Una tragicommedia, dove sono ibridati grottesco e disperazione, isolamento e ipercomunicazione, poteva incappare in una serie di contraddizioni determinanti per una mancata riuscita. Non è questo il caso di “Secretary” (Segretaria), interessante pellicola americana, che si rivela all’opposto pregevole almeno per un paio di elementi che sottolineeremo a breve.
La trama è piuttosto semplice da sintetizzare: Lee Holloway, una giovane masochista (Maggie Gyllenhaal, qui nel suo primo ruolo da protagonista principale), reduce da un ricovero in una clinica psichiatrica, risponde ad un’offerta di lavoro come segretaria di un avvocato.
L’ambiente familiare della ragazza è triste e desolato: il padre, alcolista non nuovo alle violenze domestiche, è impegnato a disintoccarsi; si staglia come una figura grigia, negativa e oppressiva. La madre è fragile ed eccessivamente protettiva; non lascia mai sola la ragazza, sigilla i cassetti per impedirle di rimediare qualcosa con cui ferirsi, la accompagna ovunque. Lee risponde all’annuncio, ed entrando nell’abitazione-studio legale dell’avvocato Grey (James Spader, già apprezzato in “Sesso, bugie e videotapes”) fa appena in tempo ad incrociare l’ex segretaria, fresca di licenziamento: rapido scambio di sguardi, Lee s’accorge che la collega sta piangendo, e si addentra, titubante, nel salone.
Dopo un colloquio piuttosto atipico e glaciale, nel corso del quale l’avvocato sbriga le formalità con una raffica di domande volte più a indagare il passato e il presente di Lee che le sue attitudini professionali, senza trascurare neppure di informarsi in merito all’attività sessuale della ragazza, Lee viene assunta. Ne deriva una relazione erotica sadomasochista, morbosetta e ossessiva; che sfocia, a volte, nel grottesco, senza tuttavia tradursi nel patetismo o nello squallore.
L’intesa tra Lee e Gray è sempre più incandescente; ben presto iniziano a costruire un proprio codice di comunicazione privato, giocato su sottintesi e allusioni, provocazioni e voyeurismo.
Ciononostante, Lee intreccia una relazione con un vecchio conoscente, Peter (Jeremy Davies, il peggior attore della nuova generazione hollywoodiana, già detestabile e detestato tanto in “Million Dollar Hotel”, nel ruolo del protagonista, che in “Saving private Ryan”, nel ruolo del furiere): come lei, Peter è reduce da un ricovero in clinica psichiatrica; è scattoso, insicuro, debole e ansioso.
In questa relazione Lee è totalmente succube del desiderio di Peter; non ne è innamorata, non ne è neppure affascinata; lo giudica anonimo, evidentemente. Eppure Peter insiste, e il suo sentimento è tanto intenso da convincere la ragazza ad abbandonarsi. Ma si abbandona senza passione; ama e desidera soltanto l’avvocato Gray. Che non la possiede: la provoca, la sculaccia(letteralmente, ovvio), la stuzzica, ma non fa mai l’amore con lei.
Attorno a queste relazioni pericolose si dipana la trama del film, mai noioso e mai prevedibile; in qualche tratto, piuttosto pleonastico e didascalico, e tuttavia non lento.
Veniamo agli elementi pregevoli annunciati in apertura di pagina.
Un grande merito di questo “Secretary” risiede nell’aver raccontato una trama che si sbarazza dei pesanti e ripetitivi cliché della commedia sentimentale, non giocando, come è già avvenuto in passato, sul noir o sul documentarismo delle miserie umane, ma raccontando un amore che non si fonda sulla tenerezza e sulla dolcezza, ma sulla violenza e sul dominio di una personalità su un’altra: e raccontando questo amore di violenza e dominio con naturalezza e semplicità, senza mai cedere ai moralismi o ai bigottismi o ai qualunquismi.
Il registro rimane uniforme: è una tragicommedia, come si scriveva, non nasconde il dolore e la sofferenza domestica di Lee, né la freddezza glaciale che circonda la maniacale esistenza professionale e sentimentale di Gray: eppure, negli slanci e negli eccessi del loro curioso-furioso amore, non si percepisce “vizio”. Anomalia, certo, e deviazione: ma non brutalità, né, al contrario, pietà. Riconosciuto il merito all’originalità della trama, andiamo a demolire un luogo comune che ha accompagnato il lancio pubblicitario del film: ossia, che fosse eroticamente incandescente.
In tutta franchezza, non trovo scandalose né le scene di autoerotismo(ben più evocative che descrittive, e decisamente utili nella costruzione psicologica dei personaggi), né le scene di “sadomasochismo”: i rapporti tra Lee e Peter, poi, sono più teneri e farseschi che provocanti.
C’è probabilmente una scena, attorno alla fine del film, ambientata nello studio di Gray, che esalterà i voyeur (e ricorderà qualcosa a chi aveva visto “Tokyo Decadence”): ma si immagina, si racconta, non si mostra né si ostenta. Non c’è esibizione. E se questa è esibizione, l’arte si appresta a tornare a dipingere i pannoloni attorno al sesso degli angeli.
