Shyamalan Manoj Night

The Village

Autore: 
Shyamalan Manoj Night

Sullo schermo si srotola una storia che non ci si aspettava con le sue immagini dalle tonalità sfumate, con i suoi contorni indefiniti mentre il suono segue la direzione impressa dalle “forze occulte” della cabina di regia. Sì, ma quale regia? Quella che dirige il film o quella che ha architettato lo svolgersi degli eventi all’interno della storia cinematografica?I codici per scoprire la verità non sono poi così lontani da quelle prime scene, da quei primi commenti sfuggiti dalle labbra degli “anziani”, tra gli anfratti di una sceneggiatura corposa quanto lineare. Chi si aspetta un thriller paranormale si troverà con un pugno di mosche in tasca, ma non è detto che resti deluso, perché di elementi vivaci e di punti di discussione ne ha parecchi. Voci umane, voci del vento, fruscii e silenzi, ombre e chiazze di colori accesi compongono questa incursione nel “profondo di noi stessi”, nella paura ancestrale verso l’ignoto che è, in definitiva, “The Village”.

Un villaggio di fine ottocento si è formato in una vallata, i cui confini sono ben delimitati dalle torce che illuminano le linee di demarcazione con il bosco. Non è possibile andare al di là di esse. È proibito dagli “anziani” di Covington che vogliono proteggere i loro cari dalle “creature innominabili”. E di queste se ne discute tanto a scuola, in chiesa, nelle case. Il male deve restare fuori dalle loro vite. Sono anni che quelle creature non invadono il villaggio, per un patto reciproco, ma la loro presenza si avverte chiaramente, attraverso il rimbombare dei loro sinistri versi, degli animali scuoiati trovati nei dintorni, nelle prove che i giovani affrontano nei pressi dei limiti per diventare adulti.All’interno del cerchio chiuso della loro comunità, invece, si consumano vite di chi è ancora legato al dolore dei ricordi e di chi, invece, è proiettato in avanti, forse anche più del previsto.

Catalogare questo film in un genere ben definito è cosa piuttosto ardua, perché è ovvio che trattasi di una combinazione di elementi diversi. Tutto l’insieme non è come appare ed un evento drammatico porterà la guida del villaggio a dover fare una scelta. Il congegno architettato depista anche quando si credeva di aver trovato la chiave capace di aprire l’incastro, tra quelle nebbie sottili che avvolgono il mondo dei “villagers” e quei picchi di colore che simboleggiano le due realtà: il rosso ed il giallo. Il rosso, il colore del male che attrae le creature innominabili, è bandito dal villaggio. Il rosso che riveste il corpo e l’ombra scura delle creature è un segno di pericolo e di aggressività. Persino un fiore cresciuto spontaneamente al di fuori del bosco viene estirpato, cancellando di fatto ciò che l’impollinazione e il vento hanno generato. Le pennellate di rosso, che lasciano sulle case quelle creature come avvertimento, rievocano episodi biblici che non lasciano indifferenti a chi sa distinguere la volontà di isolamento totale.  Il giallo, al contrario, è quello delle bandiere che delimitano i confini della vallata, quello dei mantelli della gente che vi abita, quello dei prati che circondano le case. Il giallo è il colore della gelosia, in termini di interpretazione comune, ma è anche quello che indica l’attenzione, il calore, la luminosità e il desiderio di libertà che può ben identificare la volontà positiva del mondo protetto e autogestito del villaggio. La scelta di esso, da parte degli anziani del villaggio, idealizza il desiderio di cambiamento e la speranza che il male non torni a dominare nelle loro vite. La regia, quindi, evidenzia quelle tonalità accese tra il grigiore e le sfumature della natura. I due colori sono emblematici perché hanno in sé caratteristiche del bene e del male. Il rosso identifica anche l’amore e il calore. Il giallo quello dell’impulsività e del mistero. Entrambi possono dominare a seconda delle inquadrature nitide, oppure con il riflesso sull’acqua del ruscello. Le immagini sono potenziate o meno dalla voglia del regista di attirare l’attenzione dello spettatore su un dato elemento. Il giallo ed il rosso non sono le uniche scelte, perché tutto ciò che si racconta attraverso la fotografia si concentra sulle tonalità. Uno dei protagonisti, privo della vista, “vede” le persone sulla base dell’aura che esse emanano. L’unico a non aver paura delle creature innominabili che osa avventurarsi oltre i confini del villaggio è anche una persona serena e nobile d’animo. Probabile che la sua aura sia di colore giallo e, per questo motivo, non gli serva il mantello di protezione nei territori del male.   La gente che costituisce il centro vitale della vallata sembra ricordare gli Amish, la comunità autogestita che ancora abita alcune zone degli Stati uniti. Essa si trova fuori dalla logica della città, vivendo e prosperando attraverso i prodotti che la terra può offrire. L’idea di quel villaggio però reca con sé anche un sottile messaggio politico conseguente alle reazioni dell’11 settembre 2001, alla volontà di isolamento.

