Indecifrabile: “Gangs of New York” è un film che si muove a partire da un’idea interessante (raccontare la vita delle gangs per le strade della Big Apple tra 1846 e 1863 circa e gli albori del conflitto tra wasp e irish o, sic et simpliciter, non-wasp), si sviluppa su una sceneggiatura claudicante e sghemba, si concentra su una grottesca e caricaturale rivalità tra il maturo “nativo” wasp William Cutting, detto “The Butcher”, cioè “il Macellaio” (un superbo Daniel Day-Lewis) e l’acerbo giovinastro irlandese “Amsterdam” Vallon (un apprezzabile Leonardo Di Caprio), si conclude con un’immagine imbarazzante, populista e retorica della metropoli statunitense.
Il film conosce picchi di una violenza addirittura stomacante: talvolta gratuita come in “Cidade de Deus” di Meirelles, altrove soffocante e esibita con un compiacimento incomprensibile, sporadicamente funzionale alla storia narrata.
L’origine del progetto risiede nell’interessante saggio di Asbury, riletto, frainteso e tradotto cinematograficamente in una pellicola che, quando fugge dall’ordinario per precipitarsi nell’epico, disturba e annoia: e quando trasfigura con la fiction contrasti sociali e culturali perfino drammatici, mostra tutte le sue precarietà, le sue debolezze e le sue velleità allegoriche.
Pretenzioso, clipparolo, fumettistico nel senso più deteriore e triviale del termine, “Gangs of New York” è al limite un discreto b-movie (definizione scippata al buon Bedetti di Lankelot.com) raffinato da un cast di tutto rispetto. Un Day-Lewis tumultuoso, fanatico, egoico e impaludato in un ruolo volgare e reazionario regala un’interpretazione comunque avvincente e, nel complesso, piuttosto felice; un Di Caprio imbolsito ma sempre (ancora?) efebico riveste un ruolo che poteva pretendere altra profondità e altro spessore; una Diaz querula e ridanciana, e poi amorfa e anonima, s’appiattisce nel suo personaggio registrando una recitazione tutta contrasti e contraddizioni. Scorsese in piena e indiscutibile involuzione: i ritmi della narrazione annacquati fino all’assopimento, le incomprensibili ellissi e la bofonchiante sceneggiatura sembrano suggerire l’idea che il film sia rimasto superbamente inespresso e non accidentalmente artefatto.
Grande occasione mancata: “Gangs of New York” s’appiattisce nell’ultra-violenza, appassisce e si ripiega su se stesso, irreparabilmente, riuscendo nell’impresa di stordire di noia uno spettatore già facilmente piegato da una sceneggiatura “stravagante”, lacunosa, piuttosto evanescente e mai credibile.
La trama.
1846. “Priest” Vallon (Liam Neeson) si prepara a guidare, in battaglia, la sua band di puri irish, “I conigli morti”, e una mezza dozzina d’altre gang d’emigranti nello scontro con i sedicenti “Nativi” del sanguinario Cutting, detto “Il Macellaio”. Lo scontro non è soltanto l’epilogo di una rivalità: è l’esito della fallita coabitazione tra wasp presenti già da qualche generazione sul territorio e “stranieri”, sanguemisti d’ogni tipo, cattolici o meno, già serenamente integrati tra loro, nel primordio del melting pot.
Padre Vallon raccomanda le ultime cose al figlioletto, chiama a raccolta i suoi compagni e si presenta ai Five Points, luogo della battaglia, imbracciando una croce celtica che richiama rapidamente le ironie dei protestanti.
Lo scontro è cruento: in molti rimangono a terra, da un parte e dall’altra, fin quando Cutting non riesce a sorprendere Vallon, ferendolo a morte. È la fine di una battaglia e di una guerra, ma non di una rivalità: “I conigli morti” sono banditi dai Five Points, il nome di “Priest” Vallon verrà ricordato ogni anno dal suo rispettoso nemico in occasione di una festa(!) rionale, nella ricorrenza della sua morte, e l’erede di Vallon viene spedito in riformatorio, perché possa ricevere un’educazione adeguata.
Sedici anni dopo, il figlio di Padre Vallon ritorna, sostanzialmente irriconoscibile per tutti eccetto che per uno dei suoi antichi compagni di gioco: con il nome di Amsterdam, il rampollo del leader cattolico si fa strada tra gli scherani di Cutting (spesso ex compagni del padre), fino a conquistare la sua fiducia e a salvargli la vita. Non sembra più, ad un tratto, mosso dal desiderio di vendetta: il legame con Cutting è diventato uno strano ibrido tra “padre-figlio” e “maestro-allievo”. Del resto, il macellaio ignora che il biondino sia il figlio del suo più acerrimo rivale: e sarà necessario il Giuda di turno perché se ne possa accorgere.
