Nel maggio del 1988 inizia Splendor un film diretto da Ettore Scola, Troisi si sente ormai pronto a fare solo l’attore affidandosi alla regia di uno dei maestri del cinema italiano, anche perché fino ad ora si era sempre diretto da solo in film come No grazie, il caffè mi rende nervoso e Hotel Colonial in parti di fianco in cui era quasi il regista di se stesso; infatti Troisi era stanco della proposte che gli venivano fatte di film in cui doveva recitare e in cui si vedeva costretto a scriversi la parte addosso. Egli pretendeva un regista autoritario, che sapeva come usarlo all’interno di un film, a quel punto lui era totalmente disponibile a diventarne lo schiavo: “Dal personaggio di Luigi, che interpreta nel film, scritto dal regista, si potrebbe pensare che c’è entrato anche Troisi nell’invenzione, tanto aderisce ad alcune sue caratteristiche…[ attore e regista sono amici prima e fuori dal set, per cui sembra ovvio che il Scola abbia scritto la parte di Luigi ispirandosi a Troisi, senza che questi si scomodasse a modificarla]… Forse ha trovato davvero un regista- padrone a cui affidarsi”[*1].
La trama è quella, del piccolo cinema di provincia che sta per chiudere per mancanza di spettatori, ma Scola con questo film ha voluto fare qualcosa in più: una sorta di omaggio al cinema, o meglio per la sala cinematografica che negli anni ’80 sembra stia scomparendo. Quella di Scola non è un’idea nuova, infatti prima e dopo di lui molti registi (da Fellini a Tornatore solo per citarne un paio), hanno realizzato dei film con la quasi sola intenzione di omaggiare il cinema.In Splendor è interessante notare il riferimento a tutto il miglior cinema d’autore anni ‘40-‘70: si respira ‘aria felliniana’, un po’ barocca e trasognante, e sullo schermo del cinema viaggiante scorrono le immagini di tanti capolavori, da La Dolce Vita di Fellini al mitico Il Sorpasso di Dino Risi, passando per Il posto delle fragole di I. Bergman. Il paese dove il film è ambientato è Sant’Arpino (in Ciociaria), che è stato scelto per gli esterni da Ettore Scola probabilmente per la sua aura antica e poetica, gli interni, soprattutto la sala cinematografica, sono stati ricostruiti nello studio 8 di Cinecittà.
Nel film si intrecciano le vicende di tre personaggi: Jordan, il proprietario del cinema Splendor (Marcello Mastroianni), Chantal, sua compagna e maschera del cinema (Marina Vlady) e Luigi, il proiezionista della sala (Massimo Troisi). Splendor consiste, essenzialmente, dei ricordi a cui i tre si lasciano andare in occasione dell’imminente chiusura della sala cinematografica: mentre gli operai stanno per demolire tutto, vediamo il proprietario Jordan-Mastroianni seduto su di un tavolo, che guarda fuori campo (probabilmente verso l’interno della sala cinematografica) con uno sguardo rassegnato; alle parole rivoltegli dal protezionista Luigi-Troisi, Jordan si alza senza dire nulla, continuando a guardare davanti a sé: in questo momento partono i ricordi. Per quanto concerne l’uso di tecniche filmiche, l’alternanza di inquadrature e piani sequenze, ora a colori, ora in b/n, è molto significativa e sta a denotare rispettivamente il passaggio tra la fase presente e quella dei ricordi relativi al passato.
Jordan era un figlio d’arte, suo padre possedeva un cinematografo itinerante, ed infatti una delle scene iniziali, (appunto in b/n), è quella di un pubblico che si sistema davanti a questo cinematografo rudimentale, per vedere un classico del cinema: Metropolis di Fritz Lang. Poi si ritorna allo Splendor dove c’è una situazione di disordine - corrispondente anche a diversi movimenti di macchina, anche se in generale, nel film, la macchina da presa non è molto mobile. Tutto il film è pervaso da movimenti di macchina molto morbidi, che quasi inseguono i personaggi, per poi soffermarsi molto su di essi ed arrivare quasi a dei fermo immagine. Nel film, pieno, tra l’altro, di inquadrature frontali e piani sequenza, c’è, dal punto di vista dell’illuminazione, un vago senso di oscurità, anche perché è girato quasi tutto in interni (nello Splendor, per l’esattezza). L’alternanza di fatti e di tecniche pervade tutto quanto il film, che procede nella narrazione svelando molti particolari. Del resto questa è, poi, una tecnica ricorrente nella scrittura di Ettore Scola (un altro esempio è C’eravamo tanto amati, con V. Gassman, N. Manfredi, S. Sandrelli, S. Sattaflores).
