Bologna. L’investigatrice privata Giorgia (Angela Baraldi) lavora nell’agenzia del padre con l’aiuto di un giovane studente di cinema. La sua vita solitaria e senza troppi scossoni emotivi, viene improvvisamente alterata dalla visione di alcuni vhs riguardanti l’ultimo scorcio di vita di Ada (Claudia Zanella), sorella morta suicida sedici anni prima. Giorgia, rimasta nel tempo dubbiosa sulle circostanze che avevano portato Ada al tragico gesto, scopre che la sorella aveva un amante del quale in video non faceva nome. Lo chiama semplicemente A, e sembra essergli stata morbosamente legata. Ada era un’aspirante attrice dalla vita confusa e dissoluta, aveva un fidanzato ignaro del suo legame con A, ed un’amica attratta da lei. Giorgia, ripercorre queste confessioni filmate, stretta tra il dubbio e lo stupore, tra il desiderio di comprensione e l’ossessione per la ricerca della verità. Incontra, inoltre, nel pieno di questa personale indagine, un professore di cinema con cui stabilisce una relazione intima ed improvvisa. Comincia un viaggio attraverso gli indizi venuti a galla, alla ricerca dei motivi e dei luoghi che suggerisce il video della sorella; prova a coinvolgere il padre, il quale, dopo aver rimosso il doloroso passato, non si dimostra incline ad aiutarla. Ma, probabilmente, c’è qualcosa che a Giorgia sfugge. Nelle cassette ci sono le risposte ai molteplici interrogativi.


Gabriele Salvatores, dopo l’ottima prova con Io non ho paura – tratto da un romanzo di Niccolò Ammaniti, raro caso di film migliore del libro -, costruisce un giallo esistenziale con risvolti psicologici che è tutto giocato sulla dimensione privata e familiare. L’estensione temporale entro cui si chiariscono le vicende, sembra essere un tempo realmente sospeso in cui tutti i personaggi rimuovono volutamente un pezzo di vita. Ma quando tutto - per tutti - torna a galla, la spirale psicologica ed emotiva ha effetti dirompenti sulla vita pratica di ognuno. L’amore per il cinema, poi, qui richiamato in varie forme e modi dal regista, invade costantemente la pellicola, a partire dal titolo stesso. “Quo vadis, baby?” è la famosa domanda che Marlon Brando fa a Maria Schneider nel famoso Ultimo tango a Parigi di Bernardo Bertolucci, e che il professore di cinema Andrea Berti rivolge ad Angela durante il film. Nell’ultima scena, poi, quella che introduce l’ultimo tassello, la verità ci si svela solitaria - se si eccettua un bellissimo micio bianco -, a conclusione di M – Il mostro di Dusseldorf, nota pellicola del regista tedesco Fritz Lang.
L’emotività regna sovrana, ancorché espressa in modo opposto, sia in Giorgia che in Ada, sorelle legate da un doloroso destino familiare (la perdita della madre ancor giovani ed un padre ruvido e dispotico), e da una precarietà psicologica figlia di una ricerca interiore ed esteriore mai portata veramente a compimento. Ma tutto è abbastanza gelido, e la partecipazione emotiva dello spettatore alle vicende delle due sorelle inevitabilmente latita.
In effetti, sia la sceneggiatura (tratta dall’omonimo romanzo di Grazia Verasani, che, comunque, non ho letto), un poco ingessata e non molto scorrevole, sia le performance degli attori, assolutamente non all’altezza, non aiutano il film ad essere interessante, né tanto meno credibile.
Angela Baraldi, qui in prestito dalla musica, non è assolutamente a suo agio nei panni di Giorgia, Claudia Zanella è decisamente pessima nel restituire l’inquietudine del suo personaggio (ma le hanno insegnato a recitare?), Gigio Alberti (immotivatamente amato da Salvatores: credo siano molto amici), che non è mai stato un grande attore, ci prova solo col mestiere. L’unico sufficiente - è bravo, ma qui ha solo un piccolo ruolo - è l’aiutante e studente Elio Germano.
Gabriele Salvatores, autore di alcuni film ricchi di fascino (Mediterraneo ed Io non ho paura), alcuni curiosi (Amnesia e Nirvana) ed altri veramente bruttini (Sud, Puerto Escondido, Turnè, Denti…), lascia comunque la sua impronta di regista di qualità in alcune inquadrature, in fuggevoli sequenze e nell’ossessione per alcuni particolari. Ma ciò non basta, come ripeto, a far di Quo vadis, baby - girato in un ottimo digitale - un film riuscito, ed è dunque sorprendente il riscontro positivo avuto presso certa “critica ufficiale”. Mi resta un dubbio, che comunque non credo mai fugherò: ma il romanzo è veramente così sciapo e scontato come il film?
Regia: Gabriele Salvatores. Sceneggiatura: Gabriele Salvatores, Fabio Scamoni. Tratto da un romanzo di: Grazia Verasani. Direttore della fotografia: Italo Petriccione. Interpreti principali: Angela Baraldi, Gigio Alberti, Claudia Zanella, Andrea Renzi, Elio Germano. Musica originale: Ezio Bosso. Scenografia: Rita Rabassini. Montaggio: Claudio Di Mauro. Produzione: Maurizio Totti per Colorado Film, in collaborazione con Medusa e Sky. Origine: Italia, 2005. Durata: 102 minuti.
Léon, giugno 2005. Originariamente apparso su Lankelot.com
Commenti
Da quando ha lavorato con Ammaniti, per quanto mi riguarda, è esteticamente defunto e non intendo riesumarlo. Mi piace ricordare "Nirvana", "Denti" e "Mediterraneo".
Nirvana e Mediterraneo, si. Denti per me è una boiata. C'è da dire che il film tratto da Ammaniti è molto bello (una fotografia stupenda), è il libro che fa alquanto schifo. Come dico sulla recensione, uno dei rari casi in cui il film è meglio del libro.
In quel caso, potevamo girarlo anche io e te con una 8mm del 1992.
Ah ah ah ah. Lo odi cosi tanto quel libro, è? Effettivamente è una schifezza. Ricordo la tua recensione, ripostala è fichissima (come quella di Melissa P., del resto)
Per tempo, picchiando con la cattiveria dell'onesto. Entrambe:).