Silverman David

The Simpsons Movie

Autore: 
Silverman David

Si poteva nutrire una comprensibile preoccupazione alla vigilia dell’uscita di questo lungometraggio: non è il primo e non sarà neanche l’ultimo tentativo di una serie animata di uscire dalla serie (perdonate il bisticcio) ed arrivare sul grande schermo. I Simpsons sono la serie televisiva  di maggior successo da tantissimi anni e l’attesa era alle stelle e nondimeno ripeto il timore, la preoccupazione che il film potesse essere una brutta copia lunga e noiosa della classica striscia di venti minuti trasmessa quotidianamente sulle reti Mediaset.

L’autore della fortunata serie, il geniale Matt Groening, ci ha fatto a lungo attendere questo progetto lasciato a decantare per anni nella cantina. Quanto è vero che il vino invecchiato sia più buono tanto è vero che questo lungometraggio si dimostra all’altezza della serie televisiva. Il presagio negativo era dato da una generalizzata stanchezza nel plot di un numero sempre maggiore di puntate delle ultime serie, nelle quali si avvertiva fortemente una certa rimacinatura, un senso di già visto piuttosto preoccupante, ma che riusciva ad essere mascherato grazie alle trovate degli straordinari sceneggiatori-autori della serie.

Se l’arrivo di altre serie televisive non aveva minimamente scoraggiato ne diminuito i telespettatori, e anche le altre serie (South Park, Griffin etc) non potevano non confrontarsi e spesso cozzare (citare, plagiare, riproporre fate un po’ voi) lo schema tracciato dalla penna di Groening, d’altra parte si avvertiva una minore freschezza dei contenuti non tanto dovuta all’incapacità degli autori (che sembrano sinceramente possedere scorte inesauribili di idee) quanto alla mancanza di sviluppo dei personaggi: Bart avrà sempre 10 anni, Lisa 8, Homer 36. Bart alla fine di ogni puntata comprende di aver sbagliato, ma nella puntata successiva, questo viene azzerato. Il compito degli sceneggiatori è quindi notevolmente arduo, un po’ come una partita a Snake (celebre gioco per cellulari) nei quali si è nei panni di un serpentello piccolo all’interno di un recinto e bisogna evitare che il rettile tocchi i bordi, all’inizio è una passeggiata in quanto Snake è piccolissimo, ma man mano che il gioco va avanti diventa sempre più difficile se non impossibile non farlo scontrare col recinto. Tanto di cappello alle menti dunque.

Dunque il film arriva in un momento piuttosto delicato per la serie e ha il doppio compito di farci ridere e stupirci. Non perdiamo tempo perché ci riesce. Innanzitutto come Groening stesso aveva precisato alla vigilia dell’uscita del “movie”, non vengono utilizzati potenti effetti speciale “per far vedere quanto siamo bravi con la computer grafica”, si son limitati a caricare maggiormente i chiaroscuri dei personaggi e ad abbellire e definire gli sfondi: già solo per questo ha un punteggio di simpatia tutto speciale: porsi a lottare contro Disney Pixar e Dreamwork animation, in un combattimento che sembrerebbe impari, porta (o mi porta) a schierarmi con il più debole. D’altra parte l’esercito degli agguerriti onnivori di postmoderno autori dei gialli, non teme confronti e se si mette sotto non ce n’è per nessuno. Compare anche Groening tra gli autori, lui che per anni se n’era stato in panciolle a mettere il bollino con la sua firma sul prodotto finito.

Il lavoro inizia con Grattachecca e Fichetto (Itchy e Scratchy) il cartone animato preferito di Bart che fa il verso a Tom e Jerry, ma ne decuplica a dismisura la violenza, il cartone viene interrotto da Homer che si lamenta del fatto che è un’inutile spesa andare a vedere al cinema una serie televisiva che si potrebbe guardare comodamente a casa senza pagare niente.

Perché i Simpsons sono nichilistici e autoironici, e non solo fagocitano tonnellate di cultura musicale, cronachistica, sociale e ce la rigettano in un impasto meraviglioso di citazioni colte e coltissime, di fanatismi fumettistici e seriali,  geniali e sfrontati vendono milioni di gadgets con i loro prodotti e allo stesso tempo denigrano il sistema del consumismo, da americani criticano gli americani, hanno una precisa ideologia politica alla quale puntualmente mostrano il sedere, mai retorici, mai banali, se alla fine di ogni puntata offrono una morale questa non è imposta come dogma necessario ma valutabile. Ed eccoci qui a guardarli sul grande schermo: con una sola battuta in incipit di Homer ristabiliscono il contatto col pubblico, che si accomoda meno preoccupato sulle seggioline rosse, meno preoccupato in quanto è stato chiamato in causa, preso in giro giocosamente. Potremmo dire che questo film sia come un’episodio della serie piuttosto ispirato e diluito in più di un’ora? Si e no.

Si, perché c’è la volontà di non allontanarsi troppo dallo schema narrativo che ha reso i Simpsons tanto amati: si parte da una situazione del tutto casuale che tutto si possa immaginare tranne che arrivi a quell’epilogo. No, perché vi è una prima parte del film in cui si susseguono una caterva impensabile di situazione comiche (stupende fra l’altro) che però hanno un impercettibile scollamento con la seconda parte della storia, come un avere una serie di idee e concentrarle tutte lì all’inizio per convincere lo spettatore della bontà del progetto.

