Schumacher Joel

Il Fantasma dell'Opera

Autore: 
Schumacher Joel



Deformità, ma il fantasma non c’entra
 
The Phantom of the Opéra”, per gli appassionati, è uno tra i musical più noti di tutti i tempi.
Ciò che affascina è la rappresentazione della paura degli uomini di non essere accettati nel mondo. Erik, il fantasma, non è che un fragile innamorato respinto da tutti per la sua deformità. Il timore del rifiuto e della pietà si sovrappongono ad una solitudine interiore che lo rendono creatura infelice, isolata, metaforicamente, nei sotterranei del tempio della musica, l’Opéra Populaire di Parigi.
La letteratura e il cinema hanno fornito esempi di ogni genere, quali, “Notre Dame de Paris”, “The Elephant Man”, "Frankenstein”, “Edward Scissorhands”, “Beauty and The Beast". Tra tutti, quest’ultimo è l’unico ad aver un lieto fine, se così vogliamo definire un possibile “ritorno” alla “normalità”. L’essere “deforme” è, infatti, destinato a trasformarsi in un principe. Ognuno dei protagonisti ha reagito a proprio modo nei confronti della vita, rendendosi inviso agli occhi del mondo: sono figure martirizzate fino a quando il destino non porta loro una “rosa senza spine” che, se da un lato ne allevia la solitudine, dall’altro li carica di odio e rabbia per l’ingiustizia che il mondo ha riservato loro. Fino a quel momento non avevano avvertito completamente la dolorosità della loro condizione. Non avevano visto la deformità rispecchiata negli occhi dell’altro, di una figura che si ama ma che non si riesce a possedere.
Il sogno e l’illusione, quindi, e poi la caduta negli abissi della disperazione.
Il fantasma che si cela nei sotterranei del Teatro dell’Opéra non è da meno, con un passato da ragazzo deriso ed oltraggiato dagli uomini. Per compensarlo di quanto gli è stato negato, la sua sofferenza fisica acuirà la sensibilità, sviluppando capacità artistiche non comuni. Chi sente di non esser dotato di un’esteriorità inquadrata nelle tipizzazioni della normalità, finisce per esser fatalmente attratto dall’arte, dalle manifestazioni più tipiche della bellezza, in qualsiasi campo essa possa realizzarsi.
 
“The Phantom of the Opéra”, nato dalla penna di Gaston Leroux (1911), conoscerà adattamenti cinematografici e teatrali. Il primo nel 1925, con Lon Chaney nei panni del tenebroso Erik e poi dovranno trascorrere molti anni prima che Andrew Lloyd Webber decidesse di consacrare l’opera in musica e spettacolarità scenica.
La Christine interpretata dall’allora moglie di Webber, Sarah Brightman, sua musa ispiratrice, non potrà essere dimenticata, né tanto meno sostituita, almeno dal punto di vista dell’adattamento vocale.
Ci saranno dunque le variazioni, le scelte, il progetto di portare sul grande schermo il “fantasma” webberiano ed ecco entrare in scena Joel Schumacher che aspetta 16 anni prima di poterlo realizzare. Il film si finanzierà da solo, in modo indipendente. Non ci saranno padroni di alcun tipo a metterci sopra le mani. Il cast è scelto con un’accurata selezione, con la supervisione di Lloyd Webber. Si va in scena e…
 
Una trave in un occhio. Ecco cos’è questo sconvolgente pezzo di cinema.
Un incipit dal sapore nostalgico: oggetti da battere all’asta, cari al ricordo dei presenti ormai invecchiati, in mezzo all’abbondante dose di fitte ragnatele che dovrebbero scendere ad oscurare questa orrenda pellicola; espediente banalotto. Seppur si apprezzano le oneste intenzioni, le malinconiche sfumature di bianco e nero dell’Opéra di Parigi, nelle inquadrature iniziali, non ricordano forse il “Moulin Rougedi Baz Luhrmann?
 
