Che ora è appartiene sicuramente ad un buon cinema d’autore ed è un film in cui, oltre all’incommensurabile Mastroianni, spicca la figura di Massimo Troisi, che tra i comici della penultima generazione, è certamente quello più vicino all’umorismo agrodolce di Ettore Scola. Partendo dall’analisi di un elemento di non primaria importanza, quale la scelta delle tonalità e dei colori, che si presentano un po’ sull’ocra e sul mattone, quasi orientati su un viraggio seppia, constatiamo quanto questo film sia profondo e intimista, e come nulla, nemmeno la scelta di un tipo di inquadratura, di un colore, o di illuminazione, sia lasciato al caso da Scola e dai suoi collaboratori. Il tema affrontato in questo film è quello del conflitto generazionale tra padre e figlio.
Il film si apre con un campo lungo di una strada e di un paesaggio mattutino anonimo su cui scorrono i titoli di testa. Vediamo l’arrivo di un’auto, per l’esattezza un taxi, che si ferma davanti ad una caserma militare e da cui scende un uomo sulla sessantina d’anni (Marcello Mastroianni). All’interno della caserma vediamo un giovane militare (Massimo Troisi) che attraversa il corridoio per raggiungere la sua camerata dove si cambierà d’abito per andare in libera uscita. All’uscita dalla caserma il giovane aspetta qualcuno, quell’anziano signore che prima abbiamo visto arrivare in taxi è suo padre. Il giovane si chiama Michele. Padre e figlio si salutano abbracciandosi e guardandosi affettuosamente: non si vedono da molto tempo, e subito suo padre inizia a scherzare con lui, mentre Michele imbarazzato, perché si trovano davanti la caserma, cerca di evitare. Il padre di Michele, Marcello Rinaldi, avvocato affermato, da Roma è giunto a Civitavecchia per stare solo un po’ con suo figlio, per poter parlare con lui, in quanto non si vedono e non si parlano da molto tempo. Subito balza agli occhi la differenza dialettale, Troisi-Michele parla napoletano, Mastroianni invece ha una cadenza romana appena accennata, ma sempre fedele alla dizione italiana che lo ha sempre contraddistinto nei suoi film.
Marcello gli porta dei regali da parte della madre e della sorella, che purtroppo non sono potute venire a trovarlo. Michele-Troisi, è “ … di un’altra classe sociale, laureato in lettere, … mantiene però del personaggio … [di Luigi interpretato precedentemente in Splendor] … il candore naïf e la naturale sincerità … ” [*1]. Mentre passeggiano nei pressi del porto, su una strada bagnata su cui si riflettono i loro corpi, Marcello rivela al figlio quella che ritiene una bella notizia, ossia il regalo che gli spetta al suo ritorno a Roma: una Lancia Thema turbo 16 valvole grigio metallizzata, l’auto di gamma della Lancia, ossia la più alta di listino; e non solo gli ha comprato anche un elegante attico in città, immerso nel verde. Michele è imbarazzato dall’aver ricevuto da suo padre questi regali ‘così grandi’, è contento sì, ma non si dimostra entusiasta, per lui è troppo. Mentre sono appollaiati su un cumulo di funi, sul molo, padre e figlio osservano lo scarico merci delle navi, tra le gigantesche gru e lo squillo delle sirene: alla domanda di Marcello, se gli piacciono le sirene, Michele risponde che a volte gli sembrano tristi, altre volte allegre; invece per l’anziano padre le sirene non fanno altro che ricordare i tempi della guerra, del coprifuoco, quando dovevano correre per rifugiarsi, facendo attenzione a non lasciare il sacchetto dei preziosi, contenenti sei cucchiaini d’argento. Secondo Michele l’epoca del padre doveva essere bella da vivere, peccato che ci fosse stata la guerra, perché in quell’epoca si dava maggior valore a quel poco di prezioso che si possedeva, ad esempio i sei cucchiaini d’argento venivano usati solo nei giorni di festa o nelle occasioni importanti, quel poco che possedevano per loro era tutto; invece nell’epoca attuale si cerca di voler sempre di più mentre ciò che si ha già perde di valore e di importanza.
