Trama:
L’allevatore di vacche Manuel, ribellatosi al padrone, lo uccide per poi fuggire per il sertão con la sua donna Rosa. Nella fuga si unisce dapprima, per spirito di giustizia, al Santo Sebastião, che si rivela essere un ciarlatano e assassino, per poi allearsi con la stessa devozione al Cangaçeiro Corisco, per il quale commetterà le stesse azioni come aveva dovuto commettere per il Santo. Con l’arrivo del Jagunço Antonio Das Mortes inizia un’altra fuga dei due, questa volta verso il mare.
Introduzione:
Nel 1964 sugli schermi europei arriva Deus e o Diabo na terra do sol.
Film, premiato a Cannes, invitato ai festival di mezza Europa, nonché elogiato in Brasile stesso, è il capolavoro che consolida Glauber Rocha come regista ammirato e stimato. Un successo di critica che durerà il tempo di questa proiezione, considerato manifesto del Cinema del Terzo Mondo e del Cinema Novo di cui il regista diventa portavoce.
Questo è anche l’anno in cui il Brasile vede imporsi un governo militare che durerà fino al 1979 (nello stesso anno G. Rocha partecipa al programma “Abertura”, dove interviene polemicamente su più questioni). Negli anni seguenti si vedrà un attenuarsi della durezza fino al 1982, quando furono indette, dopo 17 anni, le prime elezioni dei governatori dei diversi stati.
Questi fatti sono indubbiamente importanti in quanto spiegano l’utilizzo dell’allegoria da parte di Rocha, per mezzo della quale egli poteva sfuggire alla censura di stato. Riusciva così a portare sullo schermo la reale condizione del popolo brasiliano, argomento considerato “pericoloso” in Brasile.
La lotta per l’affermazione dell’idea del cinema come cibo, nutrimento materiale per i popoli sottosviluppati, sarà lo scopo di tutta una vita, interrotta a Rio de Janeiro poco dopo la presentazione di A Idade da Terra - avvenuta al Festival di Venezia nel 1980 - ultimo enigma prima della caduta del mito di Glauber, se non causata, accelerata delle polemiche che scaturirono tra lui ed i critici.
Il mito è incarnato nelle immagini, la metafora rivoluzionaria è installata, le basi del NUOVO CINEMA sono impiantate.
ll Film:
Deus e o Diabo, passato in Italia col nome di Il dio nero e il diavolo biondo, racconta le avventure sertaneje del vaquero Manuel e la sua donna Rosa. L’incontro dei due con i personaggi mitici di questa terra, il sertão, ci porta alla scoperta di una delle zone più povere del Brasile, e probabilmente per questo una delle più superstiziose. Regge il film una profezia che attraverso le parole di un cantore cieco (chiara referenza a Omero, ma più specificatamente alla tradizione brasiliana del Cordel) fa da leitmotiv della pellicola:
O sertão vai virà mar/il sertão diventerà mare
e o mar vai virà sertão/ e il mare diventerà sertão
Sarà il cantore stesso che farà incontrare/scontrare i nostri protagonisti con i personaggi del Santo, del Cangaço e del Jagunço Antonio Das Mortes (rappresentante atipico della volante o polizia). Premesso questo dettaglio, è chiara l'analogia della pellicola come struttura epica in fieri, dove i protagonisti sono mossi dal racconto e costretti quasi a compiere le loro gesta. Ma ciò che Glauber Rocha ci sta mostrando non sono eroi, non ne hanno le fattezze, ne la forza. Manuel nel suo avvicinamento ai tre “personaggi” sopramenzionati, prende coscienza, anche se non totalmente, che le sue scelte conducono tutte alla più estrema, la morte, destino obbligato in queste terre dimenticate da Dio, o per meglio dire, dove anche Dio si trova a lottare per la sopravvivenza contro il Diavolo. Se non si muore, si uccide per non lasciar morire.
Glauber costruisce i suoi antieroi attraverso storie in cui essere eroi sarebbe alquanto inutile, viste le situazioni contingenti; c’è una sorta di fatalità che li costringe a interrompere le loro reazioni anzitempo e il destino non li fa arrivare comunque a destinazione.
Tutti corrono verso qualcosa che non vuole realizzarsi nella pellicola ma vuole uscirne al di fuori perché il Brasile possa liberarsi dalle sue catene. E il carnevale più triste a cui potete assistere, è la canção più triste che potete ascoltare, sono i film di Glauber, circo, carnevale, comizio politico, scuola di samba, processione.
È una chiesa in mezzo al sertão, la stessa chiesa da cui guardando in lontananza si può intravedere il mare. Ma è Illusione ottica, un desiderio che sfuma nella corsa del vaquero Manuel.
