Rosi Francesco

C'era una volta

Autore: 
Rosi Francesco

Una fiaba d’altri tempi cucita addosso a quella che, per il divenire degli eventi, oggi è consacrata come un’icona nazionale. Una fiaba che racchiude in sé elementi classici di storie del popolo, nate e create per il sogno e l’evasione da una realtà con ben poche speranze di serenità. Un mondo che sembra ormai appartenere inesorabilmente al passato dei ricordi. Un’Italia cinematografica che sapeva produrre opere curate, indimenticabili, ed esaltate dal fascino delle stelle di allora. Uno stile che avrebbe tanto da insegnare anche ai nostri giorni, ma i registi di talento scarseggiano e le stelle sono ormai altrove.  Un film che, personalmente, provoca emozioni a fior di pelle sin da quelle prime note avvolgenti che aprono la colonna sonora firmata da Piero Piccioni. Una storia che miscela, in un crescendo di palpitanti scene, i miti delle fiabe più comuni alla classica Cenerentola adattata ai nostri usi e costumi. 

Mettiamo insieme un principe spagnolo dal temperamento focoso ed una donna del popolo “che tiene nu bruttu carattere”. Mettiamo che per far sì che questi due personaggi, così lontani per nascita e classe sociale, si incontrino, da un lato serva l’aiuto di un frate che vola e che diverrà santo con il nome di Giuseppe da Copertino e dall’altro debba farsi ricorso a “’e vecchie” (le streghe). Ecco una storia che porterà ad un sicuro lieto fine con tutti gli intermezzi del caso, insidie e tranelli compresi. 
XVII secolo.
Rodrigo Ferrante y Davalos è il principe (Omar Sharif). Isabella la popolana (Sophia Loren).
Rodrigo deve scegliere una moglie tra sette principesse italiane per allargare “il giro degli affari di famiglia”. È il re di Spagna che lo ordina, ma lui vive per altro: i suoi cavalli, le sue terre, la sua eterna spavalderia.
In una delle sue passeggiate quotidiane in cui perde il cavallo, si trova a passare nei pressi di un convento dove vive il fraticello che vola e compie miracoli. Giuseppe gli dona un sacco di farina, consigliandogli una moglie che possegga tra pregi e difetti, anche quello di un brutto carattere. Rodrigo tenta di ribattere ad un’assurdità di tale genere, ma il frate gli dice di farsi cucinare sette gnocchi con quella farina e, se riuscirà a mangiarli tutti quanti, avrà avuto ragione il principe. È così che, tornando a casa, Rodrigo trova Isabella che ha recuperato il cavallo perduto. La insegue per imporle di cucinare il numero esatto di gnocchi che, alla fine, non riesce a mangiare, rispettando così, suo malgrado, la profezia di frate Giuseppe.
 
 
Da lì una scena dopo l’altra li porta a separarsi.
Isabella tiene nu bruttu carattere, per uno gnocco ha perso nu principe, le dice una vecchia guidandola nella foresta ad un sabba di streghe per aiutarla a preparare una fattura al principe. Invece di inchiodarne metaforicamente il cuore, Isabella finisce per inchiodarlo fisicamente al letto.
Una volta guarito dal maleficio, il principe la cerca per darle la punizione che merita. All’affronto ricevuto si risponde con l’isolamento nella botte. Rodrigo, tuttavia, ordina agli uomini di guardia di riportarla a palazzo dopo tre giorni sana e salva. Il “fato” decide per loro una strada più tortuosa.
La vecchia, che ha a cuore la sorte di Isabella, fa rotolare la botte fino al fiume, credendo di poterla salvare con questo stratagemma. La ragazza arriva fino al mare dove viene liberata da un gruppo di ragazzini ed insieme a loro ordisce una truffa ai danni degli spagnoli, servendosi di un asino dalle presunte doti miracolose. Per Isabella questa è l’occasione di avvicinarsi al palazzo e rivedere il suo principe che sta partecipando ad una gara di cavalli.
La storia prosegue con l’assunzione di Isabella da Monzù, mago della cucina, intento a preparare una frittata di tremila uova in onore del futuro fidanzamento. Complice la vecchia e le sue magie della tradizione napoletana (“Aglio e fravaglio, cap’alice e rapa d’aglio: fattura ca nun quaglia”) quelle uova diverranno pulcini pronti ad invadere il palazzo. Per inseguirne uno sfuggito alle mani delle domestiche, Isabella percorre i corridoi del palazzo fino ad arrivare alla stanza vuota di Rodrigo e, dalla traccia di farina lasciata dalla ragazza, lui stesso, compiendo un percorso a ritroso, riesce poi a trovarla nei sotterranei.

