LA TRAMA
Ci troviamo nell’entroterra napoletano. Gaetano (Massimo Troisi) è un giovane e timido napoletano, appartenente ad una famiglia di stampo troppo tradizionale. Stanco della vita che ha condotto nella città natale, ha deciso di ricominciare da zero, anzi da tre, dal momento che un paio di cose che meritano di essere salvate le ha già fatte ed una sera comunica al suo amico Raffaele (Lello Arena) la sua scelta di trasferirsi a Firenze, presso una zia, in cerca di nuove esperienze.
Sull’autostrada ottiene un passaggio da un automobilista schizofrenico (Michele Mirabella) in preda ad istinti suicidi, che riesce però dopo alcune preoccupazioni ad accompagnare in una casa di cura. Qui conosce Marta (Fiorenza Marcheggiani), un medico emancipato e dai modi sbrigativi, che ritrova poi per caso nel capoluogo toscano e che inizia a frequentare. Alla fine, dopo aver fatto breccia nel cuore di Marta ed aver scoperto una sua relazione con un giovane adolescente, incapace di sopportare la sua gelosia, torna a Napoli. Ma lì, in occasione del matrimonio della sorella, si rende conto che il passato non gli appartiene più e decide di tornare definitivamente da Marta, dalla quale accetterà anche un figlio di cui non è certo di essere il padre.
ANALISI FILMICA
Ricomincio da tre è il film che ha segnato l’esordio di Massimo Troisi come autore, attore e soprattutto come regista cinematografico, e lo consacra ufficialmente attore comico della nuova generazione degli anni ‘80. Ormai abituati da parecchi anni al peggio, rassegnati ai prodotti scadenti, inutili e stupidi che trionfano ai botteghini, l’uscita di un film dignitoso e onesto come Ricomincio da tre ha fatto subito gridare al capolavoro. Il film riscosse subito un enorme successo di pubblico e successivamente anche di critica, sia per la sua scorrevolezza che per la comicità e la simpatia dei personaggi: il segreto del suo successo è stato di lavorare molto su un tipo di comicità delicata e melanconica rispetto alle volgari commediole che imperversavano nel cinema italiano degli anni ‘70.
In Ricomincio da tre non c’è nessuna traccia di oleografia del napoletano tutto famiglia, pizza, mandolini e felicità solare. Troisi opera invece uno smantellamento di questi tratti convenzionali. La Napoli di Troisi è piuttosto un luogo mentale, una città invisibile che negli esterni si traduce in uno scenario oscuro: il film si apre con una scena girata a Villa Vannucchi, una villa settecentesca abbandonata scelta come set introduttivo e in cui alberga ancora puntellato il ricordo del terremoto; un fatiscente scenario che ci fa capire quanto importante sia per Troisi la scelta di luoghi semplici o addirittura scarni e poveri per poter meglio ambientare il suo ‘cosa’, ‘come’ e ‘dove’ dire; probabilmente voleva presentare e rappresentare la decadenza della Napoli post-terremoto anni Ottanta, con edifici ancora in piedi perché sorretti da squallide impalcature e che non si sa se mai saranno rimesse a nuovo, o, più ironicamente, voleva sublimare gli eventi in uno sfondo quasi da cartolina nella scena del matrimonio della sorella, durante il dialogo col parroco esattamente sulla terrazza del ristorante: questa risulta essere l’unica scena del film dove Napoli come panorama appare solo una volta, e sta a denotare in senso lato l’abbraccio d’addio che il nostro protagonista dà alla città che sta lasciando definitivamente, in quanto non si sente più adeguato a quel tipo di realtà. Invece Napoli come interno è tutta presente nel risveglio mattutino della famiglia di Gaetano, riunita a discutere della sua partenza, tutti in tenuta da letto, sorseggiando una tazzina di caffè; è la centralità della famiglia, numerosa, ingombrante, chiacchierona, avvolgente, soffocante.
Napoli non è solo una città, ma costituisce anche un corpus di comportamenti non rassicuranti e obsoleti, che ritroviamo ad esempio nel personaggio di Raffaele, l’amico appiccicoso e inopportuno di Gaetano, un napoletano estroverso, tradizionale, (interpretato per l’occasione da Lello Arena), che continua con non curanza ad adagiarsi in un atteggiamento parassitario e vittimista, incapace di decidere da sé, che preferisce vivere a rimorchio diventando così un peso difficile di cui liberarsi; e anche nel personaggio del padre di Gaetano, con la sua caparbia e ostinata rinuncia ad accettare la mutilazione subita alla mano e la sua solida fede nella Madonna, che nessuna delusione potrà mai far crollare; comportamenti, questi, che materializzeranno i fantasmi che spingeranno il giovane Gaetano-Troisi a fuggire, più per istinto che per rifiuto.
