Roeg Nicolas

A Venezia...un dicembre rosso shocking

Autore: 
Roeg Nicolas

Rosso come il sangue che sgorga copioso dalla giugulare di Mr. Baxter, una volta conosciute le sorti del suo epilogo. Rosso come l’impermeabile della figlia, morta troppo presto e da allora croce e ossessione del suo destino. Rosso come l’impermeabile di una nana vegliarda, proiezione sfigurata o amplificazione mistificata di un inconscio che troppo tardi svela come andrà a finire. Rosso dall’inizio alla fine come un cerchio che si deve chiudere eppure lascia ancora aperte letture e interpretazioni.

Rosso come i neri d’interpunzione che intervallano e puntellano sequenze e immagini e come il torbido e l’inquietudine che permea le sorti di una famiglia che in dicembre, a Venezia, capitola sotto il peso di un lutto e di uno strano mistero ancora in via di risoluzione: chi è il maniaco assassino? Chi è la nana che sgozza John Baxter? E ancora, che ruolo attribuire alla cieca sensitiva e a sua moglie, che appare e scompare e si confonde in una soglia tra presente e futuro nella mente del protagonista?

Thriller psicologico, melodramma e horror: impossibile catalogare e ascrivere la terza opera di Nicholas Roeg con una formula, impossibile standardizzarla attraverso gabbie stilistiche o tematiche. Impossibile non restare assuefatti e affascinati dalla sperimentazione che il film mette in atto, dai cliché di genere che palesa e rovescia al contempo, dal lavoro di montaggio capace di depistare le indagini del pubblico e dei personaggi, capace di raccontare il linguaggio senza appesantire la fluidità del racconto.

Roeg è stato furbo e geniale ad ambientare e a snodare i fili della sceneggiatura tra le calli veneziane: i ponti, i vicoli e gli anfratti della città si adattano ad arte alla rappresentazione onirica e sono propedeutici a un racconto che lavora sul tempo come anticipazione – il flashforward di John, quando vede la moglie che partecipa al suo funerale – e come ricordo – l’immagine della figlia annegata riecheggia per tutto il film, sublimando il lato parapsicologico della trama e scandendo, attraverso le regole della reiterazione, i ritmi, i ritorni e i rilasci.

Come accennato in precedenza, il montaggio recita qui un ruolo essenziale, non solo perché riesce a farsi specchio visivo delle contraddizioni drammaturgiche – i ruoli di alcuni personaggi e alcuni passi del racconto sono volutamente oscurati – e della confusione mentale di John, ma anche perché esplicita nel modo migliore un caposaldo della grammatica filmica: il montaggio alternato. Nella sequenza in cui John e sua moglie fanno l’amore – molto discussa all’epoca e in parte tagliata nella versione italiana, ma di contro anche riflesso di un’epoca e di una nazione, il film è coprodotto dall’Italia, che in quegli anni vedeva brulicare sul grande schermo i filoni trash e libertino –, l’atto sessuale, così esplicito e così anomalo per le due grandi star che lo interpretano, viene neutralizzato della sua carica erotica per mezzo di un montaggio che frappone, in una sorta di contemporaneità sfalsata, altre immagini dei due che si stanno preparando, in procinto di uscire dall’albergo. Se, da una parte, l’alternanza delle due situazioni stimola l’attesa del desiderio del pubblico, che non vorrebbe privarsi di tali immagini, dall’altra lo vira in una sorta di curiosità autoreferenziale, che tende verso il lirismo metalinguistico.

Donald Sutherland e Julie Christie sono gli interpreti del film: il primo, stralunato, compassato e ironico, incarna senza strappi le vesti di un personaggio difficile, che su carta è sull’orlo di una crisi di ossessioni e di nervi, ma che nella rappresentazione tende all’estraniamento brechtiano; la seconda, più classica e convenzionale, è la perfetta controparte di una recitazione che necessita di contrappunti “borghesi”.

Regia: Nicolas Roeg. Tratto da un libro di: Daphne Du Maurier. Sceneggiatura: Allan Scott, Chris Bryant. Direttore della fotografia: Anthony Richmond. Montaggio: Graeme Clifford. Interpreti principali: Julie Christie, Donald Sutherland, Hilary Mason, Clelia Matania, Massimo Serato, Renato Scarpa. Musica originale: Pino Donaggio. Scenografia: Giovanni Soccol. Costumi: Marit Allen, Andrea Galer. Produzione: Peter Katz, Frederick Muller, Anthony Unger. Origine: Italia / UK, 1973. Durata: 110 minuti. Titolo originale: “Don’t Look Now”.

Articoli e approfondimento: Senses of Cinema
 

ISBN/EAN: 
000

Commenti

IMMENSO DEGRA!

" i ponti, i vicoli e gli anfratti della città si adattano ad arte alla rappresentazione onirica e sono propedeutici a un racconto che lavora sul tempo come anticipazione ? il flashforward di John, quando vede la moglie che partecipa al suo funerale ? e come ricordo ? l?immagine della figlia annegata riecheggia per tutto il film, sublimando il lato parapsicologico della trama e scandendo, attraverso le regole della reiterazione, i ritmi, i ritorni e i rilasci." Su Venezia, direi proprio che le affermazioni sono giuste.

Noto che è tratto da un romanzo della Du Maurier, mi sembra sia l'autrice di Rebecca, la prima moglie, da cui poi Hitchcock trasse il suo celebre film.

Si, il suo primo film americano, se non sbaglio.

locandina+prima pagina!

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