Una vera rarità, nei dettagli come disse lei…, per carità, una catastrofe come quel lampadario che scende accompagnato dal suono d’organo che restituisce vita al tetro luogo del “misfatto”. Ecco questa è una delle poche scene, forse l’unica, capace di far vibrare le corde dell’anima. È la maestosità della scena ad essere protagonista; una scena che si riempie di colore, come se la nostalgia dei ricordi di chi c’era, di chi aveva vissuto, fosse la scintilla affinché un pennello invisibile si muovesse per ridar lustro allo sfarzoso teatro.
L’illusione del sonoro privo dei testi, orrendamente tradotti dalla lingua originale che sentiremo poco più avanti, sfuma ben presto. Ahimé, la voglia di abbandonare la visione in fretta si fa più intensa, quasi al punto da rendere più sfumato il detestabile ricordo dello sfacelo perpetrato anni prima dal nostro buon Dario Argento.
 
The Phantom of the Opéra è il “fantasma di se stesso”, quale raccapricciante esempio di pacchiano stile e di poca vista nell’aver voluto a tutti i costi adattare il film in base alle zone di distribuzione.
La conseguenza è che, quell’adattamento, benché sontuoso, risulta stucchevole oltre ogni immaginazione. Non si riesce neppure a notare ciò che di piacevole ha saputo conservare, perché tutto il resto è, semplicemente, una catastrofe.
Il mistero non è più l’originale fantasma tormentato, generato dalla penna di Leroux. Capire come tutto ciò sia stato possibile, è cosa ardua. Mi chiedo se abbiano mai compreso che la nostra bella lingua si adatta alla letteratura meglio di ogni altra, semmai all’opera lirica di stampo originariamente classico, ma che, in altro contesto musicale, stona parecchio. Mi chiedo il perché di quest’operazione puramente commerciale che ha sminuito il lavoro prezioso del “The Phantom of the Opéra” di Andrew Lloyd Webber, che ha regnato sul palcoscenico per quasi vent’anni.
La trasposizione dal teatro al cinema riesce rare volte. In tale occasione il fallimento era nell’aria già in partenza, con la mano incomprensibilmente complice di Lloyd Webber stesso.
 
Pensami, pensami veramente quando sei lontano ormai…
 
 

 
Et voilà.
Eccola, Christine Daae, “Barbie luce di stelle”, sotto la falce della luna, con la stessa mimica facciale, stesso sguardo edulcorato della bambola più conosciuta al mondo, a cantare vestita alla Rossella O’Hara, mentre flirtava con i due fratelli nel patio di Tara (sto ancora ridendo all’indimenticabile primo piano di quando Erik la prende per mano).
Mi sarei aspettata almeno un Rhett Butler fuoriuscire dall’ombra. Invece no, c’è lui, Raoul de Chagny, che la osserva pietrificato dal balconcino del teatro: “forse è lei…forse è lei, Christine”.
Così resterà per tutta la durata del film. E non è che ne facciamo un dramma. Desolante.
La bellezza delle note originali è l’unico motivo che mi tiene ancorata alla visione del resto. Nostalgia pura, non si spiega diversamente.
 
Questo tuo angelo è un sogno, ci sei solo tu
 
Dalle viscere del Teatro si prepara alla prima apparizione, Erik, l’Angelo della musica, meno mefistofelico del previsto…“lui vuole me”. Quello che le ha insegnato a cantare fin da piccola, nascosto nell’ombra. Per carità, nessuno ha intenzione di prenderselo. E credo che, a vederli insieme, sono fatti l’una per l’altro. Granitici, in tutti i sensi.”.
 
Guardati nello specchio che io sono là
 
 

 
La ridotta maschera bianca che indossa è più espressiva di tutti quanti messi insieme. Non riesce, tuttavia, a celare parte del viso che appare bellissimo.
Come riuscirà a trasformarsi per due terzi delle sue dimensioni, in scene successive, resterà un mistero. La voglia di renderlo più innocuo, meno mostruoso è evidente. I caratteri dei personaggi sono smorzati, annacquati e della loro peculiarità abbiamo solo un pallido ricordo. Si è al limite.
 