Con questo non voglio dire che la seconda parte sia arida di situazioni comiche; anzi, aumentano di corposità e classe. Voglio solo dire che appare abbastanza nettamente la volontà di piacere a tutti i costi e a tutti. Si punta tantissimo su Homer, divenuto lentamente il personaggio più amato della serie, per la sua incapacità totale e bonaria, per il suo attaccamento un po’ particolare alla famiglia e rivolto ai figli e alla moglie dice più o meno:

“a furia di stare con voi in tutti questi anni mi sono affezionato”.

Dove possiamo vedere questa volontà di piacere? Nella volontà di calibrare tutto al millimetro, in un meccanismo sin troppo perfetto, ritmo pausa ritmo ritmo pausa ritmo instancabilmente. Quando Homer viene salvato da una pettoruta autoctona dell’Alaska, ha una visione, lì il mio cuore che ancora batte per la scena degli elefanti rosa in Dumbo, si aspettava almeno un paio di minuti di potere surreale, invece la scena viene congedata in una citazione piuttosto sterile di Escher e in un’altra frettolosa che ricordava vagamente Dalì. Dal punto di vista del ritmo tutto ineccepibile, ma mi viene profondamente da dire “eddai rischiate un po’, chissenefrega se perdete per un attimo il pubblico, lo so che anche a voi piace questa roba”; invece niente mannaggia. Non so quanto possa dipendere dai tagli del doppiaggio italiano, ma mi erano giunte notizie di umorismo sull’Iraq e sulla politica estera americani che invece non ho riscontrato, giusto appare Schwarzenegger come (non tanto improbabile ormai) presidente degli Stati Uniti.

 Insomma il risultato a mio parere è questo: un film che nell’adattamento grafico al grande schermo non si discosta di tanto (meglio così) dall’originale serie televisiva; ha il difetto di essere poco incisivo negli spunti satirici (molto, molto pochi), e il pregio di aver trovato nuova linfa nelle numerose gag che compongono il lungometraggio. Difetta nel non volersi dilungare là dove le possibilità del grande schermo avrebbero potuto offrire maggiori possibilità visionarie che ne avrebbero indubbiamente allontanato il lavoro dal contesto della serie ma lo avrebbero reso sicuramente più autonomo (spero ancora che nel dvd i contenuti speciali possano dissetare questa mancanza), e ha il merito di aver messo insieme un prodotto senz’altro notevole: superiore a moltissime puntate delle ultime serie.

Elio Satta, "Ryoga", Settembre 2007.

http://www.imdb.com/title/tt0462538/ - scheda completa su IMDB
http://www.nonsolocinema.com/nsc_articolo.php3?id_article=7698 Non Solo Cinema

Mmcos? Uoooseee

ISBN/EAN: 
8010312075360

Commenti

Ma cos? uooosssseeee

Impaginata. I tag vanno separati da virgola:).
Adesso ti cerco i credits

"si son limitati a caricare maggiormente i chiaroscuri dei personaggi e ad abbellire e definire gli sfondi: già solo per questo ha un punteggio di simpatia tutto speciale: porsi a lottare contro Disney Pixar e Dreamwork animation, in un combattimento che sembrerebbe impari, porta (o mi porta) a schierarmi con il più debole."

> Mi incuriosisce molto il parere di Leon in proposito.

"Perché i Simpsons sono nichilistici e autoironici, e non solo fagocitano tonnellate di cultura musicale, cronicistica, sociale "

> D'accordo. Elio, "cronicistica"? Sta per?

attualità di cronaca?

Guardo sul lessico Treccani, De Mauro mi ha tradito. Momento
(pezzo buono, chiaro e appassionato. Da vero fan, ma con il tuo stile. Aspetto sempre l'opera omnia di Chaplin;) )

Sembra più vicino a "cronicismo". der. di "cronico".
(stato di male cronico e di chi ne è affetto).

Suggerirei: "cronachistica".

3 - Ho visto solo il trailer, Franco, quindi non ho potuto far gran che caso agli aspetti formali. Sul discorso Dreamworks, Disney, Pixar e affini la mia preferenza va a chi non è citato: i giapponesi dello Studio Ghibli, come puoi immaginare, che in questi anni hanno - a mio modesto parere - costruito film d'animazione incantevoli (La principessa Mononoke, La città incantata, Una tomba per le lucciole, Nausicaa, Il castello errante...). Questa è l'animazione che amo, sia per raffinatezze formali che per contenuti. Quelli che amo meno sono i film della Pixar (visti un paio, non amo né grafica né contenuti).

Comunque bel pezzo, Elio, appassionato, come giustamente nota Franco.

"ha il difetto di essere poco incisivo negli spunti satirici (molto, molto pochi), e il pregio di aver trovato nuova linfa nelle numerose gag che compongono il lungometraggio": concordo. nel complesso l'ho trovato anch'io notevole, a tratti corrosivo come da tradizione, la seconda parte un pò lenta e meno ispirata forse, comunque risultato pregevole.

Concordo: prima mezz'ora travolgente, poi un po' a singhiozzo con la "menata" sulla famiglia che sembra essere un dazio obbligato per gi americani. Però anche lì, in fondo, conserva un suo stile.

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