Anche in questo film si accenna alla passione per il calcio di Troisi, quando, sempre sul molo, padre e figlio vedono arrivare in porto un peschereccio su cui ci sono degli amici di Michele, con cui gioca a calcio la domenica nella squadra dei cavallucci marini. Ma l’anziano padre è insoddisfatto: Michele non parla, è lì silenzioso, ogni tanto annuisce, guarda nel vuoto, dice due parole, ma non parla mai di sé; il padre vorrebbe che parlasse un po’ della sua vita, di come trascorre il suo tempo in questa piccola cittadina, la gente che frequenta. In un bar del paese, davanti a una vetrata da cui si scorge ancora una volta il porto di Civitavecchia, dopo aver preso un caffè, vediamo i due parlare di Gloria, l’ex ragazza di Michele; si sono lasciati, o meglio è stata lei a troncare la storia: anche qui ritorna il difficile rapporto di Troisi-Michele con le donne, il suo essere indeciso, pieno di dubbi, ‘inconcludente’, questa sua inadeguatezza emotiva nel riuscire a mantenere dei saldi legami sentimentali. Il padre è il primo a sapere di questa cosa, cerca di consolarlo dicendogli che lui non è inconcludente ma ‘riflessivo’, e sembra compiaciuto che Michele gli abbia confidato una cosa così intima: i momenti più belli e significativi sembrano essere quelli degli sguardi, imbarazzati, pieni d’amore, del padre, o i sorrisini a labbra tirate del figlio.
Escono dal bar, e mentre passeggiano sotto i portici, parlando del posto dove andranno a pranzare, passa accanto a loro un ragazzino in bicicletta che fischietta una canzone di Jovanotti dell’epoca; per il padre questo circostanza è motivo per constatare come nei paesi di provincia si continua a fischiare, al contrario delle grandi città, e ricorda di quando ai suoi tempi, da giovane, il fischio era un linguaggio: serviva anche a far capire ad una ragazza il proprio interesse per lei. Poi passa a menzionare i vari tipi di fischio, ad esempio quello con quattro dita, difficilissimo: Michele glielo fa sentire, mettendosi quattro dita in bocca. Marcello è sorpreso, non sapeva che il figlio sapesse fischiare così, e gli chiede dove avesse imparato, Michele gli fa notare che da sempre sapeva farlo. Questo episodio sottolinea la latitanza del padre dalla vita di suo figlio, come egli non lo conosca a fondo, anche nei più semplici e insulsi retaggi dell’infanzia.
Nella scena successiva vediamo padre e figlio in una trattoria del luogo. A tavola prima di pranzare Marcello gli regala qualcosa, mentre scarta il pacchetto, Michele crede si tratti di qualche diavoleria della tecnologia giapponese, di cui il padre è un fanatico, invece scopre che si tratta del vecchio orologio da ferroviere che era appartenuto a suo nonno: Michele è contentissimo, fa un’espressione di stupore che attira l’attenzione degli altri clienti della trattoria; ha gli occhi luminosi, tipici di un bambino entusiasta di aver ricevuto in regalo la cosa più bella che potesse avere. E infatti è il regalo più bello che il padre gli potesse fare. Ora “ … è il momento di Michele di ricordare … padre e figlio parlano con immediatezza ognuno dei propri ricordi, come se si vedessero riflessi l’uno nell’altro, come se si guardassero in uno specchio … ” [*2]: inizia a ricordare suo nonno, di quanto era fiero che fosse un ‘funzionario delle ferrovie’, e ricorda di quando ogni due minuti gli chiedeva ‘che ora è’?, rispondendogli con impeccabile precisione. Questo monologo-dialogo, permette a Troisi di ricorrere ai suoi gesti articolati, toccarsi il viso con le mani, tipici della sua recitazione. Ma l’armonia tra i due si spezza: inerente alla questione che al giorno d’oggi né in caserma né in chiesa si usano più, rispettivamente, il trombettiere e le campane, ma semplici audiocassette registrate, Marcello pronuncia una frase giovanilistica, ‘allucinante al massimo’, un modo di dire diffuso tra i giovani, che semiologicamente denota il momento in cui prese una sbandata per una ragazza con cui ebbe una relazione e che gli appiccicò questo termine, e siccome da tempo lo aveva dimenticato potrebbe anche indicare un probabile incontro avvenuto recentemente con essa.
