“La rivoluzione non è un pranzo di gala, non è una festa letteraria, non è un disegno o un ricamo, non si può fare con tanta eleganza, con tanta serenità e delicatezza, con tanta grazia e cortesia. La rivoluzione è un atto di violenza”. Mao Tze Tung.
“Rivoluzione? Rivoluzione? Per favore non parlarmi di rivoluzione! Io so benissimo cosa sono e come cominciano: c’è qualcuno che non sa leggere i libri che va da quelli che sanno leggere i libri, che poi sono i poveracci, e gli dice: - oh, oh, è venuto il momento di cambiare tutto – Lo so quello che dico io ci sono cresciuto in mezzo alle rivoluzioni …i più furbi di quelli che leggono i libri si siedono intorno a un tavolo, e parlano, parlano e mangiano! E intanto che fine ha fatto la povera gente? Tutti morti! Ecco la tua rivoluzione! Per favore non parlarmi più di rivoluzione… E porca troia, lo sai che succede dopo? Niente! Tutto torna come prima”. Rod Steiger / Juan Miranda
Con C’era una volta il West doveva chiudersi l’era dei western leoniani; il volto imperscrutabile di Armonica (Charles Bronson), quello incantevole della Cardinale, quello sorpreso e colpito di Henry Fonda, dovevano restare nell’immaginario dello spettatore come suggello a un poker straordinario, ad un’epopea irripetibile per il cinema italiano, e non solo. E invece cosi non fu, o meglio, non fu proprio cosi, perché Giù la testa, western quantomai atipico, oltre alla solita cornice propone temi complessi ed importanti che lo legano più all’ultima, splendida, quanto sfortunata opera del regista italiano - quel C’era una volta in America che è rimasto, probabilmente, come il sigillo più alto della sua intera cinematografia - che ai lungometraggi precedenti.
1917, siamo in Messico, al tempo della rivoluzione dei peones, guidati da Pancho Villa e Emiliano Zapata. Non tutti i peones sono rivoluzionari, però; Juan Miranda (Rod Steiger) è un piccolo bandito che vive assaltando diligenze, ha una mezza dozzina di figli – quasi tutti bambini - maschi che lo aiutano nelle sue imprese, ha un sogno: assaltare la banca di Mesa Verde. Quando sulla sua strada, in circostanze buffe e rocambolesche, incontra il dinamitardo irlandese John (James Coburn), il suo sogno di conquista diventa improvvisamente molto reale. Ma John, in realtà Sean, è un tipo strano e solitario, un cercatore d’argento, un ex rivoluzionario dell’IRA ancora sconvolto da un passato doloroso di idee e fratellanza, per una causa tradita e ora lontana. Dopo un primo rifiuto, l’irlandese si convince solo per un abile ricatto di Miranda, il quale, con l’immancabile famiglia al seguito, è adesso pronto, con l’aiuto di John, a dirigersi a Mesa Verde. L’euforia del peone dura poco, allorché John fa perdere ben presto le sue tracce per poi farsi ritrovare, con estrema sorpresa di Juan, proprio a Mesa Verde. Qui l’inganno si rovescia, l’abililtà strategica è tutta di John, il quale riesce a fare di Miranda un piccolo eroe rivoluzionario, ma senza soldi in tasca. D’ora in poi Juan, che aveva sempre odiato le rivoluzioni, si troverà immerso in una realtà che lo troverà sempre più protagonista, anche con estremo dolore, fino ad un epilogo sarcastico e malinconico in cui l’utopia collettiva svanisce per lasciar posto alla salvezza (pace) individuale, intima ed esistenziale di un’anima inquieta, quella di John/Sean. Lasciando all’amico una gloria mai cercata, la solitudine, e una domanda che guarda in un futuro imperscrutabile: “ E io?”

