Scorsese Martin

Shutter Island

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Scorsese Martin

A quattro anni di distanza dal premiato ma non del tutto convincente The Departed, Scorsese torna nelle sale con Shutter island, thriller dalle atmosfere cupe e tenebrose tratto dal romanzo L’isola della paura, del sempre più “saccheggiato” Dennis Lehane (lo splendido Mystic River di Clint Eastwood, e il meno noto ma non trascurabile Gone baby gone, di Ben Affleck). Storia inusuale per le corde di Scorsese, che ha sempre rifuggito il genere per mantenere una piena autonomia narrativa, e che ha toccato atmosfere altrettanto sinistre solo nella perversa e fascinosa rivisitazione di Cape Fear (Il promontorio della paura - 1991), in cui affidò allo stupefacente e camaleontico Robert De Niro uno dei non pochi ruoli per cui resterà tra gli immortali dell’arte di celluloide. In Shutter Island, invece, è per la quarta volta consecutiva con Leonardo Di Caprio, divenuto oramai suo attore feticcio, per il quale disegna visivamente un personaggio che si distanzia totalmente e definitivamente da quelli che lo resero celebre a inizio carriera, fino a Titanic compreso. Tra suggestioni e atmosfere in bilico tra la letteratura kafkiana e il cinema di Sir Alfred Hitchcook, si snoda un thriller ricco di incubi e di trasfigurazioni oniriche, di sogni senza sonno e allucinazioni visive, che investono il protagonista nella sua ricerca di una verità che sfugge alla ragione cosciente e alla logica del piano dimensionale unico, per condurre ad un epilogo aperto e interpretabile, peraltro non del tutto imprevedibile.  

Stati Uniti, 1954. Teddy Daniels, agente della Polizia Federale, viene inviato insieme al suo nuovo collega a Shutter island, per indagare su una misteriosa sparizione di persona avvenuta in circostanze improbabili, all’interno del sinistro manicomio criminale Aschecliffe. Una detenuta che uccise i suoi tre figli piccoli annegandoli nel lago, è fuggita da una cella chiusa dall’esterno e senza apparenti vie di fuga, eludendo anche il controllo di numerose guardie di sorveglianza e infermieri di turno. Ai due agenti sarà subito chiaro che più di qualcosa non quadra, trovandosi di fronte non solo all’ostracismo degli ambigui medici-psichiatri, ma anche a una cortina si silenzio e di paura da parte degli internati. Cosa accade veramente a Shutter Island? Gli agenti indagano, ma Teddy si ritrova presto in preda agli incubi e ad angosciose ossessioni, che riportano violentemente nell’inconscio e nella memoria i ricordi dei campi di concentramento che aveva visto da soldato, nonché una dolorosa tragedia familiare. Il cerchio si stringe, ma ciò che è reale e ciò che non lo è risulta assai nebuloso alla mente sofferente di Teddy. Perché è venuto a Shutter Island? C’è sicuramente altro che lo ha spinto in questo luogo oscuro dal quale sembra impossibile ritornare.
 
 
Lo Scorsese prestato al thriller si mantiene su uno standard qualitativo sempre notevole, dal punto di vista estetico e visivo; un po’ meno rispetto a quello narrativo, qui affidato alla sceneggiatura non troppo convincente di Laeta Kalogridis, nonostante l’indubbio tentativo di piegare il genere alla sua cifra autoriale, sempre ben riconoscibile. Il modello è quello dei fascinosi thriller degli anni 40 e 50, ai quali attinge, pur rielaborandoli scorsesianamente, Shutter island – penso, in particolare, a due capolavori di genere: La scala a chiocciola di Robert Siodmak (1946) e Vertigo di HItchcook (1958) -, ma c’è anche un indubbio omaggio a uno dei più grandi horror dei primordi del cinema, citatissimo da tanta cinematografia di genere successiva: Il gabinetto del dottor Caligari, di Robert Wiene (1920). Tutto giocato su un montaggio straniante, un uso del flashback allucinogeno, una musica ossessiva e ridondante, che è quanto mai narrativa e ricorda proprio Cape Fear, piani sequenza rapidi e dinamici, campi e controcampi improvvisi sugli attori, repentini avvicinamenti, inquadrature che spesso invertono la logica classica di ripresa, Shutter Island mantiene sempre molto alta la tensione e coinvolge per l’ottima resa d’insieme dei fattori emotivi e visivi. Molto più prevedibile e con pochi sussulti, invece, è la storia, che vive di qualche stanco e ripetitivo stereotipo – la figura del nazista “cattivone” o folle è un cliché abusato e ormai francamente insopportabile, tanto per dirne una -, mettendo tra l’altro troppa carne al fuoco e aprendo fin troppe parentesi impossibili da richiudere esaustivamente. Ma era logico che, confinandosi al genere, Scorsese non potesse avere più di tanto la mano libera, nell’ assecondare virtuosismi narrativi che ben si sposano con l’eccesso di visività e gli stadi onirici (ricordiamo, sempre di Scorsese, il bello e troppo in fretta dimenticato Al di là della vita, in cui queste componenti si fondono magicamente). Sia chiaro, stiamo parlando comunque di un’opera godibilissima, ed anche raffinata, per certi versi, che non annoierà sicuramente lo spettatore, nonostante le oltre due ore di durata.
 
