Sovrapposizione di confusi messaggi pubblicitari, provenienti da una televisione. Si staglia l’immagine di Dwayne Hoover. “Puoi fidarti di Dwayne Hoover”, assicura la pubblicità. Dwayne(Bruce Willis), in quel momento, è in casa. È il giorno del suo compleanno. Si punta la pistola in bocca. Chiude gli occhi. D’un tratto, una voce querula sovrasta i messaggi pubblicitari.
La domestica lo chiama, è pronta “la colazione dei campioni”.
Dwayne spalanca gli occhi. Scende le scale.
Sta per avere inizio, nel suo concessionario di automobili, la “settimana hawaiana”: impiegati e commessi agghindati a tema, grandi sconti, succose promozioni. Alle spalle di Dwayne, durante la colazione, la televisione che spara in rapida sequenza i suoi spot: appare sorridente, euforico, persuasivo.
La moglie, nel frattempo, gli parla per slogan pubblicitari.
Dwayne è semplicemente allucinato.
Esce dal portone, il cane lo aggredisce. Probabilmente, dirà Dwayne, perché da mesi gli parla per ore dei suoi problemi e della sua crisi esistenziale, e adesso il cane lo odia.
Il figlio di Dwayne si chiama Bunny, coniglietto. Suona il piano nei locali, perlopiù steccando, e proponendo un’immagine effeminata e molliccia.
Influenza della depressione della madre o del tracollo nervoso del padre?
Il migliore amico di Dwayne è Harry(Nick Nolte). Si conoscono da oltre venti anni. Harry è terrorizzato dall’idea che il suo principale, e miglior amico, possa scoprire che nell’intimità si veste da donna, mentre fa l’amore con sua moglie. Delira, nelle crisi paranoidi. Invoca Maui. L’isola perfetta.
Stacco.
Un uomo scrive una lettera a Kilgore Trout.
Kilgore Trout è un vecchio scrittore sconosciuto. Duecento romanzi e duemila racconti brevi alle spalle. Tutti rifiutati dagli editori. Unica eccezione, una rivista pornografica. Che non ha mai pagato una lira per i diritti d’autore.
Kilgore Trout è un creatore di universi. Un creatore fallito. Finalmente qualcuno sembra essersi accorto di lui.
Kilgore è convocato al Festival delle Arti, riceve perfino un assegno da mille dollari. Incredulo, si avvia, borbottando tra sé e sé, per le strade.
Ha dedicato la vita alla ricerca della verità e della bellezza, senza trovare niente. Niente.
Questo il piccolo universo dei personaggi di questo singolare e delirante film statunitense, tratto da un romanzo di Kurt Vonnegut. La società rappresentata è in pieno collasso nervoso: non resiste nessuna istituzione, le relazioni umane sono al tracollo, tutto è contraddistinto da un impressionante e allucinata confusione. Alle traversie di Dwayne, Harry e compagnia, fa da contraltare l’arrivo in città, per il Festival delle Arti, del vecchio e sconosciuto Kilgore Trout. Kilgore è l’anima e la mente d’un mondo nuovo, il profeta d’una età che dovrà correggere l’avvilente esistenza della società e degli individui.
Kilgore attraverserà fiumi inquinati, a piedi nudi, e si perderà nelle dimensioni parallele degli specchi: lui è la risposta alle domande di Dwayne e della cittadinanza, e finalmente sta per presentarsi loro.
Pellicola spiazzante; personaggi farneticanti e colori accecanti; perfino nauseante la sovrapposizione della televisione nelle vite dei protagonisti, e in questo l’intento del regista credo si sia felicemente espresso.
Complessivamente, il film non può essere giudicato eccellente perché eccessivamente caotico e probabilmente squilibrato; non c’è particolare coerenza, sembra un flusso di coscienza acido d’un narratore impazzito.
Tuttavia non si può negare che “La colazione dei campioni” sia un film seducente, appassionante e divertente.
Infelice l’avventura al botteghino del film: auguriamoci adesso che, passati degli anni, si possa restituire qualche attenzione a una pellicola che, oltre a un Willis e a un Nolte d’eccezione, può vantare frammenti di pura visionarietà e una credibile, nonostante certi estremismi, denuncia del sistema capitalistico.
Imperdibile, infine, la caratterizzazione di Kilgore Trout.
È nel suo universo e dal suo universo che s’origina la bellezza della pellicola: c’è qualche tracollo kitsch, qualche patetismo squalificante, tuttavia almeno una certa parte delle riflessioni del “creatore fallito” che va incontro al suo mondo meritano attenta interiorizzazione. Al termine, non sarà difficile guardare gli specchi con altri occhi. Senza pensare a Carroll, dico.
Regia: Alan Rudolph. Sceneggiatura: Alan Rudolph. Tratto da un romanzo di: Kurt Vonnegut jr. Direttore della fotografia: Elliot Davis. Montaggio: Suzy Elmiger, Susan Weiler. Interpreti principali: Bruce Willis, Albert Finney, Nick Nolte, Barbara Hershey, Glenne Headly, Lukas Haas, Diane Willson Dick, Omar Epps, Vicki Lewis, Buck Henry, Ken Campbell, Will Patton, Alison Eastwood, Michael Jai White, Michael Duncan, Kurt Vonnegut Jr. Musica originale: Martin Denny, Mark Isham. Produzione: David Blocker, Sandra Tomita, David Willis. Origine: Usa, 1999. Durata: 110 minuti.
Lankelot, G.F., maggio del 2003.
Prima pubb: Lankelot.com
Rudolph in archivio Lankelot
Commenti
Ne scrissi pure io tempo fa e...sicuramente concordo.
Film caotico, troppo caotico per i miei gusti; forse anche perchè Vonnegut è autore che male si presta a trasposizioni cinematografiche.
Vedere Nick Nolte, noto macho fin dagli esordi con i "Jordache", con le calze a rete e body rosso è un qualcosa di veramente agghiacciante.
Sottoscrivo. E se ne hai scritto tempo fa ti invito a ripubblicare - del resto, questo mio è del 2003. Maggio 2003: praticamente quasi 4 anni fa.
parrebbe indisponibile in dvd!
peccato
[colazione dei campioni] è in
[colazione dei campioni] è in dvd! aggiungo ean