Il riferimento al cinema indagato e non soltanto rappresentato è sempre molto presente e costante; quando Jordan ricorda come ha conosciuto Chantal, all’epoca ballerina delle Bluebell che era venuta in tournée nel teatro Le Palme. L’ha portata subito allo Splendor dove si proiettava una serie di film sul neorealismo, e quando lei gli chiede cosa significa neorealismo, lui le spiega cosa debba fare il cinema: “…nel cinema non devi imbrogliare la gente, devi dirgli la verità!…” quindi questo, oltre che un inno al cinema, è una vera e propria sorta di metacinema, di cinema che esplode nel cinema.
Il personaggio interpretato da Massimo Troisi è piuttosto interessante: si tratta di Luigi, inizialmente cliente dello Splendor, che infatuatosi della seducente maschera Chantal, inizia a frequentare assiduamente il cinema tutti i giorni, suscitando al curiosità di Jordan che gli fa notare come è quasi una settimana che proiettano lo stesso film; Luigi comincia timidamente a corteggiarla, e quando verrà assunto come protezionista riuscirà ad avere una relazione con lei, se pur effimera, e a portarsela a letto, mentre proietta sulla parete della sua camera da letto diapositive, pezzi di fotogrammi, dei volti delle attrici più belle e famose del cinema italiano e internazionale[*2]. E’ divertente vedere come Luigi e Chantal si capiscano perfettamente, nonostante lei parli in francese e lui in italiano (anzi in napoletano) e volendo questo succede un po’ anche nelle realtà dialettali italiane. In effetti, è poi vero, che se ci sono altri linguaggi comuni (sguardi, gesti, movenze), ci si può parlare e comprendere anche mediante l’impiego di linguaggi diversi. Questo personaggio, interpretato dalla Vlady, è molto interessante e allo stesso tempo irreale e surreale, essendo una figura che incarna un po’ il cinema: infatti tutti si innamorano di lei, come se si innamorassero del cinema stesso, anche il signor Paolo, un assiduo spettatore (P. Panelli), ma poi tutti si ravvedono per seguire la vita nel modo più quotidiano possibile.
Dunque, il protezionista Luigi contribuisce al buon andamento della sala mettendo d’accordo cultura e svago, affiancando il proprietario Jordan diventandone contemporaneamente rivale in amore, dipendente e poi amico. Luigi è un proiezionista pigro, che vive nel sogno e nell’illusione del mito del cinema, divorando immagini su immagini dalla sua cabina di proiezione accanto a pellicole bobine e avvolgi-film manuale. I divi sullo schermo non fanno altro che aumentare i sogni e le illusioni di Luigi, come di tutti gli altri appassionati di cinema. Nei film girati con altri registi Massimo Troisi ha sempre recitato in maniera ‘diversificata’, e qui, ci offre un personaggio realista e sognatore allo stesso tempo, un po’ dissimile dagli altri finora interpretati. Troisi-Luigi, è molto serioso e un po’ pesante, Scola lo ha scritto a suo modo e Troisi, fedele, lo ha seguito, pur restando saldo ai suoi tipi di sempre.
