2019. Los Angeles. Città perduta.
Quando si passa una vita a sparare su commissione e a cacciare taglie e a uccidere gente di cui si ignora nome e generalità, quando si vive in un mondo frantumato, scevro di coordinate esistenziali, un mondo postmoderno, privo di vie di fuga e di appigli su cui appuntare mani e cervello, un mondo schizofrenico, quando muoviamo passi la melma e fango e l’unico futuro che intravediamo è il tramonto, il tramonto di noi e di noi stessi, del nostro immaginario. Il tramonto del sole, del cielo, delle stelle. Ogni cosa è inficiata dal buio, dalla pioggia, dalla nebbia, dalle stelle. E si passa da un’era di alienazione e di angoscia ad un’epoca in cui il soggetto non sa più cosa fare e dove andare, in cui collassano le distinzioni gerarchiche e si amplificano i punti di vista. Un’epoca dove si gioca tutto in superficie, dove lo spazio perde le sue caratteristiche di spazio e di linearità. Un’epoca dove si vede ciò che non si vede e viceversa. Perché l’occhio ha perso spessore e non è più in grado di vedere, non vuole più vedere. Ha paura di vedere. E l’occhio che non vede è la negazione ontologica del cinema.
E per salvarsi bisogna fingere, fingere che non sia vero. Fingere di muoversi su un palco e improvvisare una commedia, una tragedia, una parte. Essere attori. Che forse è un sogno, un sogno ad occhi aperti, che forse è il gioco di un Dio stanco che non ha nulla da perdere, un Dio che non ha più niente da chiedere. Che forse siamo precipitati nella trama di un videogame e se moriamo, non preoccupatevi, abbiamo altre vite. Vite infinite. Vite che si riciclano senza motivo. Cicliche. Ma Rick Deckard sa che tutto questo non è un videogioco. Rick Deckard vive nel disincanto più assoluto ed è consapevole che questa è la sua vita, la vita reale. E ha tutto da perdere, anzi non ha niente da perdere. Un mondo dove l’uomo non è più protagonista. Il soggetto base è il replicante, colui che sa vivere la schizofrenia come proiezione della propria vita, colui che vive il presente e non conosce il futuro e il passato. Colui che cristallizza nel presente anni di vita, anni di vita non vissuta. Colui che riesce a concentrare nei suoi miseri quattro anni di esistenza un’esperienza intera, una vita più intensa di qualunque altro essere umano. L’uomo perfetto, che esala il suo ultimo respiro solo perché cosi ha voluto l’artefice che l’ ha progettato. Perché così è stato deciso. Da altri.
E in un mondo del genere Rick Deckard ha poche opzioni. Non ha scelta. Deve accettare le missioni che i potenti gli offrono e mietere altre vittime: Replicanti Nexus 6, fuggiti dai servizi spaziali in cui lavoravano, e ora infiltrati nelle metropoli. Transfughi capaci di ribellarsi al loro demiurgo per avere un briciolo di vita in più, per non morire dopo quattro anni, per contraddire i programmi che li condannano a vita breve. Replicanti. Robot. Macchine. Che tuttavia acquisiscono il senso della vita, quasi fossero esseri umani. Perché lottano per un diritto, perché hanno assolto il loro dovere, perché hanno visto cose che gli umano non possono neanche immaginare: “navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione e i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhauser e tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia”. E sono capaci di nutrire pietà per un essere umano, perché forse hanno un senso di appartenenza alla specie più elevato di ogni altro essere umano. E Rick Deckard si trova al centro di un conflitto. Un conflitto di interessi. Perché la donna che ama è un replicante: Rachel. L’unica capace di provare ricordi, sentimenti, emozioni. L’unica tra le sei creature artificiali capace di amare. Rachel è il replicante perfetto, impara ad essere una donna. E riesce ad amare un uomo più di quanto possa mai fare una donna vera. Perché l’identità di Rachel si plasma e si forma con delle performance. E l’identità non è più qualcosa di innato, ma è il frutto di imitazioni, di atteggiamenti esterni. È un modo di fare. E tuttavia è più vero e spontaneo di quanto si riesce a immaginare. Perchè non è un caso se Rachel salva la vita a Rick uccidendo uno dei suoi “fratelli”, e se Roy, il leader carismatico dei Nexus, risparmia Deckard sul punto di morte. E se una colomba bianca che vola verso l’alto, suggella la morte di Roy su una delle frasi di maggior impatto della storia del cinema, un verso shakespeariano: “È tempo di morire”. E allora è tutto vero, quando quella colomba punta dritto verso il cielo, perché forse il cielo è davvero una linea di confine tra terra e paradiso, e forse Roy è davvero un uomo.
Prima pubblicazione: Lankelot.com
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Regia: Ridley Scott. Sceneggiatura: Hampton Fancher, David Peoples. Tratto da un romanzo di: Philip K. Dick. Direttore della fotografia: Jordan Cronenweth. Montaggio: Terry Rawlings. Interpreti principali: Harrison Ford, Sean Young, Daryl Hannah, Rutger Hauer. Musica originale: Vangelis. Produzione: Michael Deeley. Origine: USA, 1982. Durata: 117 minuti.
Info Internet: www.brmovie.com
Commenti
frater, spetta che impagino io...
done.
ho fatto io..ci vediamo domani..ora scappo..devo uscire:)
abbiamo sistemati i credits contemporanamente
:).
a domani.
Più che una recensione, una riflessione. Più che un'analisi tecnica, un'analisi empatica la tua, Ian. é il classico testo costruito sull'ispirazione di un testo. Anche la chiave di lettura è personale e anche abbastanza condivisibile.
Questo pezzo, Franco, ti dimostra quello che ti dicevo giorni fa: non sempre bisogna fare la lista della spesa (scusa se uso questo concetto che non ti piace, ma mi hai capito, no?) per anallizzare un film.
Sì, ma non è che devi dimostrarmi una cosa che io stesso ho fatto per 4 anni. Quel discorso è nato proprio perché sono convinto che non sia un metodo giusto, tendenzialmente. Questo pezzo di Ian ha una storia particolare, è un altro mondo.
Si, ma il lettore esterno che ne sà (dell'"altro mondo" dico, è cosa vostra privata). Il lettore esterno legge e valuta ciò che è scritto. E, comunque, come avrai notato, anche per quel che mi riguarda questo tipo di scritti è più l'eccezione che la regola.
beh, c'è scritto "prima pubblicazione lankelot.com", e non è solo da lì che proviene. Niente di privato, tutto abbastanza pubblico, compreso il senso di un certo tipo di scrittura critica che caratterizzava sia lankelot che lankelot.com da diversi anni.
Tutto il discorso della critica empatica deriva da esperimenti che facevo su Ciao.it nel 2002. Sempre a firma Lankelot. Con Udinese78 e Rival, in principio. Va bè, si va OT e non ho troppa voglia di amarcord e autocelebrazioni.