Scorsese Martin

The Departed

Autore: 
Scorsese Martin
Dopo Gangs of New York e The Aviator, film fatti su commissione e pensati per raccogliere statuette, con The Departed, Martin Scorsese ritrova il gusto e la libertà di cimentarsi nella costruzione di un lungometraggio adrenalinico, senza preoccuparsi di essere in linea con le esigenze dei membri dell’Academy. L’ispirazione arriva da una pellicola di Hong Kong (Infernal Affairs di Andrew Lau e Andy Mak, trasformatasi poi in trilogia), della quale The Departed è un remake in piena regola.
 
Siamo a South Boston, zona dominata dal boss malavitoso Frank Costello (Jack Nicholson), luogo che ha visto crescere e che sta per intrecciare i destini di due giovani poliziotti. Billy Costigan (Leonardo di Caprio) e Colin Sullivan (Matt Damon), hanno brillantemente superato il corso, ma si preparano a svolgere compiti assai differenti. Il primo, visto il passato camaleontico e controverso, viene infiltrato, dopo averne reso inconoscibile a tutti la reale identità – e non senza qualche difficoltà -, tra gli uomini di Costello; il secondo, freddo e preciso, sembra essere un predestinato: gli viene affidato un importante ruolo di coordinamento operativo. Due giovani, diversissimi e dalle opposte prospettive, si ritrovano legati, ognuno ignaro dell’identità dell’altro, proprio dal boss Costello – e non solo.  Sono ambedue infiltrati – Colin è un uomo del boss, “iniziato” da bambino -, devono costantemente mentire, e avere mille occhi, spesso sbarellando sul confine tra dovere e necessità, in una lotta interiore per la sopravvivenza psichica, prima che fisica. Colin ha dalla sua un contesto (apparentemente) più agevole e tranquillo: una bella casa, una nuova fidanzata, il comando delle operazioni di polizia. Billy ha solo da perdere, su tutti i fronti: il rischio che progressivamente avverte, il timore che lo logora, non è per la possibile perdita della vita, ma per quella della propria identità - conosciuta solo da due suoi superiori.   Billy è solo, ma trova condivisione con una psicoanalista della polizia; le rivela i suoi intimi disagi, le si avvicina molto, forse troppo: l’empatia reciproca si trasforma in fuggevole intimità. Difatti, la giovane, è in procinto di sposarsi, proprio con un poliziotto a lui coetaneo. I fatti avvicinano inevitabilmente il compimento di un destino che porterà i due infiltrati a cercarsi; la liberazione dai ruoli, oramai non più sostenibili, sarebbe dipesa dall’identificazione dell’altro. Costello, col fiato sul collo dopo anni di bello e cattivo tempo per le strade di South Boston, è ormai accecato dal delirio d’onnipotenza, e preoccupato da fantasmi ancora invisibili. Il boss è consapevole di avere un infiltrato tra le sue fila, la polizia è altrettanto consapevole di averne tra le proprie. Un gioco sottile prelude al finale, nel quale ognuno comincia a giocar per sé, in cui è troppo ciò che vi è in gioco per non venire allo scoperto. Ancora un inganno, ancora una menzogna, ancora un destino beffardo che sembra azzerare ogni conto in sospeso. In un teatro di sangue senza precedenti.
 
 
Finalmente Scorsese torna a briglia sciolta, torna a giocare con il cinema, ricordandosi bene che questa arte cosi unica è anche e soprattutto intrattenimento. Ecco che ci tornano magicamente in mente pellicole come Quei bravi ragazzi o Casinò, in cui il geniale regista italo-americano fece convivere in modo mirabile estro e visività con grandi sceneggiature e attori superlativi. Qui, purtroppo, solo la prima componente è degna di nota, perché lo script, quasi fotocopia di un noto (ma non troppo in Europa) film orientale, è solo sufficiente a non far perdere il filo allo spettatore, da subito sconcertato da un montaggio – nella prima parte – a strappi temporali poco congruenti a livello narrativo. Da questo punto si vista si recupera un po’ nella seconda parte della pellicola, allorché gli eventi prendono il sopravvento, ed anche Scorsese diventa più lineare nel costruire la loro evoluzione. Però, proprio sul più bello – a conclusione delle vicende che preludono all’epilogo -, si torna ad una certa ovvietà narrativa che non aiuta il film a lasciare quel senso di completa soddisfazione che solitamente il nostro ci regala. Un vero peccato, perché l’intreccio aveva rapito quasi del tutto lo spettatore, che oramai stava sorvolando anche sulle non convincenti interpretazioni degli attori. Nessuno è al suo meglio. A partire da Nicholson, costantemente sopra le righe e  fastidiosamente gigioneggiante in tutti i faccia a faccia del film, per proseguire con un Di Caprio che non è proprio male, ma che è sovraccarico di  smorfie, concludendo con un Matt Damon assai inespressivo – troppo, nonostante l’algidità che deve al suo personaggio.
 
