Porporati Andrea

Il dolce e l'amaro

Autore: 
Porporati Andrea

Il secondo film italiano in concorso alla sessantaquattresima Mostra del Cinema di Venezia è una pellicola a tema mafioso. Il dolce e l’amaro, secondo lungometraggio di Andrea Porporati, è stato accolto freddamente dagli spettatori della Mostra, senza particolari sussulti, né positivi né negativi. Ciò non significa nulla, come alcuni di voi possono subito immaginare, perché i festival cinematografici attirano da sempre non solo addetti ai lavori, ma curiosi d’ogni tipo, sovente spettatori passivi o inadatti a giudicare le opere proposte. Inutile far lunghe digressioni sulle pellicole snobbate nei “sacri templi del cinema” e riabilitate dal botteghino o da una critica più attenta. Non è comunque il caso del film di Porporati, che al tema mafioso – per come solitamente lo abbiamo visto rappresentato - nulla aggiunge e nulla toglie, sviluppando una trama che segue le gesta di un giovane dalla sua iniziazione mafiosa fino alla rapida ascesa, al facile denaro, all’omicidio, al dubbio e al pentimento. Una sorta Via Crucis a tutti nota, tanto è stata rappresenta dall’italico cinema e dalla televisione. Proprio in tv cominciò a farsi notare Porporati, dimostrando dimestichezza col genere, sceneggiando gli episodi della Piovra (il sette, l’otto e il nove), senza trascurare il grande schermo, per il quale collaborò a Lamerica di Gianni Amelio. La sua opera prima da regista fu La luce negli occhi, un thriller cupo dalle influenze dostoevskijane (tema centrale il parricidio), che ottenne diversi riconoscimenti, nazionali e internazionali. Proprio le buone credenziali acquisite come sceneggiatore e regista gli forniranno la possibilità della vetrina lagunare, sfruttata solo in minima parte. Dopo un rapido cenno di storia, vedremo perché.

 Saro Scordia (Luigi Lo Cascio), figlio di un uomo d’onore rispettato ma un po’ troppo anarchico per un ambiente cosi rigido (troppo eroe, a detta di Cosa Nostra), alla morte del padre, caduto sotto il fuoco delle forze dell’ordine attivate per reprimere una rivolta carceraria, viene preso sotto tutela da don Gaetano Bufera, mafioso di spicco ed amico del defunto genitore. Trattato come un figlio, Saro cresce immaginandosi uomo d’onore, dimostrando subito coraggio e intraprendenza, mai del tutto liberate dalla persistente e quanto mai intima malinconia dovuta ad un amore difficile. È l’amore per Ada (Donatella Finocchiaro), certo contraccambiato ma contrastato: la ragazza non è fatta per la vita che ha scelto Saro, lontana dall’idea fino al punto di scegliere un lavoro al Nord, nonostante il sentimento condiviso. L’ascesa di Saro pare comunque inarrestabile, arriva il primo omicidio, la considerazione dei boss e il riconoscimento ufficiale come uomo d’onore. E con l’onorificenza arriva anche la famiglia, dei figli, una vita agiata e tutto ciò che ne consegue. Nonostante l’amore vero – cruccio costante - sia lontano. Saro è sveglio, è furbo, ma non immagina o non è preparato al gioco sottile dei padrini, intenti a combattersi per la supremazia locale. Vistosi coinvolto, dopo esser stato toccato nell’intimo, attraverso l’insinuarsi del dubbio sulla reale dinamica della morte del padre, sarà costretto a darsi alla fuga: la sua condanna a morte è stata emessa. Emigrato al Nord, ritroverà Ada, parteciperà ad un programma di protezione, aiutato da un intrepido magistrato (Fabrizio Gifuni) un giorno rivale in amore, nonché sua vittima designata: era il bersaglio scelto per lui da Cosa Nostra.
 
GIFUNI E LO CASCIO
 
Un viaggio nel mondo dell’onorata società, nella Sicilia che ci è stata spesso raccontata - ma la Sicilia non è solo mafia, è inutile che stia qui a ricordarvelo -, questo di Porporati, condito con tutti gli ingredienti comuni alla diffusa pietanza: un contesto ignorante, dove l’intimidazione vince sulla ragione, dove il sangue e la violenza stabiliscono le gerarchie, dove i riti sono tanto solenni quanto ridicoli e pecorecci, eppure sempre efficaci nella loro manifesta tragicomicità. Il protagonista, come ogni buon protagonista che si rispetti, è fisicamente valente, arguto al punto giusto, moderatamente passivo nei momenti di ossequio a cervello spento, solerte nel portare a termine con successo il compito affidatogli, anche il più efferato. Questo in superficie, perché Saro, per esser più credibile, vive momenti di contenuta malinconia, ultimo avamposto di una possibile redenzione che, in realtà, non sappiamo se arriva veramente. Le circostanze fanno di Saro un pentito, non ne faranno mai un uomo di virtù, ma sostanzialmente fotografano un possibile percorso di un picciotto come certamente ne sono esistiti, decisamente uno dei più fortunati: non a tutti è concesso di ritrovare l’amata, viverci insieme, crearsi una (seconda) famiglia, pur se nascosti e protetti a tempo indefinito.
 
