Sanchez José Maria

Burro

Autore: 
Sanchez José Maria
Un anno dopo Da grande e due da Il volatore di aquiloni Renato Pozzetto realizza il primo film con José Maria Sanchez, che lo dirigerà in seguito in Mollo tutto, e avrebbe dovuto firmare la regia di Un amore su misura, ma morì poco prima delle riprese. Questo Burro è un film delicato, surreale e in alcune pagine vola davvero alto. È Pozzetto Burro, lavora al cinema del paese, talvolta come venditore  di bibite nell’intervallo oppure come promotore, con tanto di motocarrozzetta e megafono, dei film in uscita. Burro vive con sua madre, interpretata dall’attrice Margarita Lozano (già madre di Nanni Moretti ne La messa è finita), ed è l’ingenuità fatta a persona. È perdutamente innamorato di Katarina, un’attrice che vede solo sul grande schermo, ha tutti i manifesti dei suoi film in casa e, quando va a vederla, è convinto che dallo schermo lei lo guardi. Burro passa molto tempo al cinema e quando esce un nuovo film con Katarina è un evento: si veste in giacca, va dal barbiere e poi si siede nella sala buia. Un giorno però, quando va a vedere Un fiore nero pieno di profumo (titolo che ricorda non a caso La rosa purpurea del Cairo di Woody Allen), Burro vede che la sua amata cede alle lusinghe del protagonista maschile e si sente tradito. Corre a casa, strappa i manifesti e un cartone in figura intera che riproduce l’attrice. La madre pensa che il figlio stia trovando il senno ed è contenta. Però lui continua a vedere lei in ogni donna che incontra. La ragazza che viene in paese a espiare i suoi vizi ha lo stesso volto dell’attrice, e così la zingara. L’incontro con quest’ultima sarà fondamentale: Burro scoprirà che suo padre è vivo: la sua anima pulsa in un cane che presto tornerà a trovarlo. E la profezia si avvera.
Questo film è stato scritto da Tonino Guerra (Amarcod, Blow Up, ZabriskiePoint) e si sente. Oltre che essere ambientato nel riminese (girato in parte a Santarcangelo di Romagna, paese natio di Guerra), l’opera è pervasa da una morbida atmosfera di sogno e sono tante le fusioni tra realtà e invenzione onirica: quando Pozzetto sale in cima a un monte sul paese per incontrare la ragazza viziosa, il confine tra logica e assurdo svanisce. La donna, interpretata come le altre da Elena Sofia Ricci, comincia a raccontare una storia di una ragazzina che cerca il gatto sotto la sua gonna, andando a fondere provocazione con perversione e l’assoluto candore nel volto di un Pozzetto ingenuo, innocente e curioso genera un contrasto bizzarro. Contrasto del tutto attutito dal rumore del vento e apparizioni allucinate: spunterà poi quel gatto che, a là De Sade, compariva nel racconto erotico deviato della donna, e Burro lo porterà con sé, mentre la ragazzina prenderà ad accarezzare tutti e due, al di sotto di una grande croce di legno. Rimandi iconografici al Fellini di Otto ½ sono percepibili nella Recherche del protagonista quando ritrova un luogo della sua infanzia dimenticato da tempo, con la divisa del bambino che corre sul bagnasciuga. E strepitosa è l’immagine del bambino sulla spiaggia con l’ombrello aperto e un maiale al guinzaglio, a cui dice “Guarda bene il mare per l’ultima volta che domani t’ammazzo”. Burro vede se stesso e non trattiene le lacrime. La favola si arricchisce di personaggi alterati dagli occhi di un uomo che è ancora bambino: lo zingaro dal volto simile a Lucifero, il nano della bettola dalla risata facile, l’uomo che sa a memoria in che punto della piazza cade l’ombra del campanile in tutti i minuti dell’anno. I piatti con i papi dipinti nel fondo, in cui a minestra finita si vede spuntare da sotto al brodo il naso di Giovanni XXIII o Pio XII.
La struttura del film è molto letteraria; è diviso in veri e propri capitoli, con tanto di dissolvenza in nero tra un episodio e l’altro, come se venisse voltata una pagina per iniziare un frammento nuovo. E Pozzetto è magicamente all’altezza, parla poco ma raramente è stato così espressivo: i suoi occhi attenti quando guarda il film, diritti verso l’obbiettivo, sembrano davvero gli occhi di un innamorato. O quando cammina melanconico per la spiaggia e, ancora una volta, ci guarda con una desolazione assoluta che non cerca compassione né aiuto. Burro è un film poetico, che strizza l’occhio al cinema (resterà nella memoria Pozzetto in silenzio che guarda i manifesti di Quell’oscuro oggetto del desiderio di Bunuel e Querelle de Brest di Fassbinder) e non si vergogna delle favole. La favola di Burro è a lieto fine e ci regala la sequenza più riuscita del film – di una bellezza semplicemente struggente – quando, fra le strade notturne del paesetto, Burro sente di essere seguito e vede finalmente il padre, sotto le sembianze di un cane. Dapprima scappa in un rifrangersi di ombre e luci, fra vicoli e sampietrini bagnati. L’incontro fra i due è un notturno e assurdo abbraccio che li restituisce alla gratificazione. L’abbraccio fra un uomo e un cane non è mai stato così illogico e dolce.
Questo è un film di una pacatezza rara. E Pozzetto non è mai stato così lunare.
Da non dimenticare.
 