Il rifiuto dei cliché, dei cosiddetti luoghi comuni relativi alla napoletanità, si esprime in maniera implicita anche attraverso l’uso del dialetto, della mimica e della gestualità, che risultano essere gli aspetti primari e assolutamente inscindibili di tutta la recitazione di Troisi. Infatti uno degli aspetti che maggiormente colpì di questo film fu, appunto, l’uso del dialetto: la parlata di Troisi attirava immediatamente l’attenzione in quanto, nel panorama del cinema a diffusione nazionale, gli elementi dialettali venivano proposti con intransigenza ed estremismo. Il dialetto di Troisi-Gaetano è molto colorito e caratteristico per i toni, i modi di dire, la spiccata personalità e l’inconfondibile tremolio della voce: è come ripiegato su se stesso, la sua cifra stilistica non è l’eccesso di volume e l’esagitazione, ma i mezzi toni che attenuano la naturale estroversione propria del dialetto. Il dialetto napoletano, considerato e quasi definito una vera e propria ‘lingua’, caratterizza un’appartenenza storico-geografica fondamentale per la poetica e l’espressività dei suoi film e quindi, utilizzato come materia di espressione, come veicolo a cui non possiamo sottrarci per giungere alla comprensione degli strati più profondi del ritratto di Napoli che ben conosciamo.
Questo film, più che un racconto lineare, è un condensato di situazioni; non è una storia strutturata nel senso classico, ma un agglomerato di spunti felici di chiara matrice teatrale: gli attori impostano un tipo di recitazione piuttosto teatrale e tra loro spicca, ovviamente, Troisi che, con una grossa mimica gestuale e verbale e con un linguaggio estremamente onomatopeico, si trova, nella prima scena che apre il film, nel cortile della villa, mentre racconta agli amici di come sia difficile ‘andare in guerra mentre si dorme’. Mentre Gaetano è lì che spiega, tutto è incentrato su di lui e sulla sua figura: il quadro è oscurato, squarciato dalla sola luce del suo corpo contrapposto ad una normale campo medio di quando vengono, invece, inquadrati gli altri personaggi.
La recitazione di Troisi dunque risulta essere molto più intensa che sul palcoscenico anche negli energici strattoni che Gaetano dà a Raffaele, le sue mani che gesticolano, prendono i polsi dell’amico, minacciano uno schiaffo, mentre si sfiora la faccia, toccano il giubbotto staccandoselo dal corpo, si appoggiano al braccio del vicino. La gestualità più espressiva, divertente e simpatica la ritroviamo nella scena dello spogliarello di Gaetano, prima che Marta lo raggiunga nel letto, dove lo vediamo annusare l’aria della stanza per assicurarsi che le scarpe appena tolte non lasciassero un ricordo troppo profumato. Alla fine di questa sequenza c’è un sorrisetto di compiacimento di Gaetano-Troisi che ci ricorda molto da vicino l’espressione di Totò: Troisi come attore è, forse, l’unico vero erede di Eduardo De Filippo per certi versi (la gestualità ed il linguaggio) e di Totò per certi altri (la mimica e la comicità).
In effetti, Ricomincio da tre è un film che, sin dalle prime battute, chiarisce lo spirito di continuare ed evolvere al tempo stesso il teatro di Eduardo. Troisi si avvale di un tipo di recitazione molto spontanea, un po’ copiato dall’uomo qualunque, quello che si può incontrare tutti i giorni per le strade di Napoli.