Finalmente un raggio di sole ad illuminare i loro cuori di speranza. Mentre lo spettatore spera in una promessa di amore eterno, Rodrigo indaga sulle sue doti di lavapiatti. Nulla di più scontato, sottolineo. In realtà, il principe sta pensando a come scegliere la popolana come sua sposa senza offendere le principesse in attesa.
Organizza così un viscido concorso che assegnerà la mano del principe a quella che, tra le dolci e leggiadre fanciulle, romperà il minor numero di piatti nel lavarli. Isabella, splendidamente vestita, si presenta come l’ottava concorrente con il titolo di Donna Isabella di Caccavone.
Sembra tutto semplice in apparenza, ma per una vera fiaba la conclusione non è altrettanto lineare: i piatti di Isabella si rompono ancor prima che li prenda in mano. È perdente, subendo oltre alla sconfitta nel suo territorio, anche l’umiliazione di uno schiaffo furioso dall’uomo che ama. Come una moderna Cenerentola abbandona la scena in lacrime, strappandosi i gioielli e tornando a correre scalza come è sempre stata.
La sua vita è distrutta, ogni speranza svanita come la spuma del mare, come quel mare che non ha mai visto e che è pronta a riceverla in un abbraccio consolatorio. La mano del fraticello divenuto ormai santo la ferma nel momento limite, infondendole nuova linfa e la speranza che qualcuno a conoscenza della verità possa trovare il coraggio di parlare.
Torna al palazzo, avvolta in un misero mantello con la faccia dipinta di vero orgoglio popolare, nel contrasto con la finta sfarzosità di oro e broccati del palazzo. Si fa largo tra la folla che festeggia il matrimonio tra il principe spagnolo e la nuova principessa e là qualcuno troverà la forza di affrontare la verità, per restituirle la favola a cui, all’inizio, non aveva creduto.
 

 
C’era una volta” è un graffiante racconto fiabesco in costume diretto da Francesco Rosi, che vede tra gli sceneggiatori Raffaele La Capria, Giuseppe Patroni Griffi, Tonino Guerra.
Costruita su misura dal produttore Carlo Ponti nel 1967 attorno alla ormai diva Sophia Loren, riesce a risaltare per la cura dei particolari, dei costumi barocchi del mondo spagnolo, della miseria dignitosa ed onesta del popolo, della scenografia brulla e selvaggia (inserita tra i Sassi di Matera), di una fotografia luminosa ed ottimista, di un’interpretazione sfolgorante dell’adorabile e spavaldo Sharif in splendida forma, nonché della stessa Loren.
Se qualcuno poteva avere un’ombra di dubbio sulla sua bellezza in questo film avrà modo di ricredersi. Assolutamente magnifica nella sua sensuale espressione tipicamente mediterranea su cui indugia a lungo la macchina da presa, in ogni frammento la sua immagine risplende qualsiasi sia l’abito che indossi, che sia scarmigliata, cenciosa e polverosa o che sia riccamente addobbata. La sua interpretazione dall’inflessione puramente napoletana la rende autentica fino alla fine, anche se la sua voce verrà doppiata nella seconda parte da Rita Savagnone.
Una storia dunque che non lascia nulla al caso con la sua magia, con le sue miserie. Da un lato la dominazione spagnola che si presenta in tutta l’arroganza e dall’altro un popolo inerme che pur di salvare la pelle è pronto a qualsiasi sacrificio.
Splendidi duetti tra i due protagonisti che non mancheranno di divertire tra corteggiamenti a colpi di stiletto, testardaggine e orgoglio: difficile comprendere chi dei due sia più bisbetico “domato” dell’altro.
Ironia e divertimento non mancano mai, al di là del romanticismo naturale della storia. Il sentimento è del tutto scontato, ma non risulta smielato proprio per una sceneggiatura che stempera gli eccessi. 
Le caricature dei personaggi risaltano ad ogni frammento scenico: la vecchia, meravigliosa apprendista strega, che ha a cuore le sorti di quella “brava guagliona”, tra magie riuscite ed incantesimi pasticciati, in mezzo ad un sabba che tanto sabba non è (tra le streghe e gli stregoni spicca Carlo Pisacane), riesce a tirare la sorte favorevole dalla parte di Isabella; il frate che poi sarà santo con la fede scuote prima la superbia di Rodrigo e poi la disperazione di Isabella; Monzù, artista di cucina dai mille talenti, che si trova sbeffeggiato da Rodrigo in tutte le occasioni in cui presenta un nuovo faraonico piatto (“Portate via questi disgustosi pasticci” afferma Rodrigo e Monzù incassa, non dimenticando l’oltraggio ricevuto), è un curioso personaggio abituato al fasto della corte spagnola in patria e si trova, suo malgrado, avvilito dalla caparbietà di quel principe irrequieto; la madre di Rodrigo, interpretata da un’altera e rigida Dolores Del Rio come la parte richiede; Caravaggio, il buffo paggio del principe disposto a prendere anche le pedate dal suo padrone pur di renderlo felice; sette principesse che rappresentano altrettante terre di conquista per la Spagna, ma ad un prezzo troppo alto per Rodrigo, sono figure femminili con caratteri e personalità peculiari che si troveranno sconfitte dalla caparbietà di una donna del popolo che ha sofferto e non rinuncia al suo sogno d’amore.
Dopo Sophia Loren, Omar Sharif in una delle sue interpretazioni più brillanti che, nonostante il carattere, non riesce a rendersi sgradevole, tutt’altro. Apprezziamo, invece, la sua onestà e la caparbietà nel dimenticare le differenze sociali che lo separano da Isabella.
Da ultimo, le splendide note della colonna sonora tra cui spicca il tema iniziale di Piero Piccioni, uno dei brani indimenticabili del nostro cinema tanta è l’energia positiva che riesce ad emettere.
Un piccolo gioiello d’altri tempi.
 