Appurato dunque che il film è al limite erotico, ma non pornografico come si voleva suggerire, titillando le curiosità di certo pubblico, procediamo nell’accennare gli elementi notevoli della pellicola di Steven Shainberg.
Il cast mi sembra felicemente assemblato: l’interpretazione di James Spader, su tutte, sembra la più felice, giocata com’è su un’espressività molto efficace e su una fisicità decisamente credibile. Un plauso almeno al portamento curvo e depresso di Maggie Gyllenhaal: poteva rivelarsi una pecca, se fosse stato appena più artefatto; spalle piegate all’interno, braccia pendule e falcata irregolare rendono il personaggio molto aderente alla realtà. Eccellenti i tic e la filiforme struttura fisica. Tuttavia, devo ammettere che non riesco a nascondere l’irritazione per la nuova interpretazione di quel burattino di gesso che è Jeremy Davies, nel ruolo dell’innamorato Peter.
Un attore scadente, irritante, esteticamente sgradevole e artisticamente insignificante. Inaccettabile, come già nel ruolo da protagonista nel grezzo “Million Dollar Hotel” di Wenders e nel cammeo recitato nel propagandistico “Saving private Ryan” di Spielberg. Davies non ha alcuna espressività né alcuna attitudine alla recitazione: farraginoso, zoppicante, si estenua a inarcare le sopracciglia per trasmettere un colore, pur sbiadito, al suo ruolo. L’effetto è obiettivamente irritante e nauseabondo: istintivamente, ho cercato il telecomando per schiacciare fast forward. Svantaggi del cinema. Attendo sempre che qualcuno mi racconti quali siano i misteriosi talenti di questo oscuro ragazzotto del Michigan.
“Secretary” è un prodotto statunitense atipico; non convenzionale, non politicamente corretto, moralmente difficile da digerire, probabilmente, per certa parte del pubblico.
Oltretutto, lo spettatore assiste, in conclusione, alle vite di un avvocato sadico, di una segretaria masochista, di un padre di famiglia alcolista e violento, di una madre soffocante; si assiste ad uno spaccato di vita professionale che dire deludente e deprimente è riduttivo, si assiste alla ripresa psicologica di due giovani internati in una clinica psichiatrica, e si è testimoni del loro infelice amore; si assiste ad una fase nella vita di cittadini della middle class statunitense, e certamente quel che è raccontato angoscia: questo non possiamo nasconderlo. Diciamo che se si voleva contribuire a suggerire lo stato di crisi e di sofferenza delle famiglie e dei cittadini nella società americana, l’obiettivo è stato pienamente raggiunto (“A proposito di Jack” non era da meno, se è lecita la rapidissima associazione di idee).
Tragicommedia tinta di grottesco e, direi, debitrice di quel “realismo” che già contraddistingueva lo splendido “Magnolia” e l’intrigante, pur nell’esibito compiacimento, “American Beauty”. Sembra davvero che la cinematografia americana stia denunciando la decadenza della loro società: con discrezione, certo, e senza scrivere un manifesto; ma in progressione, e mi pare davvero che non manchi molto all’autodafè.
Lankelot, Gianfranco Franchi, Aprile del 2003. Prima pubblicazione: Lankelot.com
Regia: Steven Shainberg.
Soggetto e sceneggiatura: Erin Cressida Wilson, Mary Gaitskill.
Tratto da un racconto di: Mary Gaitskill.
Direttore della fotografia: Steven Fierberg
Montaggio: Pam Wise
Interpreti principali: James Spader, Maggie Gyllenhaal, Jeremy Davies, Lesley Ann Warren, Stephen McHattie, Patrick Bauchau, Jessica Tuck
Musica originale: Angelo Badalamenti
Produzione: Steven Shainberg, Andrew Fierberg ed Amy Hobby
Origine: Usa, 2002.
Durata: 104 minuti.
Commenti
"Tuttavia, devo ammettere che non riesco a nascondere l?irritazione per la nuova interpretazione di quel burattino di gesso che è Jeremy Davies, nel ruolo dell?innamorato Peter.
Un attore scadente, irritante, esteticamente sgradevole e artisticamente insignificante. Inaccettabile, come già nel ruolo da protagonista nel grezzo ?Million Dollar Hotel? di Wenders e nel cammeo recitato nel propagandistico ?Saving private Ryan? di Spielberg. Davies non ha alcuna espressività né alcuna attitudine alla recitazione: farraginoso, zoppicante, si estenua a inarcare le sopracciglia per trasmettere un colore, pur sbiadito, al suo ruolo. L?effetto è obiettivamente irritante e nauseabondo: istintivamente, ho cercato il telecomando per schiacciare fast forward. Svantaggi del cinema. Attendo sempre che qualcuno mi racconti quali siano i misteriosi talenti di questo oscuro ragazzotto del Michigan".
Registro con discreto godimento che Davies è sparito dalla circolazione. Certo non per merito del mio disprezzo, ma sai com'è - secondo la teoria del kaos...
Deve essere davvero un attore insignificante, tanto che non mi viene in mente nessuna sua espressione in particolare. Però "Million dollar hotel" mi è piaciuto quando l'ho visto al cinema. Poi non l'ho più rivisto.