Amsterdam ha una relazione con la seducente borseggiatrice Jenny Everdeane (Cameron Diaz), cresciuta nel vivaio dei criminali di Cutting e già segnata a vita da una liaison con lui: il rapporto tra i due ragazzi è dapprima di diffidenza e incertezza (risulta animalesco, infatti, almeno nella scena della “restituzione del medaglione”), quindi di reciproca curiosità e primo desiderio, infine amoroso.
Amsterdam salverà la vita di Cutting in un attentato: per l’ultima volta succube della sua personalità, umiliato e ferito dal tradimento della figura paterna, si deciderà a ribellarsi e ucciderlo. Nonostante il fallimento dell’attentato, il ragazzo s’è conquistato la fiducia della comunità Irish: è il ritorno de “I conigli morti”, la scintilla per costruire un nuovo “esercito” di “democratici” e “non wasp”, per ripristinare la pace sociale ai Five Points (chiedo venia per le virgolette, ma non posso che adottarle: senza virgolette adotterei parole che hanno ben altro significato, svuotandole).
Quando “Nativi” e “Conigli” stanno per sfidarsi, i colpi di cannone dell’esercito intervengono a impedire il combattimento: è la fine dell’anarchia per le strade di New York, il segno inequivocabile del sopraggiunto controllo dell’autorità dello Stato, la fine di un periodo di conflitti sociali nei quali sembrava ancora persistere un concetto di “onore” e di “valore” che le armi da fuoco delle divise dello Stato contribuiranno a mettere a tacere, (quasi) per sempre.
Epica delle gangs newyorchesi ottocentesche, cruenta e spietata: raffazzonata e saltabeccante, incespica quando si concentra su due figure emblematiche e rinuncia a rappresentare le sofferenze del nuovo popolo americano.
B-movie che si segnala per una accattivante colonna sonora, un buon cast e un argomento finora trascurato dalla filmografia occidentale: non basta a farne un buon film. Uno Scorsese in penombra.
Lankelot Franchi, ottobre 2003. Prima pubb: Lankelot.com
Regia: Martin Scorsese. Soggetto: Jay Cocks. Sceneggiatura: Jay Cocks, Steven Zaillian, Kenneth Lonergan. Ispirato da un saggio di: Herbert Asbury. Direttore della fotografia: Michael Ballhaus. Montaggio: Thelma Schoonmaker. Interpreti principali: Leonardo Di Caprio, Daniel Day-Lewis, Cameron Diaz, Jim Broadbent, John Reilly, Liam Neeson, Brendan Gleeson, Gary Lewis, Musica originale: Howard Shore. Produzione: Alberto Grimaldi, Harvey Weinstein, Origine: Usa/ Uk/ Germania/Italia/Olanda, 2002. Durata: 166 minuti. Info Internet: http://video.movies.go.com/gangsofnewyork/ Scorsese – fan site: http://www.martin-scorsese.net/
Commenti
A me non è affatto dispiacito, certo ho visto Scorsese migliori. E Daniel Day Lewis è un grande attore.
Due palle, 'sto film...
"B-movie che si segnala per una accattivante colonna sonora, un buon cast e un argomento finora trascurato dalla filmografia occidentale: non basta a farne un buon film. Uno Scorsese in penombra"
> tre anni dopo, sottoscrivo ridendo.
2> Un po' d'educazione, santo cielo...
[new york] "Dopo la metà
[new york] "Dopo la metà dell'Ottocento, le parti di Manhattan a cui toccava l'assalto edilizio passarono direttamente da rurali a urbane, senza alcuna fase intermedia, man mano che i tempi di costruzione acceleravano. Ai tempi della prima guerra mondiale, la terra coltivata era praticamente esaurita, anche se l'ultima fattoria, tra la Decima Avenue e la 214esima strada, fu abbattuta solo negli anni Quaranta, quando al suo posto sorse una stazione di smistamento della metropolitana" [Luc Sante, "C'era una volta New York", Alet, 2010, p. 25. Trad di Anna Mioni]
[sempre NY; gang] "Bisogna
[sempre NY; gang] "Bisogna ricordare che le gang non sempre erano bande criminali: erano sì violente, ma perché la lotta per il territorio faceva parte della vita di quartiere. La gang era molto simile a organizzazioni come le squadre antincendio, le confraternite e le associazioni politiche, le cui attività molto spesso si sovrapponevano; le gang potevano servire da vivaio, o fungere da braccio armato per le altre formazioni. Soltanto verso la fine del secolo le gang si svincolarono dalle rispettive comunità, diventando organizzazioni dedite esclusivamente ad atti criminali, a seguito dell'aumento di popolazione e del peggioramento delle condizioni economiche" [Luc Sante, "C'era una volta New York", Alet, 2010, p. 209. Trad di Anna Mioni]