Cala il silenzio a tavola dopo che il padre, infuriatosi, rivendica il diritto di potersi esprimere come gli pare, senza che ogni volta si associno alle sue parole delle strane allusioni o illazioni; ma successivamente rivela a Michele di aver ragione, confessandogli di averla rivista in tribunale, in quanto anche lei avvocato, ma solo in incontri fugaci. Il tempo scorre, e a fine pranzo, Marcello si lascia ancora andare ai ricordi della guerra, dei tedeschi: vi è come un forte bisogno da parte sua di parlare, di comunicare con suo figlio. E mentre discorre Michele, reggendosi con una mano il volto quasi incantato dalle sue parole, in un misto di affetto e pietà, lo ascolta e lo osserva nei dettagli: la pelle delle mani arida e ricoperta da macchioline rosse, i capelli bianchi, il volto, la fronte, gli occhi, segnati e solcati ormai dall’inesorabile scorrere del tempo. Questo momento è molto tenero, in quanto Michele si rende conto di come suo padre sia invecchiato, e come le cose che racconta siano state realmente da lui tragicamente vissute, quasi come se le rughe sul suo volto ne conservassero ancora il ricordo, come i solchi di un vecchio vinile che suona una triste canzone, per l’appunto la tragedia della guerra.
Continuano a passeggiare per Civitavecchia, ancora una volta il padre gli rivolge delle domande, si preoccupa del fatto che Michele potrebbe esser solo, e che potrebbe cadere in depressione; ma subito il figlio lo conforta dicendogli che lì ha molti amici, tra cui il proprietario di una biblioteca che frequenta spesso, un tipo strambo, con il quale ha inventato un gioco: quello di indovinare il titolo, l’autore e l’anno di pubblicazione di un opera letteraria attraverso la sola citazione di un passo della medesima. Michele viene sorpreso dal padre che ricorda perfettamente a memoria un passo del Decameron: qui torna il tema della cultura tanto caro a Troisi, attraverso citazioni di autori come Stendhal e Boccaccio.
Nel frattempo, Marcello, con una telefonata a Roma, delega la difesa di un suo cliente, irritante e soprattutto colpevole, ad un suo collega. Michele è contento di come uno stacanovista come il padre abbia una volta tanto rinunciato al suo lavoro, questa volta è lui che scherza col genitore, facendogli lo stesso gesto che quest’ultimo gli fece appena lo incontrò. Si trovano nei pressi di un piccolo parco giochi, Michele esorta il padre a cavalcare le giostre, e qui parte un lungo sermone del padre sulla grandiosità dell’America, su Disneyland, sui Drugestore aperti ventiquattrore al giorno, su come la vita nel nuovo continente sia sempre frenetica, febbricitante, al punto che anche la toppa della porta scintilla all’inserimento della chiave. Il genitore vorrebbe che Michele andasse in America a fare lo scrittore, che imparasse l’inglese in un corso di tre mesi, full-immersion. Michele attraverso una smorfia, che riempie il suo volto, non sembra gradire tanto i progetti che suo padre ha in serbo per lui. Successivamente li vediamo entrambi farsi delle foto buffe alla macchina automatica, sembrano divertiti, rilassati, finalmente in armonia: ma l’umore cala ancora una volta quando, il padre, fermatosi in un negozio di scarpe, insiste per comprargli un paio di scarpe alla moda; Michele non vuole, le scarpe le ha già, ma nella scena successiva li vediamo camminare con lo stesso paio di scarpe. Ancora un altro regalo: le scarpe, l’auto nuova, l’attico in città. C’è questo viscerale bisogno da parte di Marcello di sopperire all’assenza della figura paterna nella vita del figlio, e tutto questo cerca, e crede, di poterlo risolvere riempiendolo di regali; ma non è così semplice. Michele apprezza i gesti del padre, è consapevole del fatto che questi siano stati fatti con affetto, ma non sopporta che lui, con tutti questi regali, con queste ‘sorprese’, faccia di testa sua, mettendolo di fronte al fatto compiuto senza poter aver la possibilità di scegliere, di avere le proprie idee, o di pensare ai propri progetti. Michele non vuole che il padre gli pianifichi la vita, da quando è arrivato a Civitavecchia non ha fatto altro che mettergli ansia e agitazione: non vuole che appena torni a Roma debba subito impelagarsi tra il notaio e la firma dell’attico, la macchina, l’ingegnere e la patente, l’aereo per l’America e il corso di inglese per tre mesi full-immersion, la vita frenetica americana, la corrente nella toppa della porta, oppure essere ventiquattrore aperto: a lui non piace stare ventiquattrore aperto, ogni tanto gli piacerebbe chiudere. Scena spettacolare e divertente questa, per il monologo e la recitazione di Troisi, nonostante la drammaticità di fondo di cui è pregna: Michele sbotta, crede che il padre continui a preoccuparsi di suo figlio perché pensa che sia un ‘inconcludente’ altro che ‘riflessivo’, perché pensa che la sua laurea non valga a nulla, e lui ancora meno di essa. Per l’anziano genitore, che lo guarda con sguardo attonito, questi suoi regali, non sono altro che gesti consueti da parte di un genitore nei confronti del figlio, e se ne va scusandosi per aver sbagliato tutto.
