C’è un Messico solare e chimerico, che titilla l’immaginario collettivo di molti italioti. Ma ci sono volte che questa terra lontana e battuta dal sole è piena di nubi. Perchè l’estro di chi dipinge il cielo è alquanto annebbiato e pesante, consistente quanto il vapore acqueo.
Passi falsi, passi più lunghi della gamba, in genere errori, fretta.
E’ il 1992 quando Gabriele Salvatores (napoletano del 1950), ormai diventato uno dei principali registi italiani dopo il clamoroso successo di critica di "Mediterraneo" al di là dell’oceano Atalantico, che gli frutta l’oscar quale miglior film straniero, lancia sugli schermi questo film, Puerto Escondido.
Ma.
Storia esile: Diego Abatantuono (usale e ormai usurato personaggio-Abatantuono di Salvatores) pieno di sé assiste involoriamente ad un omicidio. L’autore, un commissario, lo minaccia in cambio del silenzio, con la verve e la profondità di un mezzo mitomane che esordisce come un ispettore kafkiano e che finirà come caricatura di se stesso. Ed il buon Diego se ne fuggirà nel Messico, dove per caso cadrà in balia di una picaresca e strampalata coppia di immigrati italiani quali Claudio Bisio (anche lui in quegli anni abitudinario nelle produzioni del regista in questione) e la sempre sensuale Valeria Golino.
Sarà dura sopravvivere, tra spacci di droga organizzati a puntino come in un film di Mel Brooks e rapine di sapore improbabile alla "Soliti ignoti".
Continua pertanto la ricerca ostentata di una terza via alla commedia all’italiana, che già permea i primi successi di Salvatores quali Marrakech express ed il citato Mediterraneo, rivistazioni non insolenti ma comunque non velatamente tradizionali di alcuni stilemi del belpaese nel suddetto genere filmico. Epperò.
Non si aspettava nessuno un tradimento così clamoroso, allora, un eclatante passo indietro molto meno logico e innaturale di quello di un gambero.
In Puerto Escondido, che già dal titolo suggerisce senza alcun ermetismo di sorta una certa sinistroide e svuotata predilezione italica per terre caraibiche e promesse (non mantenute), la vicenda del solito trito Abatantuono salvatoresiano, uomo che si dibatte tra impicci ed imbrogli e che poi si trova, magari consapevolmente, a pagare il pegno ed il dazio di tutte le bugie, non decolla, anzi rimane incollata nella terra del banale e dell’incompiuto, senza lasciare nessun dubbio nello spettatore se non un certo fastidio ed una corposa e corporale delusione.
Stitico nelle battute, asfittico nei dialoghi impressionisti a magnificare l’isola che non c’è, radical chic nella peggiore accezione del termine nelle ambientazioni, sorretto da una Golino di cui non si può negare il fascino e la sensualità e a cui la parte di svampita molto più pratica e risoluta degli stolti uomini che la circondano le si addice, il film naviga a vista e si inabissa nello sfilacciamento del plot e nella rincorsa di ritmo e significato, non certo salvato da un Bisio sognatore truffaldino che però via via che la pellicola scorre si intestardisce e reitera le solite gag senza nerbo né spessore fino anche esso a venire travolto dalle svariate inconsistenze registiche e di sceneggiatura del film. Sorvoliamo poi, per pietas umanistica, su un Bentivoglio impalpabile e dunque non pervenuto.
Ebbene questo Puerto non nasconde di rivelarsi un’amara delusione, che sfata il mito di questo regista meridionale trapiantato a Milano, che negli anni appena precedenti a questa uscita del 1992 aveva favorevolmente impressionato gli affamati di un cinema meno rigidamente innestato sulla stanca tradizione italiana di fine secolo e che sapesse veicolare contenuti nuovi e velleità più vicine al pubblico più giovane e dunque più bisognoso di trovare eroi filmici da sventolare nella ricerca del bello e della verità seppur soggettiva.
Salvatores qui perde colpi e si arrugginisce in una vacua e vuota plasticità ieratica della presunta saggezza messicana (un mondo perduto lontano dagli isterismi decadenti o arrivistici degli europei), dalla morale bieca e falsamente sinistroide più che altro sinìstra della dignità spirituale del povero e del reietto, si intestardisce ( o comunque si dilunga e diluisce mielosamente) nel voler riproporre alcuni temi che nei precedenti film citati invece erano stati (ri)proposti con una certa sapiente e mai ingenua capacità e con un sentito ardore sentimentale-sociologico, girati con intensità e interpretati con vigore, seppur depressi e nello stesso tempo sterilizzati dai finali (i citati Marrakech e Mediterraneo) abbastanza contenuti e raffermi, yogurts di seconda fascia andati presto a male prima della scadenza, quasi si volesse imbalsamare nella rassicurante dell’ovvietà commedie invece pervase da una certa irrequietezza esistenziale e un anelito a vite parallele ma non omologate.
Senza però. Senza perché.
Insomma questo porto nascosto non vale come commedia e non intriga come sceneggiatura e neanche ravviva speranze e sogni dei trentenni o giù di lì di allora, semmai rinvigorisce come blasfemo viagra i più impotenti (sessualmente) stereotipi anni novanta di una certa parte politica benpensante e progressista solo nei forum preconfenzionati, un pane sciapo presto rinsecchito e divenuto immangiabile, dopo che precedenti pellicole erano state in grado di far pregustare sapori ed odori di ben altra natura e portata.