Il ritmo della narrazione sembra identificarsi e plasmarsi con il ritmo biologico del personaggio, ed è proprio il protagonista che viene a costituirsi come trama narrativa, in un ribaltamento che non ingloba il personaggio all’interno di un mondo possibile, ma modella il mondo possibile in relazione ai gesti, alle manie, ai tic, ai progetti e alle paure del personaggio stesso. La conseguenza di ciò è che da un lato ci troviamo di fronte ad un contesto ambientale scarno, scarsamente definito, sia quando la vicenda si svolge a Napoli sia quando successivamente l’azione si trasferisce a Firenze, dall’altro invece una struttura discorsiva del tutto altalenante e frammentaria, che diventa specchio delle indecisioni, delle titubanze e dei tentennamenti del personaggio che si ingorga in estenuanti monologhi in cui il discorso principale si interrompe di continuo per lasciar spazio ad imprevisti punti di fuga e a cambiamenti repentini, ad una prosa logorroica, costellata di pause di riflessione e continue digressioni, e la sua abitudine a costruire scatole cinesi verbali. Il linguaggio usato è, infatti, esattamente quello utilizzato dai napoletani, su cui, naturalmente, Troisi lavora, esalta, enfatizza, impasta. Le pause, i ritmi spezzati, le frasi monche e strascicate, le parole prive delle finali, sono tutti elementi tipici del dialetto napoletano. E infatti la maggiore prerogativa comica di Massimo Troisi risiede nel discorso, a livello dell’enunciazione, in cui il dialetto svolge ancora un ruolo importante: “… la periodica interruzione del discorso quotidiano, comune. Un modo di dire, un giudizio abituale, quasi automatico, viene contestato, spezzato da un motto di spirito, o da un interrogativo, da qualcosa che rompe la complicità su cui si fondava quell’espressione e la falla così aperta viene utilizzata per costruire un micro universo narrativo, sottratto alla logica comune e governato invece dalle stesse leggi che avevano fatto scaturire la prima battuta o il primo interrogativo”1.(L. Quaresima, Il ritardo è scusato:la comicità interiore di Massimo Troisi, “Pace e Guerra” n.17, 1983, p. 25).
Alcuni episodi divertenti in Ricomincio da tre possiamo trovarli nella scena in cui Gaetano-Troisi, con un linguaggio scanzonato, fantasioso, quasi al punto di diventare irriverente, discorre di San Francesco e della sua facoltà di parlare con gli animali, ribaltando il tutto in una esilarante ribellione degli uccelli che non vogliono più saperne della petulanza del santo; oppure nella scena in cui, dall’associazione del tradimento con Giuda, spuntano impensabili e imprevedibili motivazioni che giustificano la condotta dell’apostolo fedifrago. Piuttosto irriverente, quindi, Massimo Troisi: religioso ma al tempo stesso ironico nei confronti della religione. In effetti, il bersaglio che Troisi vuole colpire non è la religione in quanto tale, ma ancora una volta il napoletano che, accecato dal fanatismo religioso, crede ancora che con una candela accesa ad un santo si possa ottenere qualcosa, i cosiddetti miracoli: il padre di Gaetano, infatti, non ha una mano e si prodiga in preghiere e richieste alla Madonna sperando che il miracolo prima o poi avvenga. L’ironia religiosa è molto presente nei film di Troisi, in questo c’è anche la squisita digressione che Gaetano e Raffaele fanno, in chiusura della prima scena, sull’esistenza di diversi tipi di miracoli, costellata da tutta una serie di gesti, di mani e volti votati al cielo e di inchini. Troisi è in grado di fare una disquisizione ed un parabolico giro di parole anche su un argomento di una semplicità estrema.
In questo film riveste molta importanza non solo il logorroico e impastato fluire di parole, ma anche l’uso del non detto, del ‘sottaciuto’: c’è, infatti, un nuovo modo di esprimersi in rapporto al nuovo modo di sentirsi e di essere. La gestualità del viso e del corpo è vista come espressione anche concettuale, ‘significazione altra’, diversa e a tratti rafforzativa di quella verbale. La voce più importante in certe scene diventa la voce del pensiero. In questo film sono veramente enormi le potenzialità del linguaggio, verbale e non, usato da Troisi: tanto da consentirgli di incentrare e costruire l’intera struttura del film sul personaggio principale. Il personaggio di Gaetano risulta essere davvero centrale. Il protagonista esprime la condizione generale di un giovane degli anni ‘80 in una realtà particolare, quella della Napoli del dopo terremoto e in un momento storico in cui le donne rivendicano la propria affermazione sociale mettendo in crisi l’identità maschile. Al giovane Gaetano, che da Napoli giunge a Firenze in cerca di nuove esperienze, tutti domandano se anche lui è un emigrante, in riguardo ad una tradizione socio-culturale che vuole i giovani del sud continuamente in cerca di lavoro nelle città del nord Italia. Gaetano cerca più volte di distruggere il luogo comune che vede il napoletano come emigrante e a questa domanda ogni volta replica che anche un napoletano ha il diritto e il piacere di viaggiare per vedere, per conoscere, oppure solo semplicemente per entrare in contatto con una realtà diversa. All’inizio è la madre che non crede che il figlio voglia emigrare, proprio ora che stanno per cambiare casa, ma Gaetano si ribella: vuole viaggiare, vuole conoscere, basta con lo stereotipo d’origine del meridionale o meglio in questo caso del napoletano emigrante e con le valigie di cartone – le partenze non evocano solo nostalgie e rimpianti, ma anche desiderio di avventura e di esperienza. E questa gag dell’emigrante accompagnerà Gaetano-Troisi per tutto il suo percorso verso Firenze, a partire dall’automobilista schizofrenico con manie suicide da cui Gaetano accetta un passaggio; poi, in città, quando accompagna il suo amico Frankie, un missionario protestante, a far visita all’anziana madre di Robertino, si sente ripetere se è emigrante, e lui non indugia a spiegare che un lavoro a Napoli ce l’aveva, ed è partito solo per viaggiare e conoscere; successivamente, nella scena della tavolata, è lui stesso che si precipita a rispondere non emigrante prima che gli venga fatta la domanda; ed infine, quando il medico dell’ospedale in cui Raffaele è stato ricoverato per la caduta da bicicletta associa il napoletano all’emigrante, sotto quest’ultima provocazione Gaetano decide di non opporsi, e dopo una breve esitazione e con voce sommessa, ammette di esserlo pronunciando un sì liberatorio.