Dopo una breve e fugace relazione con Chantal la maschera del cinema, la quale esce dalla sua vita tanto rapidamente di quanto era entrata, Luigi conosce Eugenia, il suo nuovo amore, una giovane insegnante vedove con un figlio piccolo. Luigi si è fatto crescere anche i baffetti per darsi un’aria più adulta, quasi paterna, e non esita a raccontare al suo grande amico Jordan le sue imprese amatorie paragonando le vicende della sua vita a quelle dei film. In questo film, “Troisi a tratti si avvicina nuovamente al suo mondo fatto di timidezze, piccoli scarti comportamentali, leggere superstizioni. Sono ancora quelle necessarie deviazioni di percorso e del recitare, di fronte ad una donna che si vuole sedurre o di fronte ad un bambino addormentato cui continuare a parlare”[*3]. Inoltre è interessante vedere quanto Troisi ci ricordi Totò, in particolare, quando parlando dell’organizzazione di una retrospettiva jugoslava sui grandi maestri emergenti, dice a Mastroianni: “io un’idea ce l’avrei ... a me piace!”. Questa era una tipica frase che Totò spesso usava, la ricordiamo in Totò letto a tre piazze ed in Totò a colori (tra l’altro primo film italiano a colori), nella mitica scena del vagone letto con la sua spalla, Alberto Castellano.
Al cinema ormai non va più nessuno, così Luigi recandosi al bar a prendere un caffè cerca di invogliare i suoi amici ad andare al cinema e sentenzia che “quando la leggenda incontra la storia, vince sempre la leggenda” (rafforzamento dell’alone magico del cinema), cercando così di convincerli dicendo che quella sera allo Splendor proiettavano Toro scatenato di Martin Scorsese: la storia del famoso pugile Jack La Motta che, da povero diventa campione di pesi medi;
ma i ragazzi rispondono che quella sera in televisione danno ben nove film e che nonostante questo comunque non ne vedranno neanche uno. Sempre ai tavolini del bar Jordan, conversando con dei suoi amici, si pone una serie di domande molto profonde: “Ma chi va al cinema? Perché ci va? E poi cosa si aspetta?”. Questo è proprio uno dei messaggi del film, che ci fa capire quanto Scola abbia voluto fare, essenzialmente, un invito alla riflessione, sul cinema e, forse, sulla vita. Il cinema, per Ettore Scola in questo film è, in fondo, niente altro che un luogo magico, misterioso ed affascinante, dove la gente si incontra con la speranza e, spesso, la promessa di una vita migliore e diversa da quella quotidiana. Il cinema è l’essenza di questo film e lo si respira in tutta l’opera, da Luigi che continua a raccontare le prodezze di De Niro, con Il cacciatore al manifesto della Carica dei 101 nell’entrata dello Splendor.
Con la crisi dello Splendor anche il rapporto tra Luigi e Jordan diventa pieno di attriti e di vecchi rancori, rinfacciandosi spese e scelte sbagliate. Ormai i debiti cui Jordan deve far fronte sono molti e nonostante tutto continua a resistere alle continue offerte di un ricco compratore che vorrebbe acquistare il cinema e trasformarlo in un enorme magazzino. Per salvare il cinema dalla chiusura Jordan cerca di escogitarne di tutte e decide di far precedere a L’albero degli zoccoli un numero di streap-tease, ma mentre in compagnia di Luigi guarda le ragazze che stanno provando lo spogliarello, prova un enorme disgusto nel dover ricorrere a un tale espediente, così interrompe le prove, quasi a non voler sporcare l’arte del cinema lasciando il suo mito sognante intatto, e le licenzia promettendo loro, sotto suggerimento di Luigi, di pagarle per l’intero contratto. Le difficoltà economiche della sala proseguono, Jordan è costretto a vendere, ma rinuncia a dieci milioni sul prezzo di vendita totale, solo per potersi togliere la soddisfazione di schiaffeggiare il compratore davanti ai notabili del circolo cittadino.
Il film si chiude proprio con la scena con si apre, cioè quella della chiusura del cinema: si tratta di in un finale quasi a cerchio, con la stessa scena. Ma, mentre gli operai iniziano a schiodare le poltrone, la folla di spettatori avanza all’interno della sala in modo deciso mettendosi a sedere, impedendo così lo smantellamento della loro sala cinematografica. La platea e la galleria sono piene come una volta. Nel volto dei tre protagonisti esplode una gioia immensa, Luigi sale sul palco eaugura Buon Natale a tutti, ma Jordan gli fa notare che sono al mese di giugno, e lui risponde che queste cose avvengono solo a Natale; il pubblico si alza in piedi e canta il valzer delle candele mentre dall’alto scende la neve come nell’ultima scena del film di Frank Capra. Sulla scia delle immagini del film di F. Capra La vita è meravigliosa (con J. Stewart), le riflessioni di Jordan continuano, e lo vediamo commuoversi al suono dei canti e delle carole natalizie. Sa che la sua lotta col cavaliere Lo Fazio (che vuole comprare lo Splendor ad ogni costo) non avrà esito positivo, e se ne rammarica.
