Nel mezzo del cammin di nostra vita. Attraverso il purgatorio delle stazioni indesiderate, dei ritardi imprevisti oppur prevedibili, le vertigini dell'inferno e le maliarde sirene del paradiso da raggiungere. E se Dante, grande e dimenticato alfiere di aneliti umani immortali, seppur uomo e poeta radicato nel suo presente medievale ed oppresso, si riferiva misticamente ad una vita che non arrivava quasi sempre ai sessanta anni, il trentenne ancora oggi, in Italia, il trentenne e poco oltre, è un mezzo uomo ed un mezzo elfo, sospeso tra sogni e realtà, finalmente laureato fuori corso, magari ancora non sposato od imberbe padre, abbarbicato ad una vita che non si lascia capire e che francamente va vissuta e non capita.
Meglio viaggiare.
E viaggio sia, purchè per strade troppo strette e diritte si trovi un motivo, per dirla alla Ligabue.
Ma sì abbandoniamoci, demistifichiamo e lasciamo al proprio destino i bancomat bloccati, le strade di periferia piene di traffico pendolare e con la lingua a penzoloni, con lo stress che oblitera nell'anima quotidianamente il proprio biglietto per l'alienazione dalla creatività. E via. Attenti, però, perchè la società è retta dall'ordine e dalla vigilanza, con cannabis e soldi di straforo in macchina le frontiere non si passano. O magari si passano meglio, perchè fanno vivere la dimensione dell'avventura. Questo film del 1988, di Gabriele Salvatores, è "solo" quattro amici che ormai si sono distaccati per vite diverse, amori contesi, soldi dovuti. Torneranno assieme. In nome di Rudy, loro amico sognatore, post-hippie fantozziano, grazie alla sua ragazza spagnola ma francesizzante nei modi e nei tratti del viso eppure latina nell'essere pasionaria amica di un loro vecchio compagno, impelagato in presunti loschi affari in Marocco. Sarà ella a convincere i quattro, peraltro già convintia mollare tutto perché deboli e fragili nelle loro rispettive esistenze. Niente di meglio che partire per l'Africa. Costi quel che costi. Figli abbandonati, fidi bancari sospesi, vendite di macchine rimandate. La Milano dei trentenni di Salvatores ha un una voglia di andarsene e allora si va. La vita può attendere, a certe età il prendere o lasciare è un dogma serafico e terrificante, non ammette repliche. Qui l'amicizia diventa un pretesto, la missione semi-umanitaria è un vezzo medio-borghese e mero contesto, la fuga anima i cuori, scuote i cervelli, mette in fibrillazione le vene.
Marco (Bentivoglio), Cedro(Alberti), Ponchia (Abatantuono) e Paolino (Cederna) è compagnia variegata ed abbastanza marasmata, emotivamente fragile e ancora in piena sindrome Peter Pan, alla ricerca del tempo perduto o semplicemente fuga dal presente. Un disimpegno ostentato, un deja-vù catartico, un ripiego intimista e senza coloranti e coloriti politici da pasdaran leoncavallino che putroppo annacqueranno il poco o tanto che Salvatores aveva da dire nei successivi Puerto escondido e Sud in particolare, films che politicamente scorretti perdono quella spontaneità quasi ingenua, quella sottile vena di sogno misto a realtà che invece in questo prodotto risultano abbastanza ben combinati.
I ragazzi ormai anagraficamente uomini si gettano nell'oblìo di sé, per redimere e redimersi, e per di più ci sono legami con amicizie post adolescenziali che ancora fremono nell'anima e scorrono nel sangue, gli anticorpi della vecchiaia o del pantofolismo ancora non sono abbastanza forti per far addormentare placidamente i sogni e le aspirazioni, per incenerire quella sconcertante e sconcertata voglia di vivere chissà cosa che anima tutti.
In Italia per ragioni storiche e culturali è un momento che si passa ai trenta anni. Ragioni politiche, universitarie, materne e sindacali rendono l'uomo italiota ancora oggi a quella età una sorta di bambinesco erede delle fiabe che nei migliori casi rimembra ancora leopardianamente le Silvie del passato intese non solo come donne di carne ed ossa, ma come strade da percorrere, amicizie da sollazzare, titillamenti, tentannamenti, rivoluzioni e controrivoluzioni autoreferenziali, insomma un bel bollito misto fatto semplicemente di quelle dense vitalità che ci animano in certe età ed in certi momenti.
E qui non si parla di Ramazzottiani versi coniati sui baci perugina ma di quattro più o meno iperproduttivi semi uomini che se ne vanno, all'improvviso, in Marocco, a liberare un loro amico che grazie all'amicizia frega se stesso e gli altri per mantenere in vita i suoi sogni, coltivando in un deserto metaforico la semplice (e lussuriosa e lussureggiante voglia di essere sempre giovani) una vita fantastica e fantasiosa, fatta di arance, trivelle improbabili e nessuna ricerca o malinconia dell'ascesa economico-sociale global-pregnante, ma semplicemente una dimensione senza televisione e canoni e canonici di massa, ma individuale ed a suo modo poetica.