Regia: José Maria Sanchez
Soggetto e sceneggiatura: Tonino Guerra
Interpreti: Renato Pozzetto, Margarita Lozano, Elena Sofia Ricci, Victor Cavallo, Pietro Guerrini, Teodoro Corrà
Fotografia: Mario Vulpiani
Montaggio: Anna Poscetti
Origine: Italia, 1989
Durata: 86 minuti
 



Luca Martello, 9 luglio 2009
 
Renato Pozzetto in Lankelot:
 
 

 

ISBN/EAN: 
8010020053582

Commenti

Ecco un film bellissimo.

"Questo film è stato scritto da Tonino Guerra e si sente. Oltre che essere ambientato nel bolognese, l?opera è pervasa da una morbida atmosfera di sogno e sono tante le fusioni tra realtà e invenzione onirica: quando Pozzetto sale in cima a un monte sul paese per incontrare la ragazza viziosa, il confine tra logica e assurdo svanisce".

Ottima osservazione. Pur non essendo un fan di Guerra - al quale però riconosco l'indubbia sensibilità artistica - trovo che sia molto pertinente il tuo rilievo. Un rilievo che dà lustro ad un'opera che non è un capolavoro, ci mancherebbe, ma che possiede una sua purezza e autenticità, come ben noti.

"La favola di Burro è a lieto fine e ci regala la sequenza più riuscita del film ? di una bellezza semplicemente struggente ? quando, fra le strade notturne del paesetto, Burro sente di essere seguito e vede finalmente il padre, sotto le sembianze di un cane. Dapprima scappa in un rifrangersi di ombre e luci, fra vicoli e sampietrini bagnati. L?incontro fra i due è un notturno e assurdo abbraccio che li restituisce alla gratificazione. L?abbraccio fra un uomo e un cane non è mai stato così illogico e dolce.
Questo è un film di una pacatezza rara. E Pozzetto non è mai stato così lunare.
Da non dimenticare".

Ci hai visto molto di più di quel che, al tempo, ci vidi io. Decisamente;) Ma non riesco a fartene una "colpa", perché il modo con cui palesi la tua adesione all'opera è delicato almeno quanto la pellicola, filtrata dai tuoi occhi. Pertanto, questa recensione è uno dei rari casi nel quale il recensore rende evidente e inequivocabile il testo su un testo preesistente, andando ad aggiungere qualcosa di suo alla stessa opera. In sintesi, son convinto che chi vede la pellicola secondo la prospettiva da te suggerita la trova realmente coinvolgente come l'hai resa tu. Magia della scrittura: complimenti vivissimi, caro Luca;)

Non so, io questo ci vedo :) Non un capolavoro, però un film molto lirico. Guerra come poeta dialettale mi annoia, però come sceneggiatore ha fatto film decisamente nelle mie corde: ho scoperto adesso che c'è il suo zampino in Blow up/l'avventura/la notte/l'eclisse di Antonioni, "Amarcord" e "Nostalghia" già lo sapevo, e in un film di Monicelli che ignoro, "Il male oscuro". Anzi mi sa che adesso lo aggiungo nel pezzo.

Poi la madre di Pozzetto l'ho vista in qualche film di Bunuel, mi sa che cerco...

"Viridiana" di Bunuel!

"Burro è un film poetico, che strizza l?occhio al cinema (resterà nella memoria Pozzetto in silenzio che guarda i manifesti di Quell?oscuro oggetto del desiderio di Bunuel e Querelle de Brest di Fassbinder) e non si vergogna delle favole. La favola di Burro è a lieto fine e ci regala la sequenza più riuscita del film ? di una bellezza semplicemente struggente ? quando, fra le strade notturne del paesetto, Burro sente di essere seguito e vede finalmente il padre, sotto le sembianze di un cane."

> Devo vederlo, Hammer, questo proprio non me lo ricordo più. Stai facendo un lavoro di recupero bello, romantico e intelligente - il solito contributo, unico e personalissimo.

Ho un ricordo molto vago di questo film, per cui non mi pronuncio sull'oggetto ma sulla recensione e sul tuo recupero che, come da commento di Franco, è veramente onorevole per l'attore, associato a tutt'altra pasta comica, anche se a me onestamente, come ho rimarcato, mi è sempre piaciuto e francamente sottovalutato da molti. Per questo grande onore a te.

4. Su Il male oscuro avrei dovuto scrivere io dal tempo del vecchio punto com, subito dopo la recensione del libro perché dal libro di Berto è stato tratto (poi ovviamente presa da altre cose, novità o meno, non ne scrissi più). Un film poco noto, almeno oggi (io l'ho in vhs, ma non mi funziona più il videoregistratore), non di eccezionale fattura ma veramente imperdibile per un grandissima interpretazione di Giancarlo Giannini che ha il ruolo del protagonista "Giuseppe". Commossa fino alle lacrime per il libro, commossa fino alle lacrime per il film e non mi accade così spesso. Ormai identifico Giuseppe - io narrante con Giannini e non c'è niente da fare. Non credo potessero scegliere attore migliore e, ad oggi, per la complessità psicologia del personaggio, ritengo sia una delle più grandi prove che abbia dato delle sue doti.

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