"Salvate il soldato Ryan" è un film assai noioso. L'ho rimosso. "Secretary" non l'ho visto. Si può dire che Davies è un fantasma per me.
mi piace molto la tua recensione. Nel film ho letto soprattutto uno straordinario incontro tra due solitudini, "senza mai cedere ai moralismi o ai bigottismi o ai qualunquismi" come scrivi giustamente. Un film sul potere della volontà, anche, e sul gioco/gara/lotta a chi è più forte (ed è lei, alla fine, che vince)
Diciamo che è lui che ha fatto il possibile perché lei vincesse. E' davvero uno straordinario incontro tra due solitudini, sì.
Sono contento che lo scritto ti sia piaciuto.
*
(mi interessa molto il tuo discorso sul potere della volontà).
nel film la volontà è controllo: lei si fa del male ferendosi per avere il controllo del suo corpo. L'avrebbero potuta tranquillamente ritrarre come un'anoressica. E' lei poi che decide quando dire basta (se dire basta), ed alla fine lo costringe a prendersi cura di lei. Più prosaicamente, io conto molto su quello che si può fare una volta che lo si voglia fare.
La volontà è controllo e la volonta è (ha) potere.
film divertente. "Riconosciuto il merito all?originalità della trama, andiamo a demolire un luogo comune che ha accompagnato il lancio pubblicitario del film: ossia, che fosse eroticamente incandescente.
In tutta franchezza, non trovo scandalose né le scene di autoerotismo(ben più evocative che descrittive, e decisamente utili nella costruzione psicologica dei personaggi), né le scene di ?sadomasochismo?: i rapporti tra Lee e Peter, poi, sono più teneri e farseschi che provocanti". ed eccitante (sarò un poco masochista anch'io, ma devo ammettere che la tensione sessuale si avvertiva, eccome).
non so, forse il maestro è più sublime di me in questi affari.
no, certo, incandescente no. però la mia res extensa ha subito un qualche tremore. ok sono sado.
sul finire, ecco il finale non ricordo quale fosse, forse il matrimonio, ma ricordo che mi parve debole. La scena di lei che in abito da sposa -indossato per la cerimonia coll'attore più scarso del mondo che avrebbe dovuto sposare- protesta ad una scrivania, sciopera, aspetta di ottenere qualcosa -forse l'uomo che aveva veramente prescelto- questa scena anzitutto è lenta, cioè condotta lentamente (aldilà di quanto duri). Poi il finale in sé, cioè quello che viene prima dell'ultima scena in cui lei è distesa sul letto e lascia scappare un verme o uno scarafaggio (non ricordo neppure bene con quale intento) divertita... tolta questa scena i dieci minuti che precedono sono da tagliare, almeno così ho considerato quando l'ho visto. ma non saprei dire perché.
questo elemento entomologico è divertente e da rifletterci su anche perché temo possa portarci ad una importante verità. Un verme, se non sbaglio, è l'occasione di incontro vera. Lei infatti per farsi notare, ad un certo punto, mette un verme tra le carte di lui. Un verme che rappresenta la perfetta imperfezione, cioè il disagio perfetto -sostanziato perfettamente- di ciò che lì non dovrebbe essere (all'inizio del film appunto tra i perfettissimi documenti legali). Il verme è il primo oggetto di amore nevrotico, un verme di terra, un falletto niente affatto trascurabile, che striscia, nerastro, e che non fiorirà mai in uno reale.
Questo elemento (il verme prima e lo scarafaggio poi) ci illumina sul genere di perversione: si tratta di qualcosa che -a dire del regista- trascende completamente dall'amore romantico, e persino -in parte- dall'umano. L'amore non può che essere fatto di percosse e masturbazione (cioè distanza e idolatria pornografica) e neppure un pensiero è rivolto ad un amplesso che si possa dir tale.
Lei domina in quanto dominata (questa è roba trita): lei decide l'innesco erotico: lei riaccende il circolo quando lui comincia a guarire dalla perversione (se non sbaglio si finisce in un matrimonio tra l'avvocato e la segretaria) cedendo al più ovvio e taumaturgico dei cliché. Lo scarafaggio il verme l'animale schifoso la divertono. L'avvocato che si sposa (LA sposa) è terribilmente noioso.
Lei non ama e non conosce orgasmi che siano frutto di collaborazione amorosa.
Lei ama il verme. Lei ama l'avvocato che non si sposa. I vermi sono avvocati che non si sposano. Gli avvocati che non si sposano sono vermi. Ah, ecco: era questa la verità.
"Lei non ama e non conosce orgasmi che siano frutto di collaborazione amorosa.
Lei ama il verme. Lei ama l?avvocato che non si sposa. I vermi sono avvocati che non si sposano" > bentornato, marco. commento talmente micidiale e personale che meriterebbe un articolo a parte. Ti sento ispirato. Wunderbar.
A me è parso un film tremendamente trash.
Lo sto a scaricà. M'avete messo curiosità. Devo vedello. E poi, si dice che la Gyllenhaal fa la sua por5ca figura. No?