Inoltre non mancano, in questo film, tratti stereotipici: del resto è facile che un napoletano che qui, come Gaetano, si trova fuori dalla sua terra, perda freschezza e ripieghi su dei topoi impiegandoli come l’unica ancora di salvezza per non lasciar sfuggire Napoli dalla sua memoria. Quando Gaetano parte per Firenze porta con sé un enorme bagaglio fatto di espressioni, gesti, credenze, abitudini, rassegnazioni, ritrosie, vezzi, fantasie espedienti, illusioni, che è appunto la ‘napoletanità’, la sua cultura: pur essendo il suo un gesto di distacco, un tentativo di fuga, tutto tende a richiamarlo, a reinserirlo, a riportarlo a quel dato di origine; ad esempio, il banco di prova è costituito dall’incontro con Marta, la giovane infermiera, con cui Gaetano avrà una relazione stabile soprattutto grazie all’intraprendenza di lei; l’elemento disturbatore, che cerca di riportare Gaetano all’origine, è rappresentato dall’amico Raffaele, il quale da Napoli lo va a trovare a Firenze, assediandolo con i vizi e i vezzi di sempre. E non è esente nemmeno un po’ di ‘napoletanismo’, per un’atavica convinzione di una Napoli che pensa che la catastrofe sia la normalità e che per qualsiasi cosa bisogna ringraziare, e soprattutto, ‘ingraziarsi’ qualcuno, che sia il santo o l’onorevole di turno, non fa differenza. Gaetano si ribella al sempre uguale e al sempre più negativo scorrere della vita: si percepisce molta ribellione nei confronti della rassegnazione del napoletano, ma questa ribellione è viziata da un solo grosso difetto: l’incapacità del napoletano di abbandonare e di cambiare i propri modelli. Il personaggio di Raffaele, invece, rimane attaccato molto di più agli stereotipi ed ai luoghi comuni: è il napoletano che tocca tutto, che si fa sempre riconoscere, che assume un ruolo vampiresco verso l’amico che tanto ammira e che vorrebbe emulare, ma senza riuscirci. Infatti il ‘tipico’ napoletano, in questo primo film di Troisi, è molto parodizzato: c’è Raffaele che tocca tutto in casa di Marta, e Gaetano lo rimprovera: “ … Rafe’… nun tucca’, è robb’ ‘e chell’ … c’avimm’ semp fa’ conoscere … ”. Il viaggio intrapreso da Gaetano ha un duplice percorso: “Quello evidente esterno che lo porta lontano da Napoli, che è anche un percorso di crescita, di conoscenza … E quello più interno nell’anima della città, nella sua psicologia complessa che sdrammatizza i cataclismi e drammatizza i piccoli fatti della vita quotidiana. Che è nello stesso tempo estroversa e plateale, introversa e malinconica”2. (M. Hochkofler, [a cura di], Comico per amore, Marsilio Editori, Venezia, 1998, p. 78).
L’intento di Troisi è soprattutto quello di ribaltare, stravolgere i luoghi comuni: dunque, nuove figure di napoletani, ma anche di donne: infatti, tornando al suo rapporto con Marta, i ruoli sono rovesciati del tutto; con le nuove convenzioni è lei che conduce il gioco e lui non sa mai come adeguarsi.
