Storiella tenera d’un amore che non nasce, e si limita ad annunciarsi come unione di due solitudini stars & stripes nella terra del Sol Levante: Bob Harris (Bill Murray), attore sul viale del tramonto, ridotto a pubblicizzare alcolici, incontra la giovane e abulica Charlotte (Scarlett Johansson), mogliettina annoiata d’un fotografo di stelline di plastica. Tra alberghi lussuosi e accoglienti, nascosti nella tossica ovatta degli aberranti grattacieli d’una metropoli nipponica, i due s’incontrano sposando la reciproca, deprimente noia e riconoscendo una peculiare e pestilenziale fragilità: complici giapponesi sempre più occidentalizzati, descritti con una miracolosa serie di luoghi comuni, perlopiù ovviamente semplificanti e non di rado ridicolizzanti, il vegliardo e la giovinetta s’accorgono di poter vincere l’insonnia e l’insoddisfazione bisbocciando tra localini e club e amoreggiando, sottotraccia.
Irripetibili sequenze fondate sui silenzi e sulle grigie contemplazioni d’una Tokyo colorata di spot e slogan d’ogni genere e natura, intervallate da rannicchiamenti in posizione fetale di Charlotte, la laureata in filosofia più apatica della storia del cinema contemporaneo, e da mute e intorpidite interazioni con i giapponesi dell’attore decaduto Bob Harris, costituiscono il nucleo principale del film: che titilla sbadigli e stuzzica perverse interpolazioni dello spettatore in una sceneggiatura vagula e blandula.
E dire che l’incipit del film prometteva maliziose evoluzioni: un primo piano del dorso della pallida giovinetta, giusto ad altezza glutei, in splendida evidenza uno slip rosa che la protagonista sembra oltremodo gradire – si spera ne possieda una cospicua serie, considerando che non se ne priva per diverse notti, e in diverse scene.
Questa tardoadolescente, sposa d’un marito superficiale e del tutto privo di fascino, s’arrangia tra festini e ritrovi di vario tipo per vincere la noia: forse incapace di integrarsi tra i nipponici, s’intende alla perfezione col rugoso e disincantato connazionale, estenuato da un matrimonio che sembra costituirsi di moquette color rosso Borgogna e di fax legati al drammatico problema dell’arredamento. Potenza della tecnologia.
Nel film, ovviamente, non accade niente: i due si annusano nelle prime scene, s’individuano con sguardi acquosi e si incontrano e s’accompagnano condividendo noia, insonnia, frustrazione e impotenza; finché non si separano. Sorge il sospetto che l’intera pellicola vada letta come una gigantesca trasposizione d’un complesso di Elettra, che abbisognava d’una ambientazione esotica e di qualche astuto mascheramento per poter essere rappresentato e analizzato. Un complesso d’Elettra censurato proprio nel momento della sua epifania, in onore a un soggetto che doveva e voleva essere destinato al grande pubblico.
Fondamentalmente irritanti – ma questo è un giudizio del recensore, non condiviso da altri spettatori – le immagini della società giapponese: fatico a credere che si possa dipingere un popolo dalla storia nobile e complessa come quello nipponico con altra connotazione positiva che non sia la gentilezza; dubito che si tratti, per la larga maggioranza, di fantocci soggetti a un’adorazione dell’occidente talmente esasperata da obbligarli a una farsesca mimesi d’ogni aspetto della nostra estetica e della nostra cultura. E sorvolerei sulle battute legate alla pronuncia dei fonemi: siamo ancora fermi al cliché dell’orientale che inciampa sulla R – non c’è niente da ridere, e troppe delle poche boutade del film giocano su questo “equivoco”. Francamente stupido, e degradante.
Bill Murray interpreta con misura e intelligenza un personaggio che pure ha diversi aspetti interessanti: incarna la decadenza d’un’esistenza, il senso di insoddisfazione di chi non apprezza la propria vita e si trova sulla soglia della vecchiaia, lo smaccato atteggiamento di superiorità dello statunitense “costretto” a soggiornare tra i membri del popolo della mimesi (così esso ci appare).
