I was never no good after that night, Charley. It was like a peak you reach, and then it's downhill. It was you, Charley. You was my brother. You should've looked out for me a little bit. You should've looked out for me just a little bit. You should've taken care of me just a little bit instead o' making me take them dives for the short-end money. You don't understand. I coulda had class. I coulda been a contender. I coulda been somebody instead of a bum, which is what I am. Let's face it. It was you, Charley. It was you, Charley».
Sono le parole di un fallito, gonfio di colpi e di rimorso. Avrei potuto usare meglio la mia classe, competere per qualcosa di importante. Avrei potuto essere qualcuno invece del pezzente che sono. Sono le parole che Jake La Motta, il «toro del Bronx» campione del mondo dei pesi medi, pronuncia ad epitaffio della sua carriera, citandole dal Marlon Brando di “Fronte del porto”. Sono le parole che Martin Scorsese, alla fine degli anni Settanta, temeva un giorno di dover rivolgere a se stesso. Malato, in corso di divorzio, colpito da lutti dolorosi avvertiva in crisi la sua carriera, di più, in pericolo la sua vita. Si immerse nella storia di Jake La Motta con grande partecipazione, intravedendovi la parabola esemplare di una stella bruciata, di un talento immenso buttato via. Un processo coerente di autodistruzione, sì: di conquista del cielo attraverso il dolore e di declino, caduta, restituzione di se stessi al dolore; ma anche una espiazione degli sbagli e dei peccati, col raggiungimento finale di una specie di pace:
So, for the second time, [the Pharisees]
summoned the man who had been blind and said:
"Speak the truth before God.
We know this fellow is a sinner."
"Whether or not he is a sinner, I do not know,"
the man replied.
"All I know is this:
once I was blind and now I can see."
(Giovanni IX. 24-26).
Vediamo chiudersi “Toro scatenato” con questa dedica evangelica del regista al suo professore di cinema, morto poco tempo prima. Cioè lasciamo Jake La Motta senza speranza, senza alcuna redenzione in barba a quanto desiderato dai fan di Scorsese più teneri di cuore: ma soltanto con la raggiunta consapevolezza della propria miseria.
L’unica cosa che sa fare Jake è pestare. Esiste un modo per far soldi pestando: la boxe. Soldi, e fama, e celebrità. Rapidissima carriera: ha uno stile inelegante ma incontenibile, è un tritacarne. Stende e sfigura per sempre campioni come Sugar Ray Robinson, Zivic, Basora, Edgar, Satterfield. Suo fratello Joey (Pesci) lo allena, ne cura la forma. Siede all’angolo. Ne è il manager. Quindi organizza anche gli incontri. Quindi intrattiene rapporti anche con la mafia. Combina i match e costringe Jake a perdere un incontro già vinto in partenza. I was never no good after that night: it was like a peak you reach, and then it’s downhill. Di Joey non si fida più. Ingrassa, va oltre il limite dei pesi medi. Non si fida più di nessuno. Si sottopone a mortali sedute di jogging in sauna per cercare disperatamente di dimagrire fino al giorno prima dell’incontro. Non si fida più della moglie, la Vicky (Moriarty) che aveva sposato bellissima e quindicenne. La mafia lo incalza. Accusa Joey di rubargli i soldi e maltratta Vicky. You fucked my wife? – What? Accusa Joey di scopare Vicky e pesta furiosamente entrambi. Perde il fratello, perde il titolo, perde la moglie, perde tutto. Guadagna quaranta chili. Mette su un locale e lo mettono in galera. Toro scatenato alla fine si dà all’avanspettacolo: racconta barzellette, recita Shakespeare, cita Brando in “Fronte del porto”. «I’m the boss I’m the boss I’m the boss», ripete ancora. È completamente solo.