Il film di Porporati, ambientato durante gli anni Ottanta, alternando il dramma al grottesco (con evidente prevalenza del primo genere, naturalmente), cerca di mettere a nudo contraddizioni, paure, ottusità e debolezze dei personaggi, filtrandole attraverso gli occhi del suo protagonista, ma stereotipando eccessivamente le figure dei capi mafiosi. L’uso del dialetto stretto è funzionale a circoscrivere il campo, delimitando i confini di un territorio geografico, ideale e cinematografico in cui i personaggi non trovano o non cercano reali vie di fuga: è un mondo gretto, certo feroce ma facilmente inquadrabile e classificabile.
 
Ciò che risulta evidente, completata la visione, è che Porporati realizza un film per tutti (ma dire per tutti a volte è come dire per nessuno), senza infamia e senza lode, limitandosi a svolgere il compito con sicurezza e buona padronanza del tema. Sostanzialmente non osa, appoggiandosi ad una sceneggiatura piacevole ma senza sussulti, a una regia lineare, pulita, senza virtuosismi (qualche raro movimento di macchina a mano), sovraccaricando più volte le immagini con una colonna sonora gradevole ma assai invadente, usata furbescamente come espediente d’arricchimento narrativo, spesso inutile o fuori luogo.
 
Ottima, al solito, la prova di Lo Cascio, non più giovane dall’alto potenziale recitativo ma affermato interprete su cui il cinema nostrano potrà fare sicuro affidamento per anni. In parte il resto del cast, funzionale all’ambientazione e alle dinamiche scelte dal regista. Regista il quale, risulta evidente, manca l’occasione, vista la prestigiosa ribalta concessagli, comunque non annoiando e uscendo nelle sale in un periodo che non trova troppa concorrenza, né tanto meno capolavori.
 
Regia: Andrea Porporati. Soggetto e sceneggiatura: Andrea Porporati. Direttore della fotografia: Alessandro Pesci. Montaggio: Simona Paggi. Scenografia: Beatrice Scarpato. Costumi: Mary Montaldo. Interpreti principali: Luigi Lo Cascio, Donatella Finocchiaro, Fabrizio Gifuni, Vincenzo Amato, Ornella Giusto, Toni Gambino, Gaetano Bruno, Pierluigi Misasi, Renato Carpentieri, Gioacchino Cappelli, Irene Caruso, Mario Patané, Raffaele Sabato. Musica: Andrea Guerra (brani eseguiti dalla Filarmonica ‘900 del Teatro Regio di Torino). Produzione: Sciarlò. Origine: Italia, 2007. Durata: 98 minuti.

Léon, settembre 2007.

ISBN/EAN: 
8010020049288

Commenti

Ecco uno dei tre film italiani in concorso a Venezia.

(grande! Sistemo due cose e volo a leggerti!)

avevo letto qualcosa di questo film, l'impressione è che sia guardabile tutto sommato, anche se non eccelso. Concordo invece su Lo Cascio.
Piuttosto, piccolo OT, Burton ha preso il Leone alla carriera, che personaggio incredibile!

3 - Proseguo sull'O.T. Grande Tim Burton! Felicissimo del riconoscimento (hanno ottimi gusti a Venezia, lo scorso anno lo diedero a David Lynch). Meritato è dir poco. Il film di Porporati invece è buono da dvd. E con questo penso di aver reso l'idea, almeno quanto ho tentato di renderla nell'analisi proposta.

Le mie uniche osservazioni a questa equilibrata scheda sono queste; scopro dell'esistenza di questo film poche ore fa, grazie a te e alla locandina del cinema "Roma" a viale Trastevere; m'accorgo che il binomio Gifuni-Lo Cascio rimane ben gettonato da diversi anni, e che probabilmente c'è la possibilità di riconoscerli, assieme a Boni e Rossi Stuart, tra i migliori attori italiani della nuova generazione (ma speravo tanto in Santamaria). Rimane il problema - vogliamo dirlo? - delle sceneggiature. L'obbiettivo sembra essere la tv o la cassetta. Questo snatura il cinema. Sbaglio? ottimo pezzo:)

Gifuni (che si vede pochissimo)e Lo Cascio funzionano. Gli attori - soprattutto Lo Cascio - sono bravi. é il cinema italiano che non va, e questi nuovi registi pare non abbiano proprio nulla di interessante da raccontarci. Possibile che il concorso a Venezia sono passati tre film e nessuno degno (non dico di un riconoscimento ufficiale)almeno di nota? Sono tre anni di fila, poi, che vincono orientali (pur se Ang Lee è oramai occidentalizzato). A Cannes i rumeni, altrove i tedeschi. E noi? Stendiamo il solito velo pietoso.

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