Di notte venne a me nel sonno mio, la voce dentro me, perduto oblio, ma sto sognando o no io vedo te, fantasma dell’opera tu sei insieme a me
 
 

 
La scena più intensa di sempre, ma perché così è la musica a volerlo, ha qualche effetto esilarante per annessi e connessi. È tutto così artificiale, artefatto, innaturale. Questa è l’impressione che si avrà per tutta la durata del film, il cui unico pregio è una scenografia sontuosa su cui si sofferma, plana, dribbla ad ogni istante l’occhio vanitoso della regia. La prevalenza della musica sul resto va bene a teatro, non al cinema. I primi piani scarseggiano, per una scelta ben definita. Allora il senso del film qual è? Perché non limitarsi ad un’operazione di restauro sulla rappresentazione teatrale da diffondere su supporto dvd?
L’incontro dei due, l’apparizione del fantasma e il viaggio notturno nelle gallerie del teatro fino al covo segreto: giocoforza che si peschi a piene mani in tante opere similari. Ricordi di vagabondaggi notturni, nell’ombra, tra le gallerie del Museo ne “La maschera di cera”. I candelieri che prendono vita come se fossero prelevati direttamente dalla casa deBeauty and the beast”, compresa la versione Disney, (ricordate?). Magari a noleggio, con servizio catering compreso.
 
Canta per me…”, l’apoteosi dell’imbarazzante. È possibile sentirsi soffocare dall’ironia alla visione di un’opera che si è tanto amata? Ebbene, accade. È accaduto.
 
 
 

 

L’ambigua storia tra Christine ed Erik perde di fascino, afflosciata da un’espressività pari ad un foglio di alluminio ben steso. Il senso del ridicolo regna sovrano con scene degne della peggiore soap opera, quasi al pari di quelle tra Ridge e Brooke che dopo anni sono ancora nelle medesime condizioni. C’è chi ha voluto mettere in risalto alcuni momenti di sensualità erotica in questo triangolo amoroso. Io mi chiedo da quali punti si possano rilevare. Ci vuole molta fantasia a trovarli.
Per le dote canori nulla da dire, per la versione originale. Non ci è stato dato modo di effettuare raffronti e, quindi, valutazioni. Emmy Rossum, la Christine cinematografica, è stata scelta per la sua esperienza di cantante lirica.
Il musical, come l’opera, è un’espressione artistica completa, tra recitazione, danza e musica. È sogno che si traduce in pellicola, nella maggior parte dei casi, avvolgendo in un caldo abbraccio il pubblico.
Questa versione, seppur sotto la supervisione di Lloyd Webber, ha i toni del delirio puro.
“Evita”, in tempi mediamente recenti, ha saputo dimostrarsi nettamente migliore, nonostante lo scetticismo iniziale sugli interpreti, rivelatisi poi al di sopra delle aspettative.
Qui si rischia di risentire la colonna sonora e di ricordare le parole in italiano “questo mio padre mi ha detto, l’angelo un dì mi apparì…”, anziché i testi originali. Avrei apprezzato, e non credo di essere l’unica, i sottotitoli, ma forse avrebbe avuto minor successo commerciale. Dati alla mano dimostrano il flop evidente. Che non bisogna doppiare un musical non è certo una novità. Evidentemente si è pensato di far diversamente, trasformandolo in un film disneyano (“bimba smarrita”). Il risultato è stato quello di aver oscurato un lavoro in cui si nota lo sforzo di ottenere un buon livello. Un esempio su tutti il ballo, la “Masquerade”.
 
 

 
 
Mi chiedo come sia finita Natasha Richardson nella bolgia di maschere di cera che occupano indegnamente il palcoscenico del Fantasma dell’Opéra.
La regia poi pensa anche di confondere le idee con riprese da capogiro. L’effetto Jet-Lag è assicurato. I cerottini sono consigliati.
Questo film, con minor ambiguità e fascino, è dolciastro. Scontati gli interpreti. Il sottile confine tra la pietà e l’infelicità della solitudine di Erik crolla come un castello di carte. Agghiacciante e grottesco. Il viso di Christine in questa fase supera se stesso. L’ingenuità è talmente sfacciata, da apparire falsa.
 