I segreti che si celano tra quelle case, sussurrati da un orecchio ad un altro, di pensiero in pensiero, sono vibranti di amore. Segreti dolorosi, chiusi nell’anima di chi non ha voluto più affrontare le tante facce del male della vita, alienandosi da essa. Da qui la costruzione di un mondo perfetto, di una realtà ideale, scevra di personalismi, di cattiveria e che ha abolito il denaro, come simbolo supremo della fonte originaria del male. Fuggire per sempre, tuttavia, si rivela essere cosa assai difficile soprattutto se il male può covare al di dentro senza che nessuno possa fermarlo. La disillusione genera una crisi e questa andrà comunque affrontata. 

Nel piccolo nucleo di quell’alveare pacifico e laborioso spicca la storia di due anime che non si toccano per non far scorgere all’altro ciò che non si desiderare far vedere.Una ragazza priva della vista che ha dentro di sé le energie vitali per tutto il villaggio, che corre come un ragazzo, desiderando di poter fare, di poter agire come un uomo. Parla e rivela tanto, senza reticenza, con una mente agile e piena di meraviglie. Sarà lei, l’unica ad affrontare le paure ataviche di tutti. Contrapposto a lei, ma legato da un filo di memoria e di empatia amorosa, un ragazzo taciturno, chiuso e sensibile che non ha alcuna paura di ciò che non conosce. Il ritardato e la cieca del villaggio: la coppia che sa ergersi sopra tutti gli altri. L’intromettersi di persone atipiche, purtroppo, rovescerà la situazione e quel mondo perfetto sarà in pericolo come mai prima di allora. Sacrificare qualcuno per il bene di tutti o agire secondo coscienza per salvare una vita, nonostante il rischio? Il dolore di una perdita non può riversarsi anche sulle successive generazioni. La suspense arricchisce con quei suoi colori contrapposti, con le forze della natura che si sentono amiche e nemiche allo stesso tempo, con quel muoversi degli alberi verso il cielo, in una danza macabra e tormentata. I silenzi dell’ansia, i respiri affannati, gli sguardi vacui e disperati di chi non vuole arrendersi non si dimenticheranno facilmente.

Un cast di tutto rispetto, di vecchie e nuove glorie che si fanno scoprire poco alla volta, sotto quegli abiti ottocenteschi. La carrellata si apre con William Hurt, quasi irriconoscibile con le rughe ormai del tutto naturali e la barba di Edward Walker, uomo saggio che sa guidare la comunità anche nei momenti di maggiore pericolo. Fate attenzione al suo cognome perché potrà rivelare sorprese che non ci si aspettava. Non attendetevi però parentele con il Walker Texas Ranger dei telefilm. La di lui figlia sullo schermo, Ivy Walker, è la graziosa, nonché grintosa, non vedente che ha dentro si sé gli altri sensi molto sviluppati. La sua ricettività alle persone e agli eventi la gratificheranno di ciò che la natura non le ha donato. La vera sorpresa del film è lei, Bryce Dallas Howard, la figlia al di qua dello schermo di quel Ricky Cunningham poi diventato regista (Ron Howard). Si muove a tratti come una moderna Biancaneve nella foresta nera ed una più matura Cappuccetto Rosso inseguita dal lupo cattivo. Il tutto emettendo una luminosità che la distingue dagli altri personaggi. Un personaggio tutto d’un pezzo, come eravamo abituati a vederla, è Sigourney Weaver che per l’occasione veste i panni della signora Hunt, una degli “anziani” del villaggio. Una matrona impassibile che nasconde un cuore spezzato, ma che non riesce a convincere più di tanto. Lucius Hunt, il figlio di lei, il personaggio interpretato da Joaquin Phoenix, è quell’essere sensibile che vuole a tutti i costi attraversare il bosco per scoprire cosa si nasconda tra i suoi alberi. Un’interpretazione monotona e slavata la sua, ma non è lui il perno del film e lo capiremo ben presto. Non manca un attore come Adrien Brody, conosciuto ne “Il pianista” con la sua mimica facciale da ritardato del villaggio così geloso della piccola non vedente da far sfociare con una lucida follia tutto il male che è in lui.  E poi da ultimo Michael Pitt, il giovane studente in “The Dreamers”, che vediamo spaventato ed infreddolito nelle notti gelide a far da guardia ai confini del villaggio. Impaurito come tutti gli altri si rifiuterà di avanzare nella foresta con la piccola Ivy. 