Qui insomma non c’è traccia od ombra dei tentativi di riflessione panteistica di più ampio respiro che pervadono ad esempio il successivo Nirvana (1997)o il recente troppo presto bocciato Quo vadis baby (2005), messo in soffitta da critici e cultori poiché desueto e indice di una nuova e speriamo in futuro più consapevole maturità filmica e un certo equilibrio dal distanziarsi da prodotti di gusto mid-cult e di incisività e spessore dubbio qualo tradurre romanzi di di Niccolò Ammaniti (Io non ho paura, 2003) .
In Puerto escondido l’unico barlume sta semplicemente nel fatto che invece non si ha il citato e putroppo consueto deterioramento nel finale, ma ci si arriva dopo un incipit che regge poco e male, e a nulla può Abatantuono che recita se stesso, correo nell’aver approntato assieme al regista la sceneggiatura e forse unico colpevole (visto che trattasi dell’unica collaborazione in merito con Salvatores) della sciattezza di alcuni segmenti narrativi e della sostanziale inefficienza dei dialoghi, tutti borghesemente e meccanicamente tesi a mirabolare la ricerca di serenità e dell’io conclamando con soddisfazione il rifiuto del sistema e l’innalzamento del Messico a terra e libertà per milanesi o in generi italiani affliti da conati di overdose di consumismo filo americano.
La banalità delle soluzioni proposte, la stanchezza nell’issare a proprio gergo poetico alcune ormai tronfie bandiere fatte proprie da una certa politica sfacciatamente retrograda e superata dagli eventi e dai tempi, lanciano il film in un abisso senza fondo, in una forma senza contenuto con parziale (e in questo caso quantomai apprezzabile) finale ad effetto che se non riabilita il risultato complessivo di un’opera fallimentare perlomeno lasciò sperare allora una vigorosa sterzata che infatti arrivò appunto con Nirvana nel 1997.
SCHEDA
Regia: Gabriele Salvatores
Sceneggiatura: Enzo Monteleone con la collaborazione di Diego Abatantuono e Gabriele Salvatores, tratta dal libro omonimo di Pino Cacucci
Fotografia: Italo Petriccione
Scenografia: Marco Belluzzi e Alejandro Olmas
Musiche: Mauro Pagani e Federico De Robertis
Interpreti: Diego Abatantuono (Mario), Valeria Golino (Anita), Claudio Bisio (Alex), Renato Carpentieri (commissario La Viola), Antonio Catania (Di Gennaro), Fabrizio Bentivoglio (Mario)
BREVI NOTE
Rielaborato da un’opinione apparsa sul sito Ciao.it il 29.12.2006
Salvatores in Lankelot.eu
Commenti
"Ebbene questo Puerto non nasconde di rivelarsi un?amara delusione, che sfata il mito di questo regista meridionale trapiantato a Milano, che negli anni appena precedenti a questa uscita del 1992 aveva favorevolmente impressionato gli affamati di un cinema meno rigidamente innestato sulla stanca tradizione italiana di fine secolo e che sapesse veicolare contenuti nuovi e velleità più vicine al pubblico più giovane e dunque più bisognoso di trovare eroi filmici da sventolare nella ricerca del bello e della verità seppur soggettiva".
Concordo, dopo Mediterraneo mi aspettavo un Salvatores più maturo, e invece ci fu questa tremenda delusione.
La banalità delle soluzioni proposte, la stanchezza nell? issare a proprio gergo poetico alcune ormai tronfie bandiere fatte proprie da una certa politica sfacciatamente retrograda e superata dagli eventi e dai tempi, lanciano il film in un abisso senza fondo, in una forma senza contenuto con parziale (e in questo caso quantomai apprezzabile) finale ad effetto che se non riabilita il risultato complessivo di un?opera fallimentare perlomeno lasciò sperare allora una vigorosa sterzata che infatti arrivò appunto con Nirvana nel 1997.
Eh si, clausola ineccepibile. Non concordo su Quo vadis baby?, però - che ho trovato non riuscito soprattutto nella scelta degli attori (pessimi) - al quale ho preferito decisamente Io non ho paura, pur tratto da un pessimo romanzo, come tutti sappiamo.
"Stitico nelle battute, asfittico nei dialoghi impressionisti a magnificare l?isola che non c?è, radical chic nella peggiore accezione del termine nelle ambientazioni, sorretto da una Golino di cui non si può negare il fascino e la sensualità e a cui la parte di svampita molto più pratica e risoluta degli stolti uomini che la circondano le si addice, il film naviga a vista e si inabissa nello sfilacciamento del plot e nella rincorsa di ritmo e significato"
Questo passo è mostruosamente bello nella sua distruttività;).
A proposito: devi ancora rilanciare Lansdale, la bozza è antichissima!
"La banalità delle soluzioni proposte, la stanchezza nell? issare a proprio gergo poetico alcune ormai tronfie bandiere fatte proprie da una certa politica sfacciatamente retrograda e superata dagli eventi e dai tempi, lanciano il film in un abisso senza fondo, in una forma senza contenuto con parziale (e in questo caso quantomai apprezzabile) finale ad effetto che se non riabilita il risultato complessivo di un?opera fallimentare perlomeno lasciò sperare allora una vigorosa sterzata che infatti arrivò appunto con Nirvana nel 1997".
Avevo adorato Nirvana, prima o poi lo recupero in Dvd - il mio Vhs è stato donato. Grazie per questa notevolissima pagina, Paolo.
Grazie a te dello spazio Gianfra':-). Su Lansdale hai ragione ma c'è un motivo: ne ho letti altri due nell'ultimo mese ed un terzo è appena iniziato. Mi proponevo uno sfolgorante rassegna (sfvaillante anche). Su Salvatores non ho finito, ne arriveranno altre
Aspetto TUTTO.