Come si accennava in apertura, Giù la testa non solo è un western diverso dai pur rimarchevoli e comunque “classici” lungometraggi precedenti, ma è un’opera totale che affronta il discorso rivoluzionario attraverso i temi dell’amicizia, della fratellanza, della speranza, del tradimento e della morte delle illusioni. Tra humor, azione e melodramma, lasciando libertà totale al suo estro creativo, Leone ci regala la sua opera più empatica e frastornante, costruita sulla superba interpretazione di Steiger e Coburn, ma non soltanto. L’uso del flashback, sempre caro al nostro, ha qui importanza decisiva per la riuscita della pellicola: i fantasmi del passato di Sean sono evocati attraverso uno dei temi musicali più intensi della storia del cinema, la notissima “Sean, Sean” (in realtà porta l'identico titolo della pellicola) che resta una delle perle indiscusse del maestro Ennio Morricone. La macchina da presa spazia spesso in ricerca dei dettagli, privilegiando i tratti espressivi dei volti, esplorando l’anima dei personaggi come pochi altri hanno saputo fare. E Leone, in questo senso, è stato padre ispiratore del cinema di registi di talento quali Argento (che collaborò alla sceneggiatura di C’era una volta il West, e che molto fu influenzato dall’ossessione per il dettaglio), Scorsese, Tarantino, facendo dichiarare allo stesso Kubrick che senza Per un pugno di dollari non avrebbe mai potuto immaginare un film come Arancia Meccanica. Ma al di là della tecnica cinematografica, degli attori ispirati, di una colonna sonora tra le più belle che si possano ricordare, il cinema di Leone, e questo film in particolare, trova la sua esplicazione più immediata nella fluidità narrativa, frutto di una indubbia capacità del nostro nel saper raccontare, e – soprattutto - amare le sue storie.
Il tema è forte, il periodo è caldo, le parole estratte dal “Libretto rosso” sono inequivocabili quanto possibilmente fraintendibili, a una lettura di superficie, dopo aver visto la pellicola. E infatti, al di là dell’intrattenimento e del pathos che la storia restituisce, Giù la testa è un film che può dividere se si vuole a tutti i costi collocarlo politicamente, come a volte avviene. Vederlo con “occhi ideologici” è un errore madornale, perché Leone ha usato la rivoluzione come tema forte e pretesto per parlare di morte delle illusioni e d’amicizia, di dolore e di speranza. Tra le scene da ricordare, la lunga sequenza iniziale che esaspera il dettaglio sullo sguaiato masticare dei benpensanti di fronte al peone trasandato, in cui Leone evidenzia senza mezze misure il conflitto di classe in atto. Successivamente, nel cuore della pellicola, il regista ci regala una suggestiva panoramica sui cadaveri dei peones, tra i quali tutti i figli Juan, che dà l’innesco al mutamento emotivo di un personaggio che fino ad allora aveva quasi elusivamente gigioneggiato. Un monumentale Rod Steiger, certamente nella migliore performance – insieme al De Niro di C’era una volta in America – che si ricordi in un film del cineasta romano. Più in generale, grazie alla misurata prova di Coburn, il duo Steiger-Coburn non può non stamparsi nella memoria dello spettatore amante, il quale, proprio con Giù la testa, trova il feedback più spontaneo e immediato rispetto a qualsiasi altra opera dell’artista italiano.

COBURN E STEIGER
Senza esagerare, e soprattutto considerando il genere, pur contaminato, siamo dalle parti del capolavoro. Meno amato di altre sue opere, più dalla critica che dal pubblico, Giù la testa fu per Leone un importante punto di svolta artistica, che preludeva, sia pur a quindici anni di distanza, al grande e doloroso affresco C’era una volta in America. Due film che erano semi per un cinema a venire, che sarebbe stato bello poter ammirare, se egli non ci avesse lasciato prematuramente. Resta questa perla, per gli amanti della settima arte - grave assai se non l’avete ancora visto -, e non solo.
Curiosità: In realtà Leone non voleva dirigere il film, bensì solo produrlo, ma viste le insistenze dei due attori protagonisti (che senza di lui avrebbero declinato l'offerta) fu costretto a cedere. E meno male, aggiungo io.
Regia: Sergio Leone. Soggetto: Sergio Leone, Sergio Donati. Sceneggiatura: Sergio Leone, Sergio Donati, Luciano Vincenzoni. Direttore della fotografia: Giuseppe Ruzzolini. Scenografia: Dario Micheli. Montaggio: Nino Baragli. Interpreti principali: Rod Steiger, James Coburn, Romolo Valli, Maria Monti, Rik Battaglia, Franco Graziosi, Antonio Domingo, Memé Perlini. Musica originale: Ennio Morricone. Origine: Italia, 1971. Durata: 158 minuti.
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Commenti
Ed ecco anche il grande Sergio Leone, nel suo ultimo, atipico western.