 
Ricco e ben amalgamato il cast, in cui spicca la più che buona interpretazione di un Leonardo Di Caprio che migliora di film in film, che grazie a Scorsese acquista connotazioni sempre più mature, misurando e modellando a seconda della circostanza la sua innata espressività, in passato sovente fuori controllo. Per lui il regista italo-americano disegna un personaggio cupo e disturbato, che grazie al gioco di luci e di inquadrature ben restituisce la sensazione di doppiezza che sviluppa lungo l’arco della pellicola. Discrete anche le prove di Mark Ruffalo e Emily Mortimer, molto meno quella della Williams, e un po’ manierata quella del pur bravo Kingsley. Convince maggiormente il redivivo e algido Max von Sidow, al quale Bergman regalò un perenne retrogusto glaciale che genera inquietudine, qui abilmente riproposto da Scorsese.
 
Shutter Island non è il migliore lungometraggio del grande Martin, ma la sua buona dose di tensione la regala, su questo non c’è alcun dubbio, ed è comunque superiore rispetto al trascurabile The Departed e al fin troppo dilatato e estetizzante The Aviator, quanto meno a parere di chi vi parla. Comunque consigliato, certamente da vedere.
 
Regia: Martin Scorsese. Soggetto: tratto dal romanzo “L’sola della paura”, di Dennis Lehane. Sceneggiatura: Laeta Kalogridis. Direttore della fotografia: Robert Richardson. Montaggio: Thelma Schoonmaker Scenografia: Dante Ferretti. Costumi: Sandy Powell. Interpreti principali: Leonardo Di Caprio, Mark Ruffalo, Ben Kingsley, Emily Mortimer, Michelle Williams, Max von Sidow, Patricia Clarkson, Jackie Earle Haley, Ruby Jerins, Drew Beasley, Ted Levine, Curtis Cook, Christopher Denham, Elias Koteas, John Carrol Lynch, Joseph McKenna, Nellie Sciutto, Damian Zuk, Aidan Cole Mitchell, Joseph Sikora Produzione: Martin Scorsese, Arnold Messer, Mike Medavoy, Brad Fischer, Joseph P. Reidy, Emma Tillinger, Amy Herman per Phoenix Pictures, Sikelia Productions, Appian Way, Paramount Pictures, Hollywood Gang Productions. Origine: USA, 2010. Durata: 138 minuti.
 
Federico Magi, marzo 2010.
 
ISBN/EAN: 
000

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(Shutter island)"Tra

(Shutter island)"Tra suggestioni e atmosfere in bilico tra la letteratura kafkiana e il cinema di Sir Alfred Hitchcook, si snoda un thriller ricco di incubi e di trasfigurazioni oniriche, di sogni senza sonno e allucinazioni visive, che investono il protagonista nella sua ricerca di una verità che sfugge alla ragione cosciente e alla logica del piano dimensionale unico, per condurre ad un epilogo aperto e interpretabile, peraltro non del tutto imprevedibile".

 

[shutter island] archivio

[shutter island] archivio Scorsese integrato in calce; pezzo caricato in prima pagina. Ave Fede! 

L'ho visto ieri sera e... ci

L'ho visto ieri sera e... ci sono rimasto di sasso.