C’è anche da dire che questi personaggi sembrano non essere umani, ma stereotipi, topos, incarnazione di una intera popolazione. Non “soggetti” con una loro psicologia, ma marionette mosse da una presenza superiore. Questo giustifica la preferenza che Glauber dà all’improvvisazione, ad una recitazione teatrale. Non solo ma, oltre che rifarsi al teatro, si riallaccia alla tradizione del Cordel, canto epico nordestino, in cui è facile incontrare tutti i modelli sociali di una tradizione superata (il Cangaçeiro, il Beato, la volante ecc. protagonisti del film) che lui utilizzerà anche in O Dragão da Maldade contra o Santo Guerreiro. Eroi frustrati, il cui fascino impedisce che il popolo brasiliano vi si riconosca.
Ma anche abbandonata la tradizione epica, nell’affrontare temi più attuali, Glauber resta aggrappato ad altri aspetti della tradizione brasiliana, quali quelli mistici e messianici.
Parliamo di un luogo, il Brasile, caratterizzato da un forte sincretismo e dalla facile adorazione di personaggi messianici, il più delle volte ciarlatani.
In tutti i luoghi della terra la religione sempre è stata una sorta di consolazione alla quale il popolo si avvicina per rifugiarsi dai dispiaceri della vita, in quanto sempre viene promesso un luogo ipoteticamente paradisiaco. E questa concezione religiosa la si ritrova più fortemente in quella parte di popolazione in cui il disagio dovuto alla povertà e alle situazioni di vita precaria è più diffuso.
Come negare d'altronde che la religione, essendo promessa di una vita migliore nell’aldilà (visione conformista e conservatrice che, minimizzando per comodità e sintesi il problema, istiga alla rassegnazione), è anche dimostrazione della miseria nella vita reale (la cui presa di coscienza condurrebbe alla lotta rivoluzionaria).
La religione diventa quindi una possibile scelta, viene in aiuto all’oppresso, ed effettivamente questo discorso Glauber lo mostra bene nel suo film Deus e o Diabo, dove il Beato attorno al quale il popolo si raduna (con Manuel e Rosa) si dimostra essere un folle e sta, nella presentazione dei vari personaggi, al pari di Corisco il cangaçeiro (Brigante del sertão) seconda scelta di Manuel e dei Jagunços (sorta di guardacoste del signore, che di solito era un lavoratore con precedenti penali, o un pistolero professionista, che viveva sotto la protezione del Coronel, in cambio di servizi di natura militare) come Antonio Das Mortes, figura che chiude il circolo e incita Manuel alla fuga, o meglio alla corsa verso il raggiungimento del mare.
Questa presentazione, quindi, dimostra che questa presenza è una alternativa di vita, una scelta che si dimostra inefficace come quella di diventare cangaçeiro o jagunço, ma che da comunque speranza a coloro che vi si rifugiano. Ad accrescere questa similitudine tra personaggi, apparentemente così differenti, c’è anche la ripetizione dulla promessa del sertão che diventerà mare, una promessa che si carica di significati religiosi nel suo parallelo con l’eden, e nel suo richiamo alla nostra biblica promessa: “gli ultimi saranno i primi”. Una profezia che Glauber raccolse dai racconti su Antônio Conselheiro (Antonio Vicente Mendes Maciel, detto “O Consilheiro”, leader, agitatore di masse povere. Ricordato come mistico e messianico, nonché debilitato mentale) a cui il Beato Sebastião in parte si ispira.
Il mare, l’acqua, dopotutto in quasi tutte le culture mantiene sempre un significato religioso profondo, identificata come elemento di vita. Da qui l’importanza dell’acqua, una importanza che Glauber espresse in tutti i suoi film. Nei film di Glauber, in realtà, il mare acquista anche un significato di rivoluzione, che sarà uno dei temi a lui cari e a cui farà continuo riferimento anche nei suoi scritti. Infatti se la religione qui assume il significato di credenza, dove credenza significa aspettare che gli eventi si modifichino senza avere la forza di modificarli, essa associata alla corsa verso il mare non è che un’altra allegoria, quella che personifica le forze del Brasile, quella che meglio spiega avvenimenti altrimenti incomprensibili, quella che nasconde i dolori patiti in quei luoghi lontani del Sertão aspettando che le cose migliorino.
Cosi ci dice Glauber stesso:
“E Dio creò il mondo, e il Diavolo il filo spinato; E Dio è il popolo e il diavolo l’usura. Chiedetelo a un cieco del mercato, che canta meglio per soffrire meno, e la chitarra risponderà feroce, parlando di una guerra antica che è cominciata con la rivoluzione degli angeli.” (G. Rocha, “Memoria di Dio e del diavolo nelle terre di Monte Santo e Cocorobò”, in Cinema e cinema n°5, ott./dic., anno I, 1975. Già in G. Rocha, Deus o Diabo na terra do sol, Civilização Brasileira S.A., Rio de Janeiro, 1965).
E’ forse vero che con questo film, Glauber ci ha mostrato la forza della fede in una religione totale, quella che non esclude razze o dei, quella che cerca di consolare una morte né scelta né fatale, ma costretta dalla fame. È così che i personaggi dei suoi film uccidono per non lasciar morire; non fuggono ma accettano il compromesso con la morte, fino alla fine. L’altra faccia di una cultura che si nutre di filosofia è una cultura che non può nutrirsi.