"Leone ha usato la rivoluzione come tema forte e pretesto per parlare di morte delle illusioni e d?amicizia, di dolore e di speranza. Tra le scene da ricordare, la lunga sequenza iniziale, che esaspera il dettaglio sullo sguaiato masticare dei benpensanti di fronte al peone trasandato, in cui Leone evidenzia senza mezze misure il conflitto di classe in atto"
> io probabilmente sono uno di quelli che non sarebbe mai riuscito ad apprezzare a dovere. Ho sempre patito il cinema di Leone, con l'eccezione di "C'era una volta in America": ricordo enormi dormite durante i suoi western, furibondi sbadigli, cose del genere. Succede, a volte: s'apprezza e si osserva, ma proprio non si capisce.
Come dire: "non mi entra".
Ciò non toglie che apprezzo e onoro la tua pagina. Una buona lezione di cinema.
E io ringrazio sentitamente, come al solito. Caro Franco, è questione di gusti, non è un delitto non amare Leone, non è cosi strano farsi qualche dormita: sono pellicole lunghe, spesso dilatate. Giusto riconoscere, anche non amandolo (e questo tu non sembri negarlo - o, perlomeno, non ti ho mai sentito farlo), la sua influenza su un cinema contemporaneo di qualità (Eastwood, Scorsese, Tarantino etc..). A me piace molto, come si sarà capito.
In ogni caso, se t'è piacito "C'era una volta in America", questo è il suo western che, se non hai visto, "digeriresti" di più.
Li ho visti tutti, i film di Leone. Mio padre era il re col suo telecomando e, sfortuna nostra che all'epoca avevamo meno di dieci anni a testa, io e le mie sorelle sorbivamo le sue scelte. In seguito lo abbiamo detronizzato, ora poi la tv la guardo raramente. Però i western di Leone li conservo in memoria come un unico lunghissimo film. Un continuum, insomma ho una confusione totale di trame e personaggi vari nella mia testa. Non distinguo, non so associarli alle singole pellicole, ma le colonne sonore sì! Quelle sono nitide persino nel ricordo. Indelebili.
Questa colonna sonora in particolare è memorabile, quanto se non di più della successiva "C'era una volta in America". Il bello nei film di Leone è anche la capacità di inserire i temi sonori principe nei momenti più suggestivi della pellicola, solitamente quando introduce l'elemento flashback per vivificare gli antefatti che innescano le motivazioni dei personaggi. é genio narrativo, a mio avviso, piaccia o meno il genere che lo ha consacrato.
L?ho visto da poco. Una domenica pomeriggio, sola in casa, ho acceso la TV e, girando qua e là, mi sono fermata su un?espressione truce e sorniona al contempo di Rod Steiger: ho smesso di fare zapping.
L?ho visto tutto, con interesse, con sorpresa, con ammirazione.
Il film è davvero splendido, da vedere per tutti gli appassionati del genere, ma, a differenza di molti altri film di Leone, anche per gli appassionati del cinema in genere.
Gli attori sono formidabili, la trama pure, e le musiche sono epiche (Sean Sean di Ennio Morricone su tutte).
Analitica ed esemplare la tua rec, Federico.
Grazie
Raffaella
"E Leone, in questo senso, è stato padre ispiratore del cinema di registi di talento quali Argento (che collaborò alla sceneggiatura di C?era una volta il West, e che molto fu influenzato dall?ossessione per il dettaglio), Scorsese, Tarantino, facendo dichiarare allo stesso Kubrick che senza Per un pugno di dollari non avrebbe mai potuto immaginare un film come Arancia Meccanica".
"Vederlo con ?occhi ideologici? è un errore madornale, perché Leone ha usato la rivoluzione come tema forte e pretesto per parlare di morte delle illusioni e d?amicizia, di dolore e di speranza".
Tutto giusto, bravo Léon. E' un film che amo molto, anche se lo colloco sotto a "C'era una volta nel West" per carica emotiva e sotto a "C'era un volta in America" per livello tecnico.
Cara Raffaella, sono ben lieto del rapimento - improvviso - che hai provato incontrando questa pellicola. L'ho vista più volte, e ogni volta l'emozione è stata nuova. Un film splendido.
Allo stesso livello gli altri due che hai citato, Patrick, con "C'era una volta in America" lievemente sopra a "C'era una volta il west", anche se mi è difficile scegliere tra opere, pur diverse, di tale spessore.
Ad ogni modo, vi ringrazio per la condivisione.
Permettimi, Federico, di sostituire il vocabolo 'rapimento' con 'cattura': sì, il film ha catturato la mia attenzione.
Raffaella