SPLENDIDA SORPRESA
Esordio assoluto del giovane Eros Puglielli, Tutta la conoscenza del mondo è innanzitutto un film coraggioso. Un coraggio parossistico, ai limiti dell’harakiri. I fatti ci danno ragione: il film ha avuto una distribuzione mediocre ed è durato nelle sale poco più di un mese, dal Settembre all’Ottobre 2001. Per trovarlo in dvd è stato necessario attendere il 2003. Per quanto la critica lo abbia individuato come interessante esperimento cinematografico, se ne è parlato pochissimo e meno ha incassato. Soffocato probabilmente dallo strabordante e sempreverde Guerre stellari, o forse dal vacuo e urlatissimo Ultimo Bacio o magari dall’imperdibile Boldi-De Sica pre-natalizio.
Di fatto questo esordio parla di spiritualità. E lo fa senza viaggi in India, miracoli a iosa od esasperanti moralismi posticci di chi in fondo ha capito il vero senso della vita. Lo fa in romanaccio, tra la stazione Aurelia e la cattedra di filosofia della Sapienza.
TRAMA
Un ragazzo (Marco Bonini) cerca di liberare un uomo paraplegico (Claudio Guain) dalle rotaie nelle quali una ruota della sua carrozzella è restata incastrata. Quando l’impatto con il treno sembra inevitabile un non meglio identificato “uomo di luce” sospeso sopra la locomotiva indica al ragazzo il chiodo che impedisce alla carrozzella di essere sbloccata. Per entrambi i fortunati è l’inizio di una nuova vita.
Il giovane, prossimo cantante miliardario del nuovo fenomeno musicale Soncino, inizia una cerebrale e confusa ricerca del proprio maestro spirituale, di qualcuno che gli apra le porte della conoscenza per fargli capire cosa sia veramente accaduto quel giorno alla stazione.
Il paraplegico è invece ospite della nipote (Giovanna Mezzogiorno) e della sua amica (Eleonora Mazzoni); la ragazza (nipote) ha perso la testa per “l’inarrivabile” (“è troppo oltre per dirla con lei”) professore di filosofia (Giorgio Albertazzi). Il contrasto incolmabile tra lo zio “esoterico” perso in una maniacale catalogazione di fatti di cronaca inspiegabili e l’empirico cartesianissimo cattedratico si risolve in una colluttazione successiva ad un casuale incontro-scontro nell’ingresso della casa delle ragazze.
Solo quando riconoscerà a se stesso di aver bisogno d’aiuto, l’uomo in carrozzella troverà la sua guida spirituale: Al Farid. E costui, paradossalmente, gli darà la forza per rimettersi in piedi non con improbabili miracoli ma convincendolo ad affidarsi ad un centro di recupero e ad una lunga fisioterapia.
La giovane pop star, invece, troverà lo stesso Al Farid solo molto più tardi, a causa del suo approccio sbagliato, infatti, il suo accesso al Maestro verrà posticipato di sei lunghi anni…
La scena iniziale, quella dell’uomo di luce, è l’unica “concessione” che si prende il regista: un ricorso al miracoloso necessario per attrarre l’attenzione dello spettatore. Quanto stia “messo male” chi necessiti di simili prove per scoprire un senso nascosto dell’esistenza è d’altronde detto chiaramente dalla Mezzogiorno nell’ultima scena del film: ma più che una condanna la frase suona come constatazione. Il professore titolare della cattedra di filosofia affetto da egocentrismo megalomane e plagiatore di studentesse personifica la miopia della prospettiva scettica e scentista: verboso, ridondante ed incapace di coniugare teoria ed azione risulta personaggio forse a tratti eccessivamente macchiettistico in minima parte riscattato dagli improperi con cui “sveglia” lo zio Claudio. Il film, mai tradendo il sapore mistico, risulta a tratti esilarante. Le scene in sequenza sulla ricerca della guida da parte dell’uomo handicappato accompagnato da sua nipote, sono irresistibili: parodistica fotografia dei nuovi fenomeni new-age rappresentano soprattutto un monito di Puglielli: la spiritualità, come tutti i campi della vita, può essere distorta fino a degenerare. La scena della “lievitazione delle braccia” non è frutto della fantasia del regista…
Costellato da messaggi esoterici neanche troppo sottotraccia, la regia è assai più meticolosa nel particolare che nel generale. Di pari passo con la sceneggiatura si dimostra molto attenta nella descrizione di quanto facile sia perdersi nel proprio percorso, se l’approccio è quello sbagliato: l’episodio relativo alla ricerca di Al Farid da parte del cantante è la rappresentazione cinematografica di un’emblematica parabola Sufi. I messaggi profondi sono sempre buttati là e, quasi accarezzassero la pellicola senza mai appropriarsene, trovano un equilibrio raro tra apologia del dubbio (“quella pianta non è verde ma nera, il verde è nella tua testa” ricorda “non cercare di piegare il cucchiaio, il cucchiaio, non esiste” di matrixiana memoria) e divulgazione, spiritualità e parodia, pesantezza e leggerezza. Secondo Milan Kundera pesantezza e leggerezza sono un più unico che raro esempio di coppia d’opposti per i quali sia impossibile stabilire quale sia positivo e quale negativo. Bene, la forza di questo film, che definirei romantico-titanico nella sua inconfutabile anti-economicità, è nel aver saldato per cento minuti leggerezza e pesantezza in un tutt’uno…
Strepitosa la sequenza della Mezzogiorno strasicura di passare l’esame di filosofia: “ne sono certa quanto che il cielo è blu” stacco della cinepresa sul cielo ingrigito dalle nubi…la ragazza viene bocciata dal suo ex amante.
Una curiosità: tutti i personaggi principali conservano nel film il loro vero nome: Giovanna, Claudio, Marco, Eleonora.
Più che da attori, forse, questo film è girato da uomini…
Regia: Eros Puglielli. Soggetto e Sceneggiatura: Gabriella Blasi, Eros Puglielli. Direttore della fotografia: Luca Coassin, Werther Germondari. Montaggio: Valentina Girodo. Interpreti principali: Giovanna Mezzogiorno, Marco Bonini, Giorgio Albertazzi, Eleonora Mazzoni, Cristiano Callegaro, Claudio Guain. Musica originale: Giuliano Taviani. Scenografia: Fiamma Benvignati. Costumi: Annie Redwood. Produzione: Antonio Ciano, Rai Cinema. Origine: Italia, 2001. Durata: 100 minuti.
Info: sito ufficiale del regista.
Articoli e approfondimento: Italica / ReVision.
Giovanbattista Arlechino, “Giambo”. Maggio 2005.
Commenti
Esordio assoluto del giovane Eros Puglielli, Tutta la conoscenza del mondo è innanzitutto un film coraggioso. Un coraggio parossistico, ai limiti dell?harakiri.
"Di fatto questo esordio parla di spiritualità. E lo fa senza viaggi in India, miracoli a iosa od esasperanti moralismi posticci di chi in fondo ha capito il vero senso della vita. Lo fa in romanaccio, tra la stazione Aurelia e la cattedra di filosofia della Sapienza."
> Avevo dimenticato questo film:). Devo recuperarlo.