Ma la situazione avrà un esito positivo: il cinema non chiuderà, come si capirà dalla penultima scena ferma su Luigi che, sul palco del cinema, augura il Buon Natale a tutti, dicendo che queste cose succedono solo a Natale!
Continua a scendere la neve sugli spettatori, la sala si fa buia e silenziosa, e ricomincia lo spettacolo.
[*1] M. Hochkofler , (a cura di), Comico per amore, Marsilio Editori, Venezia, 1998, p. 176.
[*2] Cfr., M. Hochkofler op. cit., p. 180-181.
[*3] G. Gariazzo, Troisi nei film degli altri, in F. Chiacchieri, D.Salvi, (a cura di), Massimo Troisi: il comico dei sentimenti, Stefano Sorbini Editore, 1996, p. 109.
Salvatore Gervasi, giugno 2007
Regia, Soggetto e Sceneggiatura: Ettore Scola
Aiuto regista: Maurizio Mein
Scenografia: Luciano Ricceri
Arredamento: Ezio Di Monte
Costumi: Gabriella Pescucci - Tirelli Costumi - Roma
Ricerche e consulenza: Giampiero Brunetta
Musiche: Armando Trovaioli
Montaggio: Francesco Malvestito
Interpreti: Marcello Mastroianni (Jordan), Massimo Troisi (Luigi), Marina Vlady (Chantal), Paolo Panelli (sor Paolo), Pamela Villoresi (Eugenia), Giacomo Piperno (Lo Fazio), Vernon Dbcheff (prete), Giovanni Febraro (Lo Fazio giovane), Filippo Greco (Jordan bambino), Ilaria lotta (Chantal giovane), Benigna Lucchetti (Giovanna)
Direttori di produzione: Franco Cremoni e Franco Parmigiani
Distribuzione: Warner Bros Italia
Produzione: Mario e Vittorio Cecchi Gori Group e Studio EL con la collaborazione della RAI. Una coproduzione italo/francese con la Gaumont Production.
Distribuzione: Warner Bros. Italia. Durata: 114 minuti
Italia, 1988
Commenti
Stesso anche qui: intanto ho uniformato i credits, levando le righe bianche; ho inserito il codice ean e il tag ?cinema?
"Al cinema ormai non va più nessuno, così Luigi recandosi al bar a prendere un caffè cerca di invogliare i suoi amici ad andare al cinema e sentenzia che ?quando la leggenda incontra la storia, vince sempre la leggenda? (rafforzamento dell?alone magico del cinema)"
> già nel 1988?
Da quanto dura questa crisi di pubblico? E a questo punto: quanti anni è durata la cinemania degli italiani?
"Per salvare il cinema dalla chiusura Jordan cerca di escogitarne di tutte e decide di far precedere a L?albero degli zoccoli un numero di streap-tease,"
> questo è geniale.
"Continua a scendere la neve sugli spettatori, la sala si fa buia e silenziosa, e ricomincia lo spettacolo."
> lirico.
Probabilmente la chiave di volta - al di là dell'omaggio del cinema al cinema - è domandarsi, da posteri e nel pieno delle stesse difficoltà, quale sia questo pubblico smarrito nel corso di ormai vent'anni. Nel senso che non mi viene in mente nessuna casa senza un dvd, tra dieci anni non ne immaginerò nessuna senza maxischermo ultrapiatto. Il cinema è passato da luogo buio di raduno a essere protagonista in ogni casa, con almeno media libertà di scelta nel catalogo - col web diventa assoluta, a meno di ostracismi di tutti i gruppi di distribuzione. In altre parole, cosa si va rimpiangendo? Le sale piene? La piazza del paese col cinema? L'industria del cinema che dava lavoro a migliaia di persone? I film - in sé - circolano con furibonda facilità. Magari fosse così coi libri.
Forse dovremmo dare una svolta a tante riflessioni non sul cinema cambiato, ma sul cinema padrone di ogni casa. Dal monolite ai milioni di liti:)