulrich Tukur.
Musica originale: Cliff Martinez.
Produzione: Charles Bender, James Cameron, Gregory Jacobs, Jon Landau.
Origine: Usa, 2002.
Durata: 99 minuti.
Info Internet: http://www.solaristhemovie.com/
Gianfranco Franchi, Lankelot, aprile del 2003. Donec ad metam.
Prima pubb: Lankelot.com
IN LANKELOT:
Soderbergh Steven - Che. L'argentino - Léon
Soderbergh Steven - Delitti e segreti - baol70
Soderbergh Steven - Sesso, bugie e videotape - franchi
Soderbergh Steven - Solaris - franchi
Soderbergh Steven - The Limey - franchi
Commenti
A proposito di ?Solaris?,delle sue origini e dei suoi illustri antecenti. (riservato a chi ha letto il libro di Lem e visto il film di Tarkovskij)
Conosco solo gli "illustri antecedenti". Evitai di vedere il film proprio dopo aver letto questa tua pagina. Quando si dice fiducia piena.
Questa tua rec, Gianfranco è una delle più belle scritture da te poste in Lanke, credimi. Un?emozione così l?ho provata leggendoti per Ungaretti.
Poi ciò che scrivi è vero.
Infatti, subito mi si affaccia il primo sublime traduttore cinematografico di Solaris, Andrei Tarkovoskj e con lui il confronto con tutto un cinema della dilatazione temporale e dell?abbandono alla vertigine audiovisiva di cui grandi esponenti furono in quel periodo Antonioni come Bergman, come Bresson, vale a dire tutta una genia di cineasti in cui la riflessione sull?occhio lenticolare del cinema si trasformava in ricognizione realmente fantascientifica sul paesaggio mentale dell?uomo e sulla sua irrimediabile solitudine,trasformando l?esperienza visiva dell?uomo in esperienza interiore (tutt?altro che oggettiva) smontando pezzo a pezzo le categorie filosofiche (e sociali) che a quell?ordine percettivo si riferivano e su cui si fondavano.
A Chris Calvin di Clooney si prospetta, prima che un viaggio nello spazio, un viaggio nello sguardo, nell?occhio impassibile e fantasmatico che contiene e rilegge un passato tragico e sempre rifiutato. Contrapposta a lui la moglie ritornante, il clone mentale di un amore finito, che, come spettatore-attore (o come gli androidi di Blade Runner) si riappropria di un passato-presente non suo per il puro desiderio di vivere. Certo non siamo alla dilatazione temporale di Tarkovskij, alla sua tensione trascendente, ma sempre di viaggio-deriva metafisica si tratta. Più che altro a Soderbergh piace sottolineare il tormento di una mente troppo analitica e raziocinante di fronte al desiderio, il tutto nello spazio galleggiante e fluido (come quello della mente e della memoria) di una stazione spaziale.
Bello.
Raffaella
P.S.anziché sistemare qui il mio commento, questa mattina l'ho posizionato nella tua rec di Lem. Perdona l'errore
(è un commento così bello. Grazie davvero).
non sarà mica che questi presunti commercialisti dell'impegno siano dei veri e propri ragionieri del bello? Magari a volte non gli tornano i conti o gli tornano bene le entrate. Beh, lo devo vedere. Poi ne riparliamo. Gran pezzo, mister Franchi
ave amice:). tienimi informato...
[Soderbergh] Impaginazione e
[Soderbergh] Impaginazione e archivio.