É chiaro, nel suo film non si affrontano problemi estetici, filosofici, linguistici: è il pane che manca, e questa parola è più forte di tutti i discorsi di protesta formulati dalle varie correnti di pensiero europee che attuavano in quel periodo.
Le sue non sono analisi sul problema, i suoi film non sono strutture del Capitale di Marx. Sono dati di fatto; sono Ulisse e le sue esperienze per la Grecia; sono la faccia del Brasile, la sua vergogna di dire “ho fame”.
Regia: Glauber Rocha. Soggetto: Glauber Rocha. Sceneggiatura: Glauber Rocha. Direttore della fotografia: Valdemar Lima. Montaggio: Lùcia Erita. Interpreti principali: Geraldo del Rey, Yonà Magalhães, Maurìcio Do Valle, Othon Bastos, Lìdio Silva, Sônia Dos Humildes, Antonio Pinto. Musica originale: Heitor Villa-Lobos, Sergio Ricardo, Glauber Rocha (testi). Scenografia: Paulo Gil Soares. Costumi: Paulo Gil Soares. Produzione: Luis Augusto Mendez. Origine: Brasile, 1964. Durata: 125 minuti.
Daniela Stara.
Commenti
Amices!
Segnalo il secondo recupero della rediviva (finalmente!) Daniela.
Sempre il suo Glauber Rocha.
Daniela: il titolo va scritto in minuscolo. Il sistema lo passa, di default, in maiuscoletto. Lo standard è questo:
Rocha Glauber - Titolo
i tag te li ho inseriti io;)
(servono per indicizzare per bene l'opera qui:
http://www.lankelot.eu/index.php?archivione=1
quindi: basilari, per le recensioni dei film:
cinema, nome cognome regista, titolo opera, interpreti principali, parole chiave varie;)
bentornata!
"Questi fatti sono indubbiamente importanti in quanto spiegano l?utilizzo dell?allegoria da parte di Rocha, per mezzo della quale egli poteva sfuggire alla censura di stato. Riusciva così a portare sullo schermo la reale condizione del popolo brasiliano, argomento considerato ?pericoloso? in Brasile."
> E' una forma di dissimulazione onesta. Alla Accetto...
notevole.
"E? forse vero che con questo film, Glauber ci ha mostrato la forza della fede in una religione totale, quella che non esclude razze o dei, quella che cerca di consolare una morte né scelta né fatale, ma costretta dalla fame. È così che i personaggi dei suoi film uccidono per non lasciar morire; non fuggono ma accettano il compromesso con la morte, fino alla fine. L?altra faccia di una cultura che si nutre di filosofia è una cultura che non può nutrirsi."
> Ho in memoria da anni i suoi film, grazie ai suoi scritti, e mi hai appena ricordato che devo colmare la lacuna. Il taglio dell'articolo è intelligente e incisivo - rimane l'impressione di una visione necessaria.
Grazie franchi, mi fa piacere che abbia letto gli articoli con interesse, Glauber è un mondo affascinante e sembra che finalmente riappaia in scena, non so se sapete che molti dei sui film sono usciti in forma restaurata, l'ultimo A Idade da Terra é stato presentato a Venezia quest'anno, anche se l'ultimo giorno a fine sessione! Lavoro con Glauber da sette lunghi anni, la famiglia ha avuto i finanziamenti per il recupero dei film e dei libri e giá sono sti ristampati 3 libri suoi. Credo che Deus e o Diabo é una visione necessaria, é giá un pezzo di storia del cinema, e italia lo sa bene, avendo ospitato questo regista in esilio per tanti anni! sto revisando gli altri articoli, oggi li metto nel blog...grazie per avermi riaccetato fra di voi, eh!
Adesso mi abituo un po' al format del blog...
Domenticavo, cerco il libro di Lupi, grazie per la segnalazione!!!
5. Ti aiuto:
www.lankelot.eu/index.php/2007/04/24/gordiano-lupi-un-artista-postmoderno/
parti da qua
4. Grazie per tutte queste integrazioni e informazioni.
Aspettiamo gli altri articoli, quando vuoi. A tua disposizione per consigli sull'adattamento dei pezzi al format.
Ave!
"dell?allegoria da parte di Rocha, per mezzo della quale egli poteva sfuggire alla censura di stato"
...una cosa che mi ha sempre stupito. Come riuscissero a parlare ugualmente senza che i geni al governo se ne accorgessero. Mi viene in mente Jiri Trnka e tutto diventa ancora meno plausibile ma reale.
"Tutti corrono verso qualcosa che non vuole realizzarsi nella pellicola ma vuole uscirne al di fuori perché il Brasile possa liberarsi dalle sue catene"
molto affascinante.
"In tutti i luoghi della terra la religione sempre è stata una sorta di consolazione alla quale il popolo si avvicina per rifugiarsi dai dispiaceri della vita, in quanto sempre viene promesso un luogo ipoteticamente paradisiaco"
buttala via... :)