Nella baia di San Pedro la neve, soffice, cade copiosa. Cade sugli orrori e sui pregiudizi. Cade sulla morte e sulla giustizia. Cade sull’amore e sulla guerra.
Cade sui ricordi di un “cuore gentile” che si trova a rivivere il passato attraverso il presente. Adolescenti: le corse sulla lunga spiaggia, i segreti rubati alle sue dolci mandorle nere, i corpi l’uno contro l’altro al riparo dal mondo, nella generosa cavità di un odoroso cedro. La mente porta a galla vecchi frammenti di vita consumata in altri dove, mentre gli occhi indagano lo sguardo ansioso di lei, ora smarrita e fragile, in quel tribunale che sembra volerle infliggere il dolore della condanna strappandole il marito. Ambientato durante la psicosi americana esplosa dopo il bombardamento giapponese di Pearl Harbour, “La neve cade sui cedri” di Scott Hicks traduce in fotogrammi le pagine dell’omonimo romanzo di David Guterson e ripercorre aberranti tappe della storia recente andando a ritroso nel tempo con scene capaci di esprimere tutta l’atrocità della seconda guerra mondiale, negli anni bui in cui si combatteva oltreoceano contro il nazismo, mentre in patria un decreto legislativo stabiliva che i cittadini americani di origine nipponica dovessero essere internati nei campi di concentramento. La tecnica del flashback mescola sapientemente ieri ed oggi, che finiscono col fondersi nella persona di Ishmael Chambers presente e al tempo stesso lontano da quel tribunale che funge da teatro per lo svolgersi dell’intera vicenda.
Lì in quell’aula, dove Kazuo Miyamoto incarna il fantasma di un conflitto le cui ferite bruciano ancora, lì in quell’aula dove l’assurdo desiderio di rivalsa nei confronti della storia pare volersi trasformare in vendetta ai danni di un innocente, lì in quell’aula dove un vecchio avvocato pungola la coscienza di quanti assistono al processo, formulando un’arringa in grado di stamparsi nella memoria di chi ascolta al di là dello schermo col capo che ciondola annuendo ossequioso: “Io rifletto sui fatti alla luce della morte… in un modo che a quasi tutti voi è alieno e mi sento come un viaggiatore disceso da Marte. Sconcertato da ciò che vedo: la solita umana fragilità trasmessa da generazione a generazione. Noi odiamo i nostri simili, siamo vittime di umani pregiudizi. Voi magari credete che questo sia un piccolo processo in un piccolo luogo, beh non lo è. Succede ogni tanto che in qualche parte del mondo l’umanità va sotto processo insieme all’integrità e alla decenza. Succede ogni tanto che della gente comune come voi, signori della giuria, viene chiamata ad emettere un voto sulla condotta della razza umana…”
L’autore di “Shine” confeziona un film di rara bellezza, in cui i silenzi sanno parlare quanto le immagini ed i dialoghi arrivano ad uniformarsi con la poesia dei paesaggi, in un intreccio capace di legare narrazione e sdegno morale nel ritratto corale di un’epoca triste quanto vicina, senza tuttavia rinunciare a soffermarsi sulle infinite sfumature dei destini individuali dei due protagonisti: il giornalista e la bella orientale Hatsue ricongiunti in un abbraccio che non è più passione, non è più gesto che nasce dall’amore, ma semplicemente sincera manifestazione di gratitudine per una verità non rinnegata.
Regia: Scott Hicks.
Tratto dal romanzo omonimo di David Guterson.
Sceneggiatura: Ronald Bass, Scott Hicks.
Fotografia: Robert Richardson.
Montaggio: Hank Corwin.
Interpreti principali: Ethan Hawke, Youki Kudoh, Rick Yune, Max von Sydow, Sam Shepard.
Musiche: James Newton Howard.
Scenografia: Jeannine Claudia Oppewall.
Origine: USA, 1999.
Durata: 126 minuti.
Titolo originale: “Snow falling on the Cedars”.
Approfondimento in rete: http://www.snowfallingoncedars.com/
Articoli e approfondimento: Revision / StradaNove / Spietati.
Angela Migliore, febbraio 2005
Originariamente apparso su Lankelot.com
Commenti
Visto su suggerimento di Daniele Tagliarini, abbinato al libro di Fermine. Entrambi a me sconosciuti fino ad allora. Grazie ancora.
"L?autore di ?Shine? confeziona un film di rara bellezza, in cui i silenzi sanno parlare quanto le immagini ed i dialoghi arrivano ad uniformarsi con la poesia dei paesaggi, in un intreccio capace di legare narrazione e sdegno morale nel ritratto corale di un?epoca triste quanto vicina, senza tuttavia rinunciare a soffermarsi sulle infinite sfumature dei destini individuali dei due protagonisti". Lo sai che lo vidi al cinema quando uscì, eppure non me lo ricordo gran che. Film di rara bellezza, dici, me lo dovrei ricordare, penso. Ho capito, vedrò di procurarmelo, cosi mi rinfresco la memoria. E poi ti dico;)
Aspetto il tuo parere, allora :)
"un film di rara bellezza, in cui i silenzi sanno parlare quanto le immagini ed i dialoghi arrivano ad uniformarsi con la poesia dei paesaggi" > credo di non averlo mai visto, e se è successo l'ho completamente rimosso. Leggendo penso: rimediare! rimediare!
ecco.
Non è uno di quei film indimenticabili, ma val la pena rimediare. Anche solo per il breve discorso riportato in rosso nella paginetta.