Per superare la tensione vanno al cinema. Il padre si accorge di essere rimasto solo in sala svegliandosi dopo essersi addormentato; esce va in cerca di Michele, e lo scopre mentre parla in una cabina telefonica, sganasciandosi dalle risate: ci rimane male, così torna in sala e decide di andarsene via, prima però gli scrive un biglietto, dove si dispiace e si scusa di questa mezza giornata pallosa, e che toglierà il disturbo; pensa che il figlio si è talmente annoiato con lui che non ha esitato ad andarsi a sfogare con qualcuno al telefono, e che non lo vedeva divertirsi così dall’età di otto anni; credeva che fosse solo in questo paese, invece è pieno di amici. Mentre fa per andarsene, Marcello è colto da un attacco di tosse. Arriva Michele, il padre mette subito il biglietto che gli aveva lasciato, subito dopo lasciano la sala. Fuori dal cinema altra discussione: il padre gli rivela quello che ha visto, la telefonata del figlio, di come si divertiva e gli comunica, se fosse il caso, di ritornarsene a Roma perché non ha intenzione di ‘rompergli le uova nel paniere’; si sente inopportuno, in quanto crede che Michele parlasse al telefono con una ragazza, che magari quel giorno doveva vedersi con lei. Michele gli ripete che al telefono era con un amico, ma che comunque una ragazza nella sua vita c’è, e si chiama Loredana. Il padre propone di andarla a trovare, farle un’improvvisata, nonostante Michele non ne abbia voglia. Giunti a casa della ragazza, il padre non sta fermo un momento: spia, scruta, osserva, indaga, ficcanasa persino nell’agenda di Loredana, nel tentativo di carpire qualcosa del suo carattere attraverso i suoi effetti personali. Michele lo prega di non toccare nulla, di stare fermo con la mani: sembra di rivedere la mitica scena di Ricomincio da tre, tra Gaetano e Raffaele, quando a casa di Marta quest’ultimo inizia a toccare tutto ciò che è in giro. Continuando a ispezionare l’appartamento, Marcello si sofferma a guardare delle fotografie sulla parete, crede l’abbia fatte la ragazza, invece Michele gli rivela che le ha fatte lui: altra sorpresa per il padre, sono delle belle fotografie, non pensava che il figlio avesse questa prerogativa artistica. Michele è sceso a comprare i tartufi al cioccolato, e il padre resta solo in casa con la ragazza: inizia a farle una sorta di interrogatorio, per capire qualcosa della sua vita; fa domande sui suoi familiari, ma la ragazza gli risponde che ha anche un fratello, incensurato, facendogli capire di aver compreso le sue intenzioni investigative.
Marcello ritiene che la ragazza abbia ragione a prenderlo in giro, perché i padri risultano essere patetici quando vogliono occuparsi dei loro figli ‘una tantum e tutto insieme’, cercando di voler sapere tutto di loro, vorrebbero sapere quello che non sanno da anni, recuperare in fretta; continua con le sue domande, questa volta
vuole capire e conoscere i sentimenti di lei per il figlio, vuole informazioni sulla loro vita sessuale, e su come suo figlio è a letto. La ragazza scoppia a ridere, rispondendogli solo che non ha per nulla discrezione. Successivamente vediamo padre e figlio camminare per strada, ormai è notte. Michele ovviamente è venuto a sapere delle domande pressanti e inopportune fatte da Marcello alla ragazza e gli intima di farsi gli ‘affari’ suoi; quest’ultimo credeva di fare solo una ‘carineria’, in fondo si preoccupava che le cose tra loro andassero bene.