Non è facile, ovvio, e le banali o le o più o meno parodistiche imprevedibilità che arricchiscono il film intessuto su topoi abbastanza sfruttati quali il viaggio, l'amicizia, l'esotico e la trasgressione anche post laurea, tuttavia conferiscono alla vicenda filmica un ritmo e una dimensione artistica tutt'altro che da disprezzare. Anzi emergono le caratteristiche di combinare temi e stilemi usurati in una dimensione tuttavia esteticamente accattivante
Il terzo film di un Salvatores da lì in poi trascinato sugli altari, auotosprofondatosi nella polvere e poi risorto a fasi alterne, come una lampadina mezza fulminata e mezza ancora in grado di fare luce per quindici anni e più, sempre teso ad un cinema che sia non solo di qualità ma anche distante (anche seppoi la matrice tradizionale si vede) da quei melodrammi impastati di socialità conservatrice e/o progressista che infarinano la cinematografia nostrana, e che dunque anche quando converge sul privato, sull'intimo non diventa (o non diventa sempre) intimista con manie e maniacali acrobazie elegiaco-sentimentali.
Certo nella pellicola a volte non deficita un certo dinaminismo eccessivo e imberbe, certo le scene, i primi piani, gli scorci di paesaggio, i dialoghi manifestano una certa volontà di abbracciare tutte le situazioni possibili, il che mal si accomuna con i toni e di ritmi della commedia e tale spadroneggiante vena onnisciente ed onnicomprensiva spesso infarcisce la sequenza delle immagini e lo scorrere della storia con troppi spezzoni a sé stanti, troppi segmenti da sviluppare meglio, superficialità da limare o completamente tagliare. Insomma si poteva far meglio e magari di meno.
Era il 1988 e molto tempo è passato. Ma nel bene o nel male, ma l'amicizia, un certo senso di ribellismo spesso fine a se stesso, una certa voglia con, un certo amore per, uno squlibrio di, rimangono ancora attecchiti nell'animo ed è sempre piacevole rivederlo, perché bene o male, con le differenze che ci accumunano, questo film è, e poi rimane, un certo cult generazionale, che filma e fotografa una certa situazione de quo dell'italiano non medio e neanche anulare ma semplicemente made in italy senza per forza annegare nel bieco ed annaspante conformismo o nel vogliamoci bene ma dando spazio e giusta voce a quella malinconia e quella certa impotenza che si prova anche nei gesti più anarchici e libertari o libertini che compiamo.
In fondo Icaro, a suo tempo, si bruciò le ali solo per andare incontro ad un sole.
SCHEDA
Rielaborazione di recensione originariamente apparsa sul sito Ciao.it nel dicembre 2006
Commenti
"oggi, in Italia, il trentenne e poco oltre, è un mezzo uomo ed un mezzo elfo, sospeso tra sogni e realtà, finalmente laureato fuori corso, magari ancora non sposato od imberbe padre, abbarbicato ad una vita che non si lascia capire e che francamente va vissuta e non capita.
Meglio viaggiare".
> fantastico:).
"Ma nel bene o nel male, ma l?amicizia, un certo senso di ribellismo spesso fine a se stesso, una certa voglia con, un certo amore per, uno squlibrio di rimangono ancora attecchiti nell?animo ed è sempre piacevole rivederlo, perché bene o male, con le differenze che ci accumunano, questo film è, e poi rimane, un certo cult generazionale, che filma e fotografa una certa situazione de quo dell?italiano non medio e neanche anulare ma semplicemente made in italy senza per forza annegare nel bieco ed annaspante conformismo o nel vogliamoci bene ma dando spazio e giusta voce a quella malinconia e una certa impotenza che si prova anche nei gesti più anarchici e libertari o libertini che compiamo".
E andiamo! Baol ha le mani ispirate. Scrivi e non pensarci, inonda il sito, forza. Avanti così, nella maniera più assoluta.
Si, in questo primo Salvatores si nota una certa purezza di intenti, una certa poetica del viaggio non lontana dall'elogio dell'ininiziazione e della scoperta. é anche un tributo all'amicizia e al sogno. Nonostante le sue numerose cadute di stile è un film godibile, tra i suoi migliori. Unica cosa che sempre stona in Salvatores: gli attori non li sa proprio scegliere!
I tuoi incipt sono geniali. A parte gli attori, non ho un brutto ricordo di questo film - Rivedrò.
Mentre applaudo la tua recensione veramente doc, dico che anch'io come dr caraffa non ho un brutto ricordo di questo film, fra l'altro costruisce una delle partite di calcio più memorabili della storia del cinema italiano.
A me è piaciuto tanto Mediterraneo.
Raffaella