La novità molto interessante in questo primo film di Massimo Troisi è il ribaltamento del rapporto uomo forte-donna debole e sottomessa: Gaetano è un timido esponente della gioventù anni ‘80 che ha a che fare con gli effetti del femminismo. Nel rapporto di coppia inizia una sorta di impacciato apprendistato condotto dalla giovane ragazza Marta, che lo porta a liberarsi dell’ultimo tabù, quello della gelosia: emblematico il dolore di Gaetano quando Marta gli dice di essere stata con un altro. La sua insicurezza di piccolo borghese si riflette anche nel rapporto amoroso, dove è Marta che ha le idee chiare in quanto donna che lavora, e che vive con maggiore determinazione.
È lei che nel film impersona la cultura, è lei che fa scoprire a Gaetano che la frase dettagli dall’amico Raffele e spacciata come farina del suo sacco in realtà è di Montagne: “Chi parte sa da cosa fugge ma non sa che cosa cerca”. Massimo Troisi concepisce la donna in una maniera un po’ diversa, con un ruolo ben definito nella società, così combattiva e motivata al punto da spaventare l’uomo che le è accanto. Sembrerebbe che a Troisi interessi molto questo scambio di vedute; di certo tira aria di nuovo e, da questo film in avanti, le donne ‘forti’ saranno presenti in quasi tutti i suoi film.
Nonostante il senso del pensiero troisiano sia quello di rovesciare tutti i vecchi cliché della napoletanità, la famiglia per Massimo Troisi conserva sempre un fascino particolare ed un posto di grande rilievo nei suoi film. Anche per lui, come per ogni meridionale che si rispetti la famiglia rimane sempre un rifugio in cui rintanarsi in alcuni momenti, salvo poi scapparne delusi in altri.
In Ricomincio da tre la famiglia presentata da Troisi è molto simile a quella di Scusate il ritardo, forse solo un po’ meno presente ed impicciona. La struttura è questa: una madre, un fratello maggiore, una sorella ed un padre, talvolta sostituito da Lello Arena, l’amico di famiglia insopportabile e invadente.
Un altro appunto su questo film potrebbe essere fatto sul concetto di morte, che viene spiegato da Don Ciro a Gaetano sul terrazzo del ristorante dove stanno festeggiando il matrimonio della sorella (Cloris Brosca). Il prete dice: “…la morte deve essere accettata da ogni buon cristiano come dono divino….”. Forse Troisi ne aveva paura per la grave malattia cardiaca di cui soffriva sin dall’adolescenza, e per questo la esorcizzava nei suoi film.
Dunque, il film ha il pregio di affrontare i problemi di tutti, oltre a quelli sopra citati come l’amicizia, l’amore, la gelosia, i rapporti genitori-figli e la morte c’è anche la malattia, intesa coma malattia mentale. È proprio il difficile equilibrio psichico quello più sottolineato, è il disagio di fronte a una società che condiziona pesantemente: il protagonista Gaetano-Troisi riflette e testimonia il disagio e il malessere collettivo, sia perché lo impersona, sia perché lo fa coagulare intorno a sé: un esempio è dato subito da Michele Mirabella, nei panni dell’automobilista che vorrebbe simulare un suicidio sull’autostrada; quindi, dal personaggio interpretato da Marco Messeri, incontrato al Centro di igiene mentale, che vorrebbe essere chiunque tranne se stesso; da Robertino, sopraffatto dall’autorità della madre, fino al padre di Gaetano, che, assecondato dal prete, si ostina a colloquiare con la Madonna affinché con un miracolo gli faccia ricrescere la mano. In un mondo in cui la parola è malata, in quanto tutti si esprimono per mezzo di frasi fatte, le battute di Troisi suscitano un esilarante e fulminante effetto comico, che capovolge i luoghi comuni e scoraggia le attese degli interlocutori. Quindi, Gaetano è un eroe del proprio tempo, in cui è facile potersi riconoscere; e nonostante un uso smodato e intransigente del dialetto, egli non rappresenta una realtà esclusivamente napoletana, ma va esprimendo anche la condizione in cui si trova a vivere tutta una generazione.