Sei in mio potere ormai…non sfuggi più
 
 

 
Non credo si possa sostituire una cantante come Sarah Brightman che ha una voce incomparabile, ma non è che ci abbiano provato più di tanto anche con le voci italiane. Meglio Christine, ma Erik e Raoul sono assolutamente anonimi e privi di incisività vocale. Per non parlare del personaggio di Carlotta e dei suoi scagnozzi. Il doppiaggio è al pari della sua isteria.
Nel cimitero, seppur tra gotiche statue, Christine pare essersi persa nell’imitazione di Juliette Gréco ne “Il fantasma del Louvre”. Evidentemente andava di moda così.
L’atmosfera lugubre, tuttavia, è altrove.
 
 
The Phantom of the Opera
is there
inside my mind . . .
 

Regia: Joel Schumacher.
Soggetto: Andrew Lloyd Webber.
Sceneggiatura: Andrew Lloyd Webber, Joel Schumacher.

Tratto da un romanzo di: Gaston Leroux.
F
otografia:John Mathieson. Scenografia:Anthony Pratt.
Montaggio: Terry Rawlings. Interpreti principali:Gerard Butler (Il Fantasma), Emmy Rossum (Christine), Patrick Wilson (Raoul), Miranda Richardson (Madame Giry), Minnie Driver (Carlotta), Ciarán Hinds (Firmin), Simon Callow (Andre), Victor McGuire (Piangi). Musica: Andrew Lloyd Webber. Produzione: Andrew Lloyd Webber.
Origine: Usa/Inghilterra 2004.
Durata:143 minuti.

 
Movida, 20 gennaio 2005.
 
Originariamente inserita in ciao e Lankelot.com.
 

Schumacher in Lankelot


 

ISBN/EAN: 
8032807022901

Commenti

"L?ambigua storia tra Christine ed Erik perde di fascino, afflosciata da un?espressività pari ad un foglio di alluminio ben steso. Il senso del ridicolo regna sovrano con scene degne della peggiore soap opera, quasi al pari di quelle tra Ridge e Brooke che dopo anni sono ancora nelle medesime condizioni"

altro bel recupero. Giuro che non avrei mai pensato che saremmo arrivati a quota tre film di Joel Schumacher. Mistero del genius loci di questo posto:)
vengo a rileggerti

"?The Phantom of the Opéra?, nato dalla penna di Gaston Leroux (1911),"

> Prima o poi qualcuno dovrà recensirlo. E' tra i miei arretrati storici, qui in casa. 2010? ;)

"si apprezzano le oneste intenzioni, le malinconiche sfumature di bianco e nero dell?Opéra di Parigi, nelle inquadrature iniziali, non ricordano forse il ?Moulin Rouge? di Baz Luhrmann?"

> Nessuno ha scritto di un film come quello, che abbiamo - immagino - visto tutti? Pazzesco. E grande colonna sonora, oltretutto.

"La voglia di renderlo più innocuo, meno mostruoso è evidente. I caratteri dei personaggi sono smorzati, annacquati e della loro peculiarità abbiamo solo un pallido ricordo. Si è al limite."

> Peccato...

"Mi chiedo come sia finita Natasha Richardson nella bolgia di maschere di cera che occupano indegnamente il palcoscenico del Fantasma dell?Opéra.
La regia poi pensa anche di confondere le idee con riprese da capogiro. L?effetto Jet-Lag è assicurato. I cerottini sono consigliati.
Questo film, con minor ambiguità e fascino, è dolciastro. Scontati gli interpreti. Il sottile confine tra la pietà e l?infelicità della solitudine di Erik crolla come un castello di carte. Agghiacciante e grottesco. Il viso di Christine in questa fase supera se stesso. L?ingenuità è talmente sfacciata, da apparire falsa. "

> Quando si dice "stroncatura";).
gran pezzo (al solito;) )

3. a me l'avevano prestato. Non l'ho più,quindi...visto che l'hai a disposizione..ehehehe :D

4. sul vecchio punto com secondo me c'era..o almeno avrebbero dovuto inviartela ;) (non ero io)

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