L’ultima prova di Shyamalan offre diversi spunti di riflessione, puntando tutto su una buona fotografia, sui costumi e sulla musica che si ricollega ai picchi di “Twin Peaks”, con tutti quegli elementi naturali che sono pronti ad annunciare sorprese che gli eventi umani o soprannaturali sono in grado di originare. Su tutte le interpretazioni degli attori presenti, alla fine si punta su quella della piccola di casa Howard, che da sola riesce a catalizzare l’attenzione per tutto il film, ma ciò non basta. I nomi ci sono, ma spesso sono poco valorizzati dalla regia. La buona fede e l’impegno certamente si vedono, ma la lentezza della parte iniziale non aveva ragione di essere, viste le premesse. C’è chi lo addita a maestro, ma le prove del regista dopo “Il Sesto sensonon riescono a mantenere la stessa lucidità creativa. Come in “The Signs”, lo stesso accade con “The Village”,  che pure è di un livello tecnico superiore. I colpi di scena e le rivelazioni finali di una storia che si credeva tutta diversa, purtroppo, non sono esperimenti nuovi sia nel cinema di Shyamalan che in quello di altri contemporanei. Alla fine si resta intorpiditi per ciò che si era vissuto a primo impatto e quanto scaturisce dalla riflessione del dopo film.

Regia: Manoj Night Shyamalan. Soggetto e Sceneggiatura: Manoj Night Shyamalan. Fotografia: Roger Deakins. Montaggio: Christopher Tellefsen. Scenografia: Tom Foden. Costumi: Ann Roth. Interpreti principali: William Hurt, Bryce Dallas Howard, Joaquin Phoenix, Adrien Brody, Brendan Gleeson, Sigourney Weaver. Musica originale: James Newton Howard. Produzione: Touchstone Pictures. Distribuzione: Buena Vista International Italia. Origine: Usa, 2004.  Durata: 107 minuti.  

Movida, novembre 2004. Già inserita in Lankelot.com

 

 

ISBN/EAN: 
8007038053840

Commenti

sono ancora perplessa.
una visione è sufficiente,una volta conosciuto il finale...

Mah, l'ho deriso per tutta la visione :)

A me tutta la parte iniziale e l'ambientazione erano piaciute molte, forse perchè fanno un po' parte del mio immaginario e di alcuni posti che ho visto da piccolissimo ma il proseguio tradisce un po' tutto.

E anche questi finali a sorpresa hanno un po' stancato.

2 e 3. Al cinema emanava un certo fascino, sicuramente amplificato, che suggestionava molto per tutta la prima parte...e poi appunto quel finale, certo sensato...ma stravolge un po' tutta la visione (o aspettativa) che avevi. Infatti non l'ho più rivisto..:)

"C?è chi lo addita a maestro, ma le prove del regista dopo ?Il Sesto senso? non riescono a mantenere la stessa lucidità creativa. Come in ?The Signs?, lo stesso accade con ?The Village?, che pure è di un livello tecnico superiore. I colpi di scena e le rivelazioni finali di una storia che si credeva tutta diversa, purtroppo, non sono esperimenti nuovi sia nel cinema di Shyamalan che in quello di altri contemporanei. Alla fine si resta intorpiditi per ciò che si era vissuto a primo impatto e quanto scaturisce dalla riflessione del dopo film. "

> Uno dei momenti di maggiore divertimento al cinema, negli ultimi anni, è stato proprio l'apparizione di quel ridicolo alieno in "The Signs", uno dei film più paranoici che ricordi - all'epoca l'avevo accostato a un film di Fincher con la Foster, che ora ho del tutto rimosso, con lei chiusa in casa contro un ladro, una cosa del genere.

Mi aspettavo - come tutti - grandi cose da questo film che si rivela, invece, incredibilmente deludente proprio nel finale. Peccato, davvero, perché sin là aveva tenuto - vado a memoria - discretamente bene.

Altro ottimo & necessario recupero:)

Primo tempo discreto, secondo che lascia più di una perplessità: nel complesso un film insufficiente. Ma Shyamalan è riuscito addirittura a far peggio con "Lady in the water", a mio avviso. L'ultimo non l'ho visto, volutamente.

5. e se pensi che ad una prima visione a me era anche piaciuto Signs..eheheh

6. assolutamente d'accordo...

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