ANALISI TECNICA
Ricomincio da tre, oltre a segnare una tappa fondamentale nella carriera di Massimo Troisi, è diventato una pietra miliare nella storia della comicità napoletana: la vecchia figura del napoletano erede della commedia dell’arte lascia il posto ad un nuovo comico ironico, tormentato, e vittima della nevrosi tipica della vita cittadina. Troisi, sia come regista che come uomo, era un tipo piuttosto pigro; le critiche più feroci sono sempre state imputate a questa sua debolezza, che lasciava nei suoi film tracce di incompiutezza. Lui rispondeva a queste critiche dicendo di non essere all’altezza di fare il regista, e spesso ripeteva: “… il cinema non è la cosa più importante della mia vita… sono un pigro… di una pigrizia estrema”. Invece, questo senso di non finito, non pieno, era proprio uno dei punti chiave della sua arte. Queste sensazioni si concretizzano in questo film in un’espressione che procede per frammenti, per soprassalti improvvisi, che alterna pieni e vuoti. Nella narrazione del film il personaggio ora è acceso, ora è spento, stanco e depresso.
La critica, pur apprezzando il contenuto del film e del suo messaggio, ha comunque evidenziato le lacune tecniche di questa pellicola. Certo è che, come dicevamo, l’insufficienza registica, la povertà della messa in scena, ma soprattutto la fissità della macchina da presa sono piuttosto evidenti nell’opera prima di Troisi, nonostante i camuffamenti con la comicità portante del film.
In questo film, più che nei seguenti film, notiamo la sua scarsa padronanza del mezzo cinematografico: la macchina da presa segue i personaggi quasi con casualità e Troisi annaspa in una regia ancora acerba nell’orchestrare le tappe del percorso narrativo. Inoltre, “la stessa natura della comicità dell’attore, basata quasi esclusivamente su meccanismi verbali piuttosto che su gag visive, denuncia un approccio al cinema impressionistico e poco consapevole delle potenzialità espressive del racconto per immagini. La scansione degli avvenimenti, l’organizzazione degli spazi e l’elementarità del montaggio, rimandano in maniera evidente al linguaggio televisivo, mentre il lungo tirocinio teatrale si evidenzia soprattutto nel veicolare il racconto attraverso la parola, in uno spazio scenico circoscritto, facendo addirittura ricorso ad una forma espressiva quantomeno inusuale per il cinema quale il monologo”3. (L. Boscaino, Ricomincio da tre, in F. Chiacchieri, D.Salvi, [a cura di], Massimo Troisi: il comico dei sentimenti, Stefano Sorbini Editore, 1996, p. 49).
Il film possiede un discreto ritmo narrativo e la storia è un susseguirsi ed evolversi di situazioni; peccato non si possa dire la stessa cosa per i movimenti di macchina che non sono molto frequenti, vista la regia di chiara matrice teatrale, e per la inquadrature, in quanto la macchina da presa mantiene un punto di vista sempre piuttosto fisso. Nella prima scena del film, quando gli attori iniziano ad allontanarsi, nelle inquadrature si passa dal primo piano al piano americano e si arriva alla figura intera; sono loro, infatti, che si allontanano e si spostano all’interno del quadro, la macchina è lì ferma che non accenna minimamente a seguirli. Viceversa la macchina da presa gioca moltissimo sui primi piani di Troisi, si diverte ad indagare i suoi stati d’animo attraverso le sue espressioni, e costituisce un’auto-introspezione, visto che Troisi è il regista di se stesso. L’esempio più emblematico lo abbiamo nelle scene del film, quando Gaetano, dopo aver appreso da Marta la sua breve relazione con un’ altra persona durante la sua assenza da Firenze, essendo a Napoli al matrimonio della sorella, si chiude in bagno ed inizia a colloquiare con se stesso riflesso nello specchio, in un’alternanza di inquadrature in primo piano. Le inquadrature sono fatte quasi sempre in prospetto, ma spesso anche dall’alto, per esempio quando Gaetano dovrebbe andare a fare una gita in pullman in un’abbazia con un gruppo di anziani e con il suo amico Frankie che lo ospiterà nella sua camera. Ci sono in questa parte più centrale del film moltissimi primi piani, parecchi piani americani e diverse figure intere. C’è una carrellata rotatoria fatta molto bene quando i nostri due personaggi si trovano in camera di Frankie: é molto morbida e descrittiva dell’ambiente circostante. Le inquadrature di dettagli in primissimo piano, indispensabili per rafforzare un concetto raccontato, risultano essere numerose: un telefono che squilla, un giradischi che suona, un cartello che dice: ‘centro di igiene mentale’, dove l’ignaro Gaetano conduce lo schizoide automobilista (Michele Mirabella) da cui ha ricevuto un passaggio.
