Preminger Otto

Vertigine

Autore: 
Preminger Otto

Tutti vogliono Laura e Laura è morta. La vuole il suo viscido fidanzato, Shelby Carpenter; ne è ossessivamente innamorato l’editorialista Waldo Lydecker; ne viene stregato il detective Mark McPherson. Laura è intelligente, Laura è vitale, Laura è intrigante. È il racconto di Lydecker che le dà forma, sono le sue parole a plasmarne la figura: come se Laura fosse un’opera d’arte, una sua creatura, il suo capolavoro. Laura è un’immagine incantevole, che frantuma la scorza da duro di McPherson per mirarvi al cuore. Laura di per sé non è niente, perché è tutto ciò che gli altri desiderano: è una proiezione, un abbaglio, un porto di fantasia aperto ai sogni di chiunque.

Non c’è una sola sosta per prendere fiato. L’indagine di McPherson è stringente, parte al primo istante del film e non conosce flessioni. Laura (Gene Tirney) è stata trovata morta in casa, col volto brutalmente sfigurato da due colpi di fucile. McPherson (Dana Andrews) è una fucina di sospetti e non si fida di nessuno: non dell’opportunista Carpenter (Vincent Price), che tradiva Laura e vi stava appresso per mere ragioni di carriera; non dell’esteta Lydecker (Clifton Webb), che di Laura era il gelosissimo mentore. Quando lei era la modesta impiegata di una compagnia pubblicitaria – lo riferiscono flashback in armonia perfetta con l’economia della narrazione – è stato Lydecker ad invaghirsene, a prendersene cura, ad esaltarne le qualità, ad indirizzarne la carriera: in ultimo, a costruirla. Man mano che aumentano le testimonianze, e si ammucchiano i dettagli raccolti, McPherson indulge a una sua personale rappresentazione di Laura, che lo avvince tanto da inghiottirlo negli abissi di una passione quasi necrofila. Cerca di penetrarne i segreti, ne rovista i cassetti più riposti, ne contempla il ritratto appeso in casa: al cospetto del quale, una sera, si abbandona fino a prendere sonno, finché il rumore di una chiave girata nella serratura lo sveglia, e Laura in persona gli si pone davanti.

 

Tutti vogliono Laura e Laura è viva. Lo sbalorditivo colpo di scena, però, non segna ancora lo zenith della tensione. Anzi, fino alla fine, il film si leva in un crescendo forsennato di paranoia e vertigine, tra l’altro rendendo scusabile, per una volta almeno, la traduzione italiana del titolo. Concorrono ad alimentare l’eccitazione la fotografia cupa e piovosa (Oscar a La Shelle), il parossismo morboso che Webb infonde al personaggio di Lydecker, le allucinate profondità cui Preminger spinge l’obbiettivo della sua macchina da presa; e i modi, rozzi da antologia, del brusco Dana Andrews. Meno di tutto, con lieve paradosso, fa proprio Laura: protagonista quanto mai passiva, icona di una femminilità vuota, riempita a piacere dalle definizioni dei maschi che le girano intorno. Phyllis Dietrichson, la dark lady del contemporaneo “La fiamma del peccato”, godeva di una sua consistenza brillando di perverso splendore. Laura vive in negativo, essendo ciò che gli uomini dicono che sia. Sarà pure intelligente, vitale e intrigante. Ma sono tratti, questi, che si limitano ad esistere in una terminologia astratta che non le dona contenuto; e agli spettatori è mostrata, di lei, solamente la bellezza.

 

Regia: Otto Preminger. Titolo originale: Laura. Tratto da un romanzo di: Vera Caspary.  Sceneggiatura: Jerry Cady, Jay Dratler, Samuel Hoffenstein, Ring Lardner Jr., Elizabeth Reinhardt.  Direttore della fotografia: Joseph La Shelle.Montaggio: Louis Loeffler. Interpreti principali: Gene Tierney, Dana Andrews, Clifton Webb, Vincent Price, Judith Anderson. Musica originale: David Raksin.  Produzione: 20th Century Fox, Otto Preminger Productions. Origine: Usa, 1944. Durata: 90 minuti.

 

pk

ISBN/EAN: 
8010312061240

Commenti

"Tutti vogliono Laura e Laura è viva. Lo sbalorditivo colpo di scena, però, non segna ancora lo zenith della tensione. Anzi, fino alla fine, il film si leva in un crescendo forsennato di paranoia e vertigine, tra l?altro rendendo scusabile, per una volta almeno, la traduzione italiana del titolo".

> certo, passare da "Laura" a "Vertigine" ha del folle, in assoluto. E' una deviazione totale del senso dell'opera. 1944, oggi.

"protagonista quanto mai passiva, icona di una femminilità vuota, riempita a piacere dalle definizioni dei maschi che le girano intorno. Phyllis Dietrichson, la dark lady del contemporaneo ?La fiamma del peccato?, godeva di una sua consistenza brillando di perverso splendore. Laura vive in negativo, essendo ciò che gli uomini dicono che sia."

> incredibile pensare alla categoria "femminilità" unita all'aggettivo "vuota", significa che c'è stata una negazione dell'essenza...

"e agli spettatori è mostrata, di lei, solamente la bellezza."

> non sempre è un male (cfr. Jolie, se ne parlava poco fa) ma mi rendo conto che tendenzialmente è irresponsabile.
Grande Buck, hai (re)introdotto l'ennesimo austriaco naturalizzato, dopo Wilder: tutto un patrimonio decisamente europeo bruciato dall'orrore della guerra. E conquistato dagli yankee. Peccato...

2. Non sono essenzialista. In nulla, Buccia. Non credo in un'essenza femminile, come in una maschile. Non credo nell'essenza delle nazioni. O delle razze. Ocio che a parlare di essenze ci si introduce su terreni scivolosi. Se le ammetti in un campo, perché negarlo ad altri?

Sono tra chi non la nega, buck. Credo piuttosto sia inespressa ma non sempre o non definitivamente ineffabile.

Mah. Io credo piuttosto che quello che chiamiamo essenza sia in realtà cultura. Essenzialismo è sinonimo di fondamentalismo. Che ne dici?

Non sempre: non è imposto, non è preteso; è inteso, sognato, disegnato, raccontato: è una visione artistica, umana e artistica. Non è armata e non è estranea alla dialettica.

Comprendo il tuo ragionamento e in parte lo apprezzo. Provo solo spavento a pensare quanto male si è fatto in giro imponendo pretese essenze a identità più deboli o riluttanti.

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