Scarlett Johansson non incide e non convince, mai. Inadatta alla parte: o forse, incapace d’esaltare l’espressività dei suoi ostentati slip rosa. Mistero.
Qualche promettente esempio di profondità di campo: alludo a una scena in cui Bill Murray gioca a golf, in particolare. La regista dovrebbe forse assecondare questa sua sensibilità nei confronti della profondità e della simmetria. Apprezzabile la puntuale adesione al silenzio: la sensazione di ripetitività e di stanchezza che regalano le ripetute inquadrature del “nulla cosmico” delle vite dei due protagonisti, prima e durante il loro incontro, è efficace.
Siamo appena al secondo film della figlia di Francis Ford Coppola: ma possiamo, sin d’ora, apprezzare alcune analogie nello spirito delle sue opere. Sofia Coppola sembra prediligere personaggi deboli, fiacchi, incapaci di incidere nella realtà se non per rinunce e assecondate convenzioni. Le donne dei suoi film sono fragilissime e malinconiche: vittime d’una depressione che le affligge e le lacera, immobilizzandole in una ripetitività che non lascia scampo.
Sono opere di vitalità repressa e perturbante avvilimento, segnate da un “abbandono al previsto” che lascia perplessi: non c’è traccia di ribellione, di reazione, di rottura. Ai personaggi della Coppola la vita “accade” e “capita”. La via d’uscita suggerita nel primo film non è certo solare. In questo secondo, sembra annunciata e rimane inespressa. S’avverte un gran bisogno di esseri umani dotati di sentimenti come la rabbia e il furore: s’avverte la necessità di un personaggio che mostri d’essere capace di avere e testimoniare volontà.
APPUNTI
Sofia Coppola, classe 1971, è una figlia d’arte che, dopo una serie di non memorabili (si legga: di norma, esecrabili) interpretazioni come attrice, sembra essersi decisa a intraprendere l’attività registica. L’esordio, lo sciatto e adolescenziale “Il giardino delle vergini suicide”, poteva almeno vantare una colonna sonora memorabile, composta dagli Air, ispirati come mai in precedenza. Questo suo secondo lungometraggio è ordinato e apprezzabile: ma non ritengo di esagerare se scrivo che, nella nostra italietta contemporanea, esistono almeno cento registi para o pseudo esordienti in grado di scrivere e girare un film del genere. Senza nulla togliere a questa piacevole e lineare commedia dei buoni sentimenti, intendiamoci: un’operetta compita e depressoide che non dispiace. Ma di talento, genio e originalità non scorgiamo neppure l’ombra. Tanto mestiere, questo sì. Congedandoci dal lettore, salutiamo nella Coppola una buona artigiana. Lamentando oltretutto – ma questo inciso vale finché il film rimarrà in sala – che prima del film viene proiettato uno spot della Renault Megane, mascherato da corto d’un regista nostrano, Infascelli. Si poteva evitare.
Regia: Sofia Coppola.
Soggetto e Sceneggiatura: Sofia Coppola.
Direttore della fotografia: Lance Acord.
Montaggio: Sarah Flack.
Interpreti principali: Scarlett Johansson, Bill Murray, Giovanni Ribisi, Anna Faris,
Musica originale: Kevin Shields, Brian Reitzell, William Storkson.
Produzione: Francis Ford Coppola, Ross Katz, Sofia Coppola.
Origine: Usa / Giappone, 2003.
Durata: 105 minuti.
Info Internet: Sito ufficiale / Sito italiano.
Approfondimento: Sofia Coppola in Independent Film.
Lankelot Franchi, gennaio 2004. Prima pubb: Lankelot.com
Commenti
Sono opere di vitalità repressa e perturbante avvilimento, segnate da un ?abbandono al previsto? che lascia perplessi: non c?è traccia di ribellione, di reazione, di rottura. Ai personaggi della Coppola la vita ?accade? e ?capita?.
Non l'avevo mai letto in quest'ottica, abbastanza indovinata a ripensarci. Certo "il giardino delle vergini suicide" è ancora più marcato in tal senso (e non ho visto "Antoniette", adesso nelle sale), ma questo film non mi lasciò un senso di pesantezza, anzi. Mi piacque molto quando lo vidi in sala, ma ancora mi manca la seconda (più critica) visione.