Vorrei spezzare una lancia in favore di Troisi regista: la macchina da presa è davvero sempre ferma, fissa e immobile ma l’inquadratura, altrettanto ferma, è importante non soltanto per quello che si vede nel quadro, ma anche per quello che non si vede, che è off, che è lasciato all’immaginazione; inoltre anche le sequenze che cinematograficamente sembrano essere più deboli vengono risolte sulla spinta della sua verve istrionica, grazie alla quale si finisce col perdonare a Troisi qualche lunghissima inquadratura con la macchina da presa fissa sul personaggio che si esibisce. Malgrado i diversi difetti tecnici del film, Ricomincio da tre rimane un film vincente, soprattutto per quella sua semplicità intrinseca, quell’immediatezza all’approccio cinematografico, quella dirompente carica comica: “ … ciò che rende questo film godibile e intelligente al tempo stesso, non è tanto quel ‘che’ quanto nel ‘come’ del racconto; il quale … trova la propria grazia, … nella felicità dei dialoghi sempre accattivanti, talora graffianti, a tratti irresistibilmente divertenti, e nella vivacità di un’interpretazione che sa passare dall’autoironia alla satira, dalla cupa introversione al distaccato sguardo critico … il film è più un condensato di situazioni che un racconto lineare … E gli stessi dialoghi, più che costituire un ‘testo’ sembrano puntare alla valorizzazione della … battuta”4, che non risulta splendida in sé ma è l’interpretazione a vivacizzarla. (L. Micciché, “Ricomincio da tre” di Massimo Troisi, “Cinemasessanta”, n. 139, maggio-giugno, 1981, pp. 61-62).
Proseguendo l’analisi tecnica del film, passiamo al montaggio. Per Troisi fare il montaggio era una tortura come “… pulire il pesce, cioè una cosa che uno si scoccia di fare”. Così disse, infatti, in un’intervista, lui che amava scherzare. Spesso esagerava nelle dichiarazioni, come in questo caso, perché Troisi, anzi, assisteva e collaborava con i montatori alla moviola in modo molto attento, preciso e meticoloso. In Ricomincio da tre il tipo di montaggio, di inquadrature e di altre tecniche è molto più influenzato dal teatro che non dal cinema, risentendo troppo dei retaggi estetici di Troisi; sembra quasi teatro in trasposizione cinematografica. Sarà, infatti, solo negli ultimissimi film che inizierà a vedersi un cambiamento nell’uso di certe tecniche prettamente cinematografiche. Il montaggio è ben poco articolato, anche se abbastanza lineare. Lo stesso Troisi afferma d’aver dovuto lavorare poco per il montaggio, in quanto il materiale del film era già quasi tutto montato. La fotografia, arte da cui deriva il cinema che è essenzialmente fotografia in movimento, è sempre piuttosto luminosa, conferisce uno stile naturale a questo film, senza dare idea di artificiosità o rarefazione. L’illuminazione di questo film è discreta e rassicurante; rafforzando il lavoro della fotografia, contribuisce alla luminosità del film: crea giochi di luce, situazioni buie o solari che passano da funzioni semplici a creative, virtuosismi tecnici che danno luogo ad un senso, ad un’operazione significativa. Poi Troisi-regista, per questo film, ha scelto con cura il décor, le scene, gli interni, i raccordi, la scelta dei piani, le entrate e le uscite. Le scene degli interni girate con la famiglia sono piuttosto disadorne, cosa che invece non c’è nelle scene girate a casa di Marta, dove i colori del mobilio, l’ambientazione ed i toni dell’intero quadro sono diversi. Gli esterni del film sono in minoranza rispetto agli interni, che sono quasi tutti ambientati in casa di Marta. Anche la musica assume un ruolo predominante, si riconosce subito la chitarra di Pino Daniele che più che suonare sottolinea ed ammicca a quello che Troisi vuole raccontare nel film, enfatizzando gli stati d’animo. Il tutto nasce da una collaborazione dilatata, perché Troisi trova le canzoni e le musiche di Pino Daniele molto integrate con – o almeno vicine a – quel che racconta.
Un’altra caratteristica importante che salta fuori da questo film, come in tutti quelli di Massimo Troisi, è quel senso di ‘familiarità’ che rende la sua opera uno speciale approdo nei momenti di tristezza ed un antidoto contro le delusioni, i sensi di vuoto e la solitudine del quotidiano. Massimo Troisi autore, sceneggiatore e regista ha riversato in questo film un pizzico di introspezione: c’è sicuramente molto di proiettivo di sé e della sua vita in tutto ciò che ha scritto e rappresentato; in questo film egli ha sentito veramente l’esigenza viscerale di raccontare qualcosa di sé e della propria vita, a partire dal personaggio di Raffaele, ispirato alla vera indole dei napoletani (come dice Lello Arena, forse proprio a me) fino a giungere ad un tipo diverso di napoletano che corrispondeva ad un suo bisogno di quel momento.