Dov'è finito il "cattolico" Scorsese? Mi sono chiesto. Poi mi sono rilassato - si fa per dire: il film è inquietante a dir poco - e ho seguito il film. Per me, il miglior Scorsese degli ultimi anni. Ora ti leggo e parliamo.

"Storia inusuale per le corde

"Storia inusuale per le corde di Scorsese, che ha sempre rifuggito il genere per mantenere una piena autonomia narrativa, e che ha toccato atmosfere altrettanto sinistre solo nella perversa e fascinosa rivisitazione di Cape Fear (Il promontorio della paura - 1991), in cui affidò allo stupefacente e camaleontico Robert De Niro uno dei non pochi ruoli per cui resterà tra gli immortali dell’arte di celluloide. In Shutter Island, invece, è per la quarta volta consecutiva con Leonardo Di Caprio, divenuto oramai suo attore feticcio, per il quale disegna visivamente un personaggio che si distanzia totalmente e definitivamente da quelli che lo resero celebre a inizio carriera, fino a Titanic compreso. Tra suggestioni e atmosfere in bilico tra la letteratura kafkiana e il cinema di Sir Alfred Hitchcook"


Già da qui ha colto un sacco di arguti spunti. Soprattutto l'uso della colonna sonora mi ha ricordato Hitchcock e certe scene ossessive...

[shutter island] "Il modello

[shutter island] "Il modello è quello dei fascinosi thriller degli anni 40 e 50, ai quali attinge, pur rielaborandoli scorsesianamente, Shutter island – penso, in particolare, a due capolavori di genere: La scala a chiocciola di Robert Siodmak (1946) e Vertigo di HItchcook (1958) -, ma c’è anche un indubbio omaggio a uno dei più grandi horror dei primordi del cinema, citatissimo da tanta cinematografia di genere successiva: Il gabinetto del dottor Caligari, di Robert Wiene (1920). "


Grande! Ho pensato anch'io a titoli del genere, in particolare nelle sequenze più visionarie (la scena con Di Caprio nel Padiglione C, il suo dialogo con il detenuto sfigurato sono davvero agghiaccianti).

[shutter island] Sai, per

[shutter island] Sai, per tutto il primo tempo (che reputo nettamente migliore al secondo) ho avuto davvero l'impressione di trovarmi davanti ad un palcoscenico, sicuramente anche per la teatralità "finta" della recitazione di Di Caprio e in certe immagini in cui la fotografia è davvero esageratamente espressionista.

[shutter island] Non so, è

[shutter island] Non so, è stato come tornare bambino: ho riscoperto la potenza del cinema. Magari esagero, ma mi è parso di vedere Cime Tempestose, Vertigo, L'isola del Dr. Moreau, una struttura che Nolan invidierà a morte e tanto altro. L'arrivo sull'isola è incredibile: ironico e inquietante al tempo stesso. L'incontro con la dottoressa nella grotta ricorda certi miti folkloristici sulle streghe.


Grande pezzo, Fede. La mia convinzione che tu ti stia trasformando in un'enciclopedia vivente sul cinema sta andando avanti lentamente. :)

(Shutter island) ah ah ah,

(Shutter island) ah ah ah, non esagere. Non sono un'enciclopedia vivente;) C'è ancora tanto che vorrei vedere e che non ho visto. Come i frattelli Marx ad esempio, che mi sto procurando in relazione alla lettura del libro di Luca. E comunque non solo loro. Ad ogni modo, al di là delle incongruenze narrative, visivamente è un film potente. L'incipit è favoloso, hai più che ragione.

(Shutter island) Visto

(Shutter island) Visto anch'io ieri sera, Paolo. Tra gli ultimi è il migliore, decisamente. Mi piacerebbe che Scorsese tornasse a osare del tutto, con film tipo Al di là della vita, L'ultima tentazione di Cristo, Casinò o lo stesso Cape Fear. Per non parlare dei capolavori precedenti. Negli ultimi anni si è un po' imborghesito. O, intendiamoci, resta un grandissimo che al cinema non mi perdo mai. Comunque Shutter island è ricco di suggestioni, non c'è un momento di stanca che sia uno, nonostante una trama, come detto, non proprio originalissima. Grazie dell'approfondita lettura;)

(Shutter island) Hai ragione,

(Shutter island) Hai ragione, primo tempo magnifico, si perde un po' nel finale. Visivamente è comunque magnetico, tutto il film.

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