Movida, 26 marzo 2005.
 
Già inserita in Ciao.it.
Revisione per Lankelot.com.
Regia: Francesco Rosi Soggetto: “Lo conto de li cunti”, di Giambattista Basile. Sceneggiatura: Tonino Guerra, Giuseppe Patroni Griffi, Raffaele La Capria, Francesco Rosi. Fotografia: Pasqualino De Santis. Interpreti principali: Sophia Loren (Isabella), Omar Sharif (Principe Rodrigo Ferrante y Davalos), George Wilson (Monzù), Leslie French (Fratello Giuseppe), Dolores Del Rio (Regina Madre), Marina Malfatti (principessa di Altamura), Carlo Pisacane (uno degli stregoni). Musica originale: Piero Piccioni. Produzione: Carlo Ponti. Origine: Italia/Francia, 1967. Durata: 115 minuti. Titolo originale: “C’era una volta”, conosciuto anche come “La Belle et le Cavalier” (titolo francese), “Cinderella: italian style” (titolo americano).

 

 

 

ISBN/EAN: 
8017229465024

Commenti

altro film che io amo

altro film che io amo moltissimo per periodi natalizi...è passato proprio ieri in tv


(la formattazione è uscita così, non riesco a modificare il rientro del paragrafo)


colonna sonora a firma Piccioni


 http://www.youtube.com/watch?v=ZKWuk3kUBI8&feature=related


http://www.youtube.com/watch?v=sQDrI2X6oS8


 


 

ecco fatto;). ti spiego il

ecco fatto;). ti spiego il trucco.

Modifichi il testo, e vai su "Codice Sorgente" (seconda fila, quinto pulsante). Il testo mostra tutti gli strani font che precedono l'inizio dell'articolo. Prendi e li cancelli... e ualà:)

“C’era una volta” è un

C’era una volta” è un graffiante racconto fiabesco in costume diretto da Francesco Rosi, che vede tra gli sceneggiatori Raffaele La Capria,"

> A proposito: La Capria è un narratore che dovremmo, in qualche modo, provare a restituire al web;)

"Da ultimo, le splendide note

"Da ultimo, le splendide note della colonna sonora tra cui spicca il tema iniziale di Piero Piccioni, uno dei brani indimenticabili del nostro cinema tanta è l’energia positiva che riesce ad emettere."

> Vado a cercarlo sul tubo, asp

www.youtube.com/watch?v=ZKWuk3kUBI8 ailo!

La Capria? Ho visto una lunga

La Capria? Ho visto una lunga intervista qualche settimana fa su RaiStoria...

che diceva? Com'è di

che diceva? Com'è di persona? Che effetto ti ha fatto?

Gradevole, non ho mai letto

Gradevole, non ho mai letto niente di suo, mi ha dato l'idea di uno pienamente inserito nel panorama intellettuale del periodo (parlava dei 60, mi sembra). Ha preso un Campiello (o uno Strega?) generando ire e invidie di molti. Insomma, le solite cose degli scrittori della vecchia generazione...

ho quel libro sulla

ho quel libro sulla scrivania, era di mio padre. Purtroppo si sfalda, è un oscar mondadori, figurati. E' un autore napoletano, magari qualcuno tra i campani di Lankelot potrebbe aiutarci...

(il film qui sopra non l'ho

(il film qui sopra non l'ho visto, non sopporto la Loren. Preferisco da sempre la Cardinale. Per quanto abbiano entrambe argomentazioni molto simili)

grosse, vere, convincenti.

grosse, vere, convincenti.

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