In conclusione Troisi è un attore ed un regista nuovo, lontano dai vecchi cliché che sanno troppo di pizza, di mandolino, di sole e di cartolina con veduta del Vesuvio. Tutte queste sono cose bellissime,fantastiche senz’altro, ma è ormai giunta l’ora di smetterle di usarle per compiangerci e per cucirci addosso un vestito che sa di stantio. Tutto questo Troisi l’ha ben compreso e l’ha messo in pratica con Ricomincio da tre,in cui ha mutuato la comicità dei grandi del passato, arricchendola di elementi innovativi e di regole più facilmente scomponibili e classificabili nel nostro tempo. Il ricordo di Massimo Troisi attore e regista rimarrà per sempre legato a questo film.
Regia: Massimo Troisi.
Soggetto: Massimo Troisi.
Sceneggiatura: Massimo Troisi e Anna Pavignano.
Direttore della fotografia: Sergio D’Offizi.
Montaggio: Antonio Siciliano.
Interpreti principali: Massimo Troisi, Lello Arena, Fiorenza Marcheggiani.
Musica originale: Pino Daniele.
Scene e Costumi: Graziella Pera.
Produzione: Fulvio Lucidano e Mauro Berardi per la International Italian Film e la Factory Cinematografica.
Origine: Italia, 1981.
Durata: 110minuti.
Commenti
Ciao Salvatore, bentornato!
Ho adattato il titolo al format (Cognome Nome - Titolo dell'Opera;
ho separato i tag con la virgola e ho inserito qualche voce in più.
Ti piace il nuovo sistema?
(a breve vengo a rileggere il pezzo!)
La tua scheda è andata automaticamente on line, assieme alla pubblicazione del primo articolo:
http://www.lankelot.eu/?biografia=567
ora sarà sempre visibile nello staff!
"comicità delicata e melanconica"
> mi sembra una definizione molto indovinata, assieme all'analisi del contesto e del particolare periodo...
"Il dialetto di Troisi-Gaetano è molto colorito e caratteristico per i toni, i modi di dire, la spiccata personalità e l?inconfondibile tremolio della voce: è come ripiegato su se stesso, la sua cifra stilistica non è l?eccesso di volume e l?esagitazione, ma i mezzi toni che attenuano la naturale estroversione propria del dialetto. "
> eppure a volte mi risulta suono puro:).
Un grande articolo, completo e appassionante. Grazie per averlo riproposto. Aspettiamo gli altri:).
"In effetti, Ricomincio da tre è un film che, sin dalle prime battute, chiarisce lo spirito di continuare ed evolvere al tempo stesso il teatro di Eduardo. Troisi si avvale di un tipo di recitazione molto spontanea, un po? copiato dall?uomo qualunque, quello che si può incontrare tutti i giorni per le strade di Napoli"
Sono completamente d'accordo su queste affermazioni.
Bella recensione. Secondo me le carenze tecniche del Troisi regista sono perdonabili vista la qualità dei contenuti e la godibilità del film. In ricomincio da tre ci sono delle trovate comiche che io definieri geniali. I dialoghi con Lello Arena sono tutti divertentissimi senza mai bisogno di volgarità diffusissime nella comicità attuale. Il monologo nel bagno quando scopre di esser stato tradito è incredibile, da Woody Allen alla napoletana.
Un Cult è poi la scena finale in cui Troisi discute con la convivente sul nome da dare al figlio.
Grazie a tutti, son contento di essere ritornato a scrivere su Lankelot. Per chi non lo sa ancora, ciò che sto pubblicando e pubblicherò non sono delle recensioni vere e proprie ma stralci "saggi" prelevati dalla mia tesi di laurea e rivisitati e riadattati!
Salvo
Complimenti per l'analisi, Salvatore. Si nota che è uno stralcio di tesi, ad ogni modo godibilissimo da leggere. Il film è molto divertente, uno dei più divertenti in assoluto interpretato da Troisi. Mi diceva sempre un caro amico di Napoli, che "Ricomincio da tre" è un film attraverso il quale, più di altri, si può capire lo "spirito napoletano".