Il film pone al centro il tema della menzogna e del doppio: Billy e Colin sono specchi, in cui guardarsi e riconoscersi, ed è assolutamente irrilevante che l’uno serva un potere solitamente condivisibile e l’altro no. In questo senso il pessimo sottotitolo italiano (The Departed – Il bene e il male) è del tutto fuori luogo. Non pare proprio che Scorsese distingua in maniera cosi netta, anzi, sembra assolutamente equidistante, mettendo in scena un finale grandguignolesco in cui nessuno si salva, né buoni e né cattivi. Mi si passi la prosecuzione della polemica appena innescata: è stucchevole manicheismo, a meno che non si consideri il pubblico cosi tanto omologato da riconoscersi o trovar interesse solo in distinzioni che evocano le dogmatiche parole d’ordine dei “signori del bene”, degli “esportatori di democrazia” – mi riferisco a quelle nazioni che propagandano il mondo come diviso in due nuovi blocchi: quello del bene e quello del male, appunto. Fuori dalla polemica sopra proposta, e proprio conoscendo e apprezzando la cinematografia di Scorsese (ricordiamo anche, tra i suoi capolavori, Toro scatenato e Taxi Driver), è doveroso e logico rimarcare che, nonostante egli non abbia mai nascosto la sua fede cattolica, i suoi film sono lontani dal volerci fare la morale, sempre riconoscendo ai suoi personaggi la forte influenza della componente destino nelle loro scelte.
 
 
Non è il miglior Scorsese, ma è uno Scorsese assai godibile che, in un eccesso di “ritrovata” libertà artistica, si è fatto prendere un po’ la mano da storia, giochi di macchina, e personaggi. Niente è perfettamente centrato in quest’opera, ma una cosa posso affermarvela con ragionevole certezza: non vi farete “due palle così” come con The Aviator. La noia è la sensazione più lontana che si può provare andando a vedere questo film.
 
Regia: Martin Scorsese. Soggetto: Siu Fai Mak, Felix Chong. Sceneggiatura: William Monahan. Direttore della fotografia: Michael Ballhaus. Montaggio: Thelma Shoonmaker. Scenografia: Kristi Zea. Costumi: Sandy Powell. Interpreti principali: Leonardo Di Caprio, Matt Damon, Jack Nicholson, Martin Sheen, Alec Baldwin, Mark Wahlberg, Vera Farmiga, Ray Winstone, Kristen Dalton, David O'Hara. Musica originale: Howard Leslie Shore. Origine: Usa, 2006. Durata: 149 minuti.
 
Léon, novembre 2006.
 


ISBN/EAN: 
8010020044832

Commenti

Incipit da far tremare i polsi.

"Dopo Gangs of New York e The Aviator, film fatti su commissione e pensati per raccogliere statuette, con The Departed, Martin Scorsese ritrova il gusto e la libertà di cimentarsi nella costruzione di un lungometraggio adrenalinico, senza preoccuparsi di essere in linea con le esigenze dei membri dell?Academy".

Davvero? Possibile? Spetta che avanzo.

"Qui, purtroppo, solo la prima componente che è degna di nota, perché lo script, quasi fotocopia di un noto (ma non troppo in Europa) film orientale"

> quale?

L?ispirazione arriva da una pellicola di Hong Kong (Infernal Affairs di Andrew Lau e Andy Mak > sì, l'hai spiegato in apertura, scusami. Ma non so egualmente cosa sia, pardon:).

Infernal Affairs, è scritto all'inizio.

"stucchevole manicheismo, a meno che non si consideri il pubblico cosi tanto omologato da riconoscersi o trovar interesse solo in distinzioni che evocano le dogmatiche parole d?ordine dei ?signori del bene?, degli ?esportatori di democrazia? ? mi riferisco a quelle nazioni che propagandano il mondo come diviso in due nuovi blocchi: quello del bene e quello del male, appunto."

> la bastonata agli yankee è sempre cosa onesta, buona e giusta. Ben fatto.

4 > cfr. commento 3.

D'accordo, Scorsese reagisce ma non risorge. Passo avanti comunque.

Si, reagisce ma non risorge. Giusta sintesi delle mie parole.

1 - Si, è un'impressione che si ha paragonando questo film alle ultime due opere. Il che non esclude che possa rientrare nel lotto dei film da premiare: sai, è tutto un gioco di equilibri e di intressi. Scorsese piace ai membri dell'Academy, solitamente. Certo, il vero Scorsese in libertà (perlomeno negli ultimi quindici anni) è "Kundun". Film assolutamente da rivalutare (ne scriverò prima o poi...).

Non condivido troppo il giudizio così impietoso su The aviator, anche se qua siamo due spanne avanti. Comunque un Nicholson che non si vedeva da tempo, finalmente non più in senilità conclamata. E' un bel sollievo.

Beh, The Aviator, comunque lo si voglia giudicare è, a mia memoria, il peggior Scorsese di sempre. Che il peggior Scorsese sia sempre e comunque stilisticamente elegante non salva la pellicola da un senso di noia (dovuta a ripetitività) nella seconda parte.

Io invece non concordo sulla performance di Nicholson, attore che amo, qui fastidiosamente sopra le righe, dalla prima all'ultima scena che lo vede protagonista. Purtroppo l'ultimo Nicholson è in evidente decadenza, speriamo si ripigli in fretta.

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