Il personaggio interpretato da Troisi si definisce sempre meglio attraverso scontro con che lo vede protagonista con il padre, nell’incapacità quanto nell’impossibilità di conciliare l’amore con le sue paranoiche ossessioni e l’assoluta mancanza di discrezione. Più trascorrono le ore della faticosa giornata, più il film si trasforma in uno psicodramma, diventa liberatorio.
Il padre scorge il bar del tanto osannato sor Pietro, così sollecita Michele ad andarlo a trovare. La scena al bar dei pescatori, è una scena chiave del film, in quanto Marcello scopre davvero chi è suo figlio, lo vede come non l’ha mai visto: un ragazzo semplice, che ha portato più fiducia e più amicizia, gioia e speranza, in una piccola comunità di pescatori. Michele è amico con tutti: si avvicina ai tavoli, dove gli anziani pescatori giocano a carte, consigliando loro la carta da giocare, lo vediamo al tavolo da biliardo dove gioca con alcuni suoi amici, dispensa sorrisi e pacche sulla spalla. Quel bar sembra essere un luogo molto frequentato da Michele: il padre lo osserva mentre si mette dietro il bancone per fargli un caffè, nota come si destreggia abilmente nel far funzionare la macchina del caffè, oppure quando aiuta il sor Pietro a trovare il quaderno dove solitamente annota gli appuntamenti per le forniture, o quando lo aiuta a trovar gli occhiali da vista che sono al solito posto dove lui li posa. Il padre si rende conto che quel bar per Michele deve essere la sua vita: quel posto, la gente che lo frequenta, i suoi amici, sono tutti lì; è schietto, vivo, simpatico, affabile, disinvolto, si muove nel bar con la stessa sicurezza e abilità con la quale si muoverebbe tra le sue cose, in un ambiente di famiglia. Quando sor Pietro versa all’avvocato la grappa alla ruda, la sua preferita, gli spiega come sia stato suo figlio Michele a dirglielo; questi rimane sorpreso, gli rincuora il fatto che Michele parli di suo padre, nonostante poi quando è con lui difficilmente riesce a cavargli qualcosa di bocca. Ma, Marcello nota anche le affettuose attenzioni che Michele ha per sor Pietro quando, preoccupandosi per la sua salute, gli impone di bere solo un goccio di grappa. Da sor Pietro il padre viene a sapere inoltre il tipo di mansione che Michele svolge in caserma, ossia l’addetto al centro dati, dove sta cercando di inventare al computer un sistema infallibile per vincere al totocalcio; e viene anche a sapere come il suo sogno, in caso di vincita, sia quello di andare in Islanda. Marcello si ingelosisce, si rende conto che sa più cose su suo figlio un semplice gestore che lo conosce da quasi dodici mesi, che appunto lui che ne è il padre, così saluta tutti frettolosamente e corre via alla stazione. Michele non comprende questo suo gesto e lo segue, vorrebbe avere spiegazioni sul suo comportamento appena tenuto al bar, egli si scusa per avergli fatto fare l’ennesima brutta figura con i suoi amici. Il padre vorrebbe sapere una volta per tutte cosa il figlio ha intenzione di fare nel futuro, visto che manca meno di un mese alla fine del servizio militare, Michele gli confessa che per ora non ha intenzione di tornare a Roma e di voler restare a Civitavecchia. Il vecchio genitore, con i capelli scompigliati dal vento, non si dà pace, non crede all’idea che suo figlio voglia restare in quel paese, in quel bar suggestivo, a fare i caffè ai pescatori dal volto segnato dalla salsedine. Michele non riesce a rispondergli, gli dice che tanto con lui è inutile parlare, e che sarebbe meglio che si sbrighi altrimenti perde il treno. Qui Marcello gli fa notare come sia solito per il figlio cavarsela così, chiudersi come un riccio, troncare il discorso e scappare via: anche da piccolo era ostile, non appena restavano da soli ogni pretesto, ogni scusa era buona per scappare via, per scomparire; e anche a Napoli era lui che voleva rimanerci. E qui Michele si sfoga, gli fa i complimenti, perché ha capito tutto di lui, finalmente si sgrava di quel fardello che da sempre si portava dentro: gli confessa che fin da bambino scappava da lui perché si sentiva in soggezione, non era a suo agio, nonostante poi quando fosse da solo cercava di emularlo perché per lui era una figura importante. Michele crede che sia più facile parlare con un estraneo che non con il proprio padre: “ … e poi chi l’ha detto che padre e figlio devono parlare”; il padre invece reclama il bisogno di parlare col figlio: “ … bisogna dirsele le cose … ”. In questa giornata hanno parlato di tutto, pur di non parlare