Il film ricevette critiche altelenanti alla sua uscita. Hollywood iniziava ad averne abbastanza dei pugni allo stomaco che Scorsese continuava ad infliggerle con le sue storie crudissime. Infatti prima di “Raging bull” il regista nutriva presentimenti di una reazione. Decise però di rincarare la dose: «Non sono un regista di Hollywood: sono un regista nonostante Hollywood». Concentrò i suoi pugni metaforici in un film pieno di pugni veri, con un protagonista quanto mai sgradevole e un finale altrattanto amaro nei quali si identificò. Con irripetibile devozione curò le molestie della sceneggiatura aspra e sconsolata, le accuratezze della messa in scena e la genuinità della ricostruzione d’ambiente. Diresse l’invenzione di una fotografia empatica con gli umori del protagonista, ora cedendo a un nero fumoso e sfocato, ora a un bianco accecato di rabbia, ora ai colori sgranati di un vecchio ricordo. Suggerì uno straniante uso del sonoro, giocato sul silenzio e sui cupi rintocchi della violenza sfrenata di Jake. Avvolse il film con lo struggente Interludio della “Cavalleria rusticana” di Mascagni, che ascoltava spesso suonare dai genitori quando era bambino. Partecipò con Thelma Schoonmaker al montaggio impazzito dei combattimenti, che pur apparendo di una ferocia infinita non occupano che dieci minuti di film. L’impersonificazione allucinante di De Niro, capace di ingrassare, respirare e alla fine pensare come il vero La Motta, non poteva non essere premiata. Il lavoro maniacale di Schoonmaker neppure. Invece il gigantismo profuso da Scorsese in questa vetta sconcia e meravigliosa del cinema americano venne accolto da Hollywood con ridicola indifferenza.
I remember those cheers
They still ring in my ears
And for years they'll remain in my thoughts
Cuz one night I took off my robe
And what'd I do
I forgot to wear shorts.
I recall every fall, every hook, every jab
The worst way a guy could get rid of his flab
As you know, my life was a jab...
Though I'd rather hear you cheer
When I delve into Shakespeare
"A Horse, a Horse, my Kingdom for a Horse,"
I haven't had a winner in six months...
I know I'm no Olivier
But if he fought Sugar Ray
He would say
That the thing ain't the ring
It's the play.
So gimme a stage
Where this bull here can rage
And though I can fight
I'd much rather recite
That's entertainment!
That's entertainment.
(J. La Motta, New York City, 1964)
Patrick Karlsen, novembre 2003.
Regia: Martin Scorsese.
Titolo orginale: Raging Bull.
Tratto dall’autobiografia di: Jake La Motta.
Sceneggiatura: Martin Scorsese, Paul Shrader, Mardik Martin.
Direttore della fotografia: Michael Chapman.
Montaggio: Thelma Schoonmaker.
Interpreti principali: Robert De Niro, Cathy Moriarty, Joe Pesci, Frank Vincent, Nicholas Colasanto, Theresa Saldana.
Musica originale: Robbie Robertson.
Produzione: United Artists.
Origine: Usa, 1980.
Durata: 128 minuti.
Commenti
Ah, prima che me la rilegga. Ho qui il DVD, acquistato chissà perché qualche anno fa. Tieni a mente. Mica rinvio sempre alle calende.
"Invece il gigantismo profuso da Scorsese in questa vetta sconcia e meravigliosa del cinema americano venne accolto da Hollywood con ridicola indifferenza". > ecco una delle ragioni del mio acquisto. Le altre me le tengo tutte per quando andiamo a sbronzarci da Marino.
Quanto è vero quello che dici Patrick. Mai ho visto De Niro così grande come in questo film. Se altre interpretazioni possono considerarsi allo stesso livello - "Taxi Driver", "Il padrino", "Good Fellas" -, e pur vero che questa, anche considerando i sacrifici di peso che ha dovuto sopportare, forse staglia come la sua più rappresentativa.
Il montaggio è pazzesco, sia per le scene dei combattimenti, ma anche per gli inserti in super8 che raccontano il passato di Jake.
Grande, come sempre, PK!
Buccia, ti aspetto da Marino. Ian: grande tu, è una gioia vederti e leggerti qui. Ci divertiremo.
La recensione su Schumi come la intitoliamo? "Schumacher - Schumacher"? :))))
Per scaramanzia aspettiamo il trionfo definitivo, ma mi sembra un'ottima idea:))...cazzo quanto è forte!
E' il Raging Bull della Formula 1. Defintivo.
Solo Patrese gli è all'altezza:)
Anche Wurz non scherza.
"L?impersonificazione allucinante di De Niro, capace di ingrassare, respirare e alla fine pensare come il vero La Motta, non poteva non essere premiata. Il lavoro maniacale di Schoonmaker neppure".
Concordo. Più in generale, un film da riscoprire e rivalutare.
De Niro in "C'era una volta in America" è invincibile, Degra. Pensaci su!