So solo che, uscendo dalla sala, m'è rimasto quel che ho scritto qui: non ho visto, naturalmente, "Antoniette" ma ti assicuro che non sarà il film che mi restituirà alle gallerie:).
Per quanto concerne la Coppola, sino a questo punto per me era e rimaneva una onesta mestierante, con questa primitiva traccia di uniformità e coesione nei temi che hai rilevato nella recensione.
Difatti non credo sarà mai una grande regista, nella fattispecie molto deve alla coppia d'attori, secondo me ben affiatata.
Devo dire che il film mi è piaciuto molto e lo vedo sempre volentieri. I personaggi mi sembrano ben caratterizzati. Sono passivi ma - e questo è il loro punto vincente - sono coscienti di esserlo. Anzi la loro reazione a questa constatazione è amabile. E' un film sussurrato - non ha preso dal padre, in questo.
"Fondamentalmente irritanti ? ma questo è un giudizio del recensore, non condiviso da altri spettatori ? le immagini della società giapponese: fatico a credere che si possa dipingere un popolo dalla storia nobile e complessa come quello nipponico con altra connotazione positiva che non sia la gentilezza; dubito che si tratti, per la larga maggioranza, di fantocci soggetti a un?adorazione dell?occidente talmente esasperata da obbligarli a una farsesca mimesi d?ogni aspetto della nostra estetica e della nostra cultura."
Non solo: l'intelligente osservazione è applicabile anche au contraire, ovvero da notare la tendenza degli ultimi anni all'indegna appropriazione da parte dell'occidente di alcuni costumi orientali. Mode gastronomiche, remake americani di film nippo-coreani - horror su tutti.
Film gradevole se ci si concentra sui due protagonisti. Un Murray che ultimamente non sbaglia un colpo. Ad un'analisi critica però non regge.
"l?intelligente osservazione è applicabile anche au contraire, ovvero da notare la tendenza degli ultimi anni all?indegna appropriazione da parte dell?occidente di alcuni costumi orientali. Mode gastronomiche, remake americani di film nippo-coreani - horror su tutti".
> Sul discorso dei film direi che c'è stata una "navetta", un po' come per le leggi in Parlamento. Il primo saccheggio non è occidentale, per capirci: all'opposto. Se si cercano info sulle biografie dei registi coreani, per capirci (mi pare Ahn di Phone, per dire) si scoprono cose interessanti:).
Sul discorso delle mode gastronomiche quoto in pieno.
Ma aggiungo: preferisco giapponesi e sudcoreani ai neo-cinesi. Sono raccapricciato dallo squallore delle loro attività commerciali, qui a Roma, e dalla progressiva invasione del territorio. L'Esquilino è kitsch e irriconoscibile.
Sulla cucina cinese calo un velo pietoso.
Calo infine una mannaia sul loro regime politico. Ma il discorso va OT quindi glisso;)
"Sorge il sospetto che l?intera pellicola vada letta come una gigantesca trasposizione d?un complesso di Elettra, che abbisognava d?una ambientazione esotica e di qualche astuto mascheramento per poter essere rappresentato e analizzato. Un complesso d?Elettra censurato proprio nel momento della sua epifania, in onore a un soggetto che doveva e voleva essere destinato al grande pubblico"
Io l'ho trovato un film irrimediabilmente noioso, non mi ha dato niente, mi ha lasciato assai indifferente. Il protag. maschile ha alcuni sprazzi interessanti, come noti.
Quanto agli slip rosa: ehehehehe! Mio marito ha fatto la tua stessa osservazione! :-)
(campeggiavano sin dai primi fotogrammi con un'insistenza - avrei giurato - più maschile che femminile. Fenomeno che mi ha molto incuriosito)
Unico interesse, durante la visione, l'accoppiata bizzarra e improbabile dei protagonisti, di una certà ambiguità attraente. Dopo, solo quella è rimasta.
locandina+ archivio
locandina+ archivio sofiacoppola