di niente. Il genitore non si rassegna all’idea che il figlio voglia passare la sua vita in questo piccolo paese che non offre nulla, che abbia intrapreso un rapporto amoroso per far fronte alla delusione subita dalla sua precedente storia; inoltre gli rinfaccia si avere avuto la donna giusta e di essersela giocata per la sua incapacità nel prendere decisioni e responsabilità. Michele invece di giustificarsi rincara la dose, dicendogli che in effetti lui non sa decidersi su nulla, né sul ristorante, né sul vino, né sulle scarpe, non sa fare niente e quando c’è suo padre tra i piedi ancora meno; beato lui che sa sempre decidere e scegliere. Michele vede nell’atteggiamento del padre il tentativo di trasformarlo in ciò che lui non sarà mai: un uomo i cui valori sono la posizione sociale, i soldi, il successo, la virilità. Ma il padre accusa Michele di arrogarsi il diritto di giudicare, di criticare il suo modo di essere, le sue scelte, perché il figlio è di animo nobile, è superiore, e che non gli frega niente di lavorare e di mettere su famiglia, e solo un presuntuoso. Ed è qui che Michele fa notare che se fosse stato per suo padre il matrimonio con sua madre non sarebbe durato, se sono sposati da trentacinque anni il merito non è certo il suo. Marcello gli dice di farla finita con questo vittimismo nei confronti della madre, anche perché non è stata l’unica a subire dei torti; e per colpire il figlio nel profondo, per fargli crollare una delle poche certezze che ha, ossia l’amore per la madre, gli rivela che durante il periodo in cui era a Napoli sua madre si consolava tra le braccia del Professor Nardella. Michele non vuole credere alle sue parole, ritiene che questo tentativo di infangare la figura della madre sia meschino, e mentre gli urla questo, Marcello è colto ancora da un attacco di tosse, e qui Michele non esita a mettere il dito nella piaga, facendogli notare come si è ridotto: vecchio, grasso, mangia, fuma, fa tutto, dorme due ore a notte, anche dopo aver avuto l’infarto, crede di essere immortale, di risolvere tutto così facilmente; il padre ribatte dicendogli che è meglio morire sereno senza rimpianti; infine, dopo quest’ultimo litigio, in un crescendo di sfoghi, di rabbia e di rancori reciproci si separano.
Che ora è “ … tende ad usare il piano sequenza per descrivere il movimento di Mastroianni e Troisi nel scenografico spazio invernale di Civitavecchia, alternandolo poi con campi e controcampi da manuale quando si tratta di raccontare i rapporti, ora affettuosi ora conflittuali, tra un padre che esce da un passato in cui si riconoscono i segni dei vitalistici anni Sessanta e un figlio che ben interpreta le incertezze esistenziali e il bisogno di vivere nascosto della nuova generazione … anni Ottanta”[*3], incapace di riconoscervi nel suo yuppismo incalzante.
La lunga giornata trascorsa insieme termina con il silenzio dei due, ormai stanchi di un corpo a corpo che ha visto solo piccoli e rari momenti di allegria e leggerezza, ma si sono detti di tutto, anche con cattiveria.
Michele raggiunge suo padre sul treno, per portargli le scarpe, decide di restare e si accomoda nello scompartimento: sembra che la rabbia e il rancore da entrambe le parti si sia placata. Alla domanda del padre, ‘che ora è?’, preoccupato che il figlio non faccia ritardo in caserma, Michele tira fuori l’orologio del nonno e gli comunica l’ora esatta, più volte, come quando erano al ristorante: questa è l’unica frase che riesce a creare tra di loro un po’ di complicità. Così il sorriso ritorna sulle labbra di entrambi, e sembra appunto questo orologio, questo regalo affettivo fattogli dal padre, l’unico che Michele ha davvero apprezzato, a riportare l’armonia tra i due: ormai tutto quello che c’era da dirsi se lo sono detti, nel bene e nel male. E in questo modo, liberandosi ognuno di questo peso che continuavano a portarsi dentro, sgravandosi di questi rancori da tempo irretiti nei loro stomaci, appianando le loro divergenze, facendo tabula rasa degli ostacoli che impedivano padre e figlio di comunicare, entrambi riescono a scorgere, se pur in lontananza, (in quanto quella sera è stato solo il primo passo che entrambi hanno fatto per venirsi incontro, la strada per la riconquista del loro rapporto sarà dura e lunga) la possibilità di ricominciare, di poter da ora in poi ricostruire, alla luce di quello che si sono detti e amaramente confessati, un nuovo rapporto, più sincero e forse più forte di quanto non lo fosse mai stato precedentemente.
E’ stato abile Ettore Scola nel dare vita ad un personaggio degno di quelli creati da Troisi: egli ha avuto la capacità di creare un personaggio, drammatico, leggermente diverso dai soliti personaggi troisiani, pur restando fedele ai tempi e ai modi di recitazione dell’attore napoletano.
Troisi, essendo molto pigro come tipo, per la recitazione si affidava troppo al suo innato talento e si lasciava scivolare addosso la sua spontaneità. Infatti, il tipo di recitazione di cui si avvale in questo film risulta essere molto semplice, è forse quasi il film in cui più di tutti egli sembra essere vero e spontaneo, come se stesse rappresentando realmente un fatto già avvenuto nella sua vita. Il senso dell’autobiografico ritorna in questo film: Massimo era davvero figlio di un ferroviere ed infatti eccolo incarnare il nipote di un ferroviere.
Anche nei film non diretti da lui si ripresentano le gestualità, le espressioni e i comportamenti, che vanno a costruire una sorta di ‘catalogo espressivo’ dell’attore, a tal punto che da ogni film è possibile isolare alcuni frammenti che verranno così ricomposti in un gioco-lavoro, dove l’agire della memoria risulta essere indispensabile per poter raccordare tra loro momenti distanti solo all’apparenza. In Che ora è ritorna anche quell’ironia leggera di Massimo Troisi, che usciva spesso fuori anche dalle sue interviste. C’è tutta una filosofia problematica e pragmatica nel suo modo di essere prima uomo e poi attore: in effetti Troisi non era solo un comico, ma una persona con un grosso potenziale comunicativo, capace di raccontare cose anche tristi in maniera divertente.
Che ora è “ … riconferma, in modo crudele, il rapporto tra parola e gesto. Quello di Troisi è un corpo insofferente, impacciato, rilancia tic e smorfie, timidezze e non comunicabilità (col padre), improvvisi scatti e mimiche riportate in superficie ma dentro parcellizzazioni dell’inquadratura”[*4]. Infatti la sequenza ‘straniante’ ambientata nella cabina telefonica è interamente racchiusa all’interno di un set in miniatura e quindi maggiormente astratto in cui il gesto diventa parola, sia ‘detta’ che ‘recitata’.
Nell’arco della giornata, in cui temporalmente si svolgerebbe il film, “ … la stralunata forma-dialogo che attraversa tutto il cinema di Troisi diventa il tramite essenziale per ridare senso al vuoto delle tante, troppe parole continuamente pronunciate e devitalizzate da ogni loro contesto necessario, dalla loro funzione primaria di ‘senso’ ”[*5]. E questo è chiaramente visibile nei lunghi piani-sequenza di recitazione-monologo, specie nella scena quando Michele accusa il padre di mettergli ansia e agitazione con il suo continuo organizzargli la vita, dove Troisi riporta le ‘frasi fatte’ pronunciate da Mastroianni ad un nuovo e puro livello di concretezza attraverso la frammentarietà del suo discorso, ricorrendo alle pause, alle accelerazioni, decelerazioni. Con Che ora è saltiamo al di là dello specchio, riusciamo a capire fino in fondo l’ambivalenza del rapporto vissuto dai due protagonisti. L’immaginazione ci porta ad una percezione quasi surrealista degli aspetti nascosti. Le parole dette da Troisi “assumono un potenziale sovversivo, soprattutto agendo all’interno di un immaginario stratificato, la cui creatività pone l’elemento surreale come funzione portante”[*6]. Ed è proprio all’interno di questo universo che la parola di Troisi si intromette, diventa estremista, riporta direttamente alla realtà, sgombra il campo da equivoci e da frasi ripetute e vuote di significato; squarcia l’artificialità del set facendosi così carico di una valenza documentaria, in cui la parola cede il passo ad una didascalia alquanto crudele.
Che ora è un film fondamentale tra quelli interpretati da Troisi, un po’ per la sua diversità ed un po’ perché gli ha dato modo di confrontarsi con personaggi veramente grandi del nostro cinema d’autore come Ettore Scola e Marcello Mastroianni. Anche Mastroianni, nelle vesti di un avvocato sessantenne, è ancora molto convincente, soprattutto nella forza interpretativa e nella capacità recitativa. Troisi con questo film ha avuto l’occasione di mostrare e confermare la sua bravura e duttilità nell’interpretare non solo ruoli comici, ma anche di grande valenza drammatica, egli ha avuto la possibilità di mettersi nelle mani di un altro: infatti Scola gli ha creato un personaggio di cui Troisi è riuscito facilmente a indossarne gli abiti, permettendogli di potersi esprimere, muovere e gesticolare alla sua maniera, e di far trasparire la sua comicità, fatta di battute e gesti frenetici, nonostante la vena fortemente drammatica a cui tutto il film è sotteso. Questa volta Troisi non ha dovuto riscriversi la parte, oppure metterci del suo, reinventarsi il personaggio come in Hotel Colonial della Torrini; si è totalmente affidato a Scola, nella certezza che quel ruolo fosse stato scritto appositamente per lui. Presentato al Festival di Venezia il Mastroianni e Troisi ricevono a ex aequo la Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile, anche se l’avrebbe meritata maggiormente Troisi per il suo talento maturo e per la sua generosità d’attore che vengono confermati anche da un altro premio, il Ciak d’oro 1989.
[*1] M. Hochkofler , (a cura di), Comico per amore, Marsilio Editori, Venezia, 1998, p. 186.
[*2] M. Hochkofler , op. cit., p. 188-189.
[*3] A. Viganò, (a cura di), Commedia italiana in cento film, Le Mani, Recco, 1995, p. 198.
[*4] G. Gariazzo, Troisi nei film degli altri, in F. Chiacchieri, D. Salvi, (a cura di), Massimo Troisi: il comico dei sentimenti, Stefano Sorbini Editore, 1996, p. 105.
[*5] G. Gariazzo, op. cit., p. 106.
[*6] G. Gariazzo, op. cit., p. 107.
Regia e Soggetto: Ettore Scola
Sceneggiatura: Ettore Scola, Beatrice Ravaglioli e Silvia Scola
Direttore della fotografia: Luciano Tovoli (AIC)
Aiuto regista: Franco Angeli
Scenegrofia e arredamento: Luciano Ricceri
Montaggio: Raimondo Crociani
Costumi: Gabriella Pescucci
Musiche: Armando trovatoli
Organizzatore generale: Giorgio Scotton
Direttore di produzione: Franco Cremonini
Interpreti: Marcello Mastroianni (il padre), Massimo Troisi (Michele), Anne Parillaud (Loredana), Renato Moretti (sor Pietro), Lou Castel (il pescatore muto)
Produzione: Mario e Vittorio Cecchi Gori e Studio EL, in una coproduzione italo-francese Cecchi Gori Group Tiger Cinematografica, Studio EL con Gaumont- Gaumont Production
Distribuzione: Warner Bros. Italia
Durata: 102 minuti
Italia, 1989
Commenti
Stesso anche qui: intanto ho uniformato i credits, levando le righe bianche; ho inserito il codice ean e il tag ?cinema?
"Questa volta Troisi non ha dovuto riscriversi la parte, oppure metterci del suo, reinventarsi il personaggio come in Hotel Colonial della Torrini; si è totalmente affidato a Scola, nella certezza che quel ruolo fosse stato scritto appositamente per lui"
> riesce quindi a diventare feticcio di Scola? E' questo che voleva riuscire a vivere, lo sradicamento dell'identità? Voleva diventare una maschera?
Che senso assume, in questa prospettiva, l'essere stato altrove maschera-feticcio, incarnando per Scola Pulcinella?
"Più trascorrono le ore della faticosa giornata, più il film si trasforma in uno psicodramma, diventa liberatorio."
> altra domanda necessaria.
Cosa intendi per "psicodramma", esattamente? In quale accezione adotti il termine?