Roman Polanski è uno dei registi più eclettici e originali che il cinema mondiale abbia mai avuto: dalle inquadrature tese con profondità di campo de “Il coltello nell’acqua”, alla comicità che prende in giro i classici dell’horror di “Per favore, non mordermi sul collo”, alle atmosfere noir di “Chinatown”, a quelle angoscianti de “L’inquilino del terzo piano”, fino all’ultima, agghiacciante testimonianza degli orrori nazisti ne “Il pianista”, il regista ha saputo sempre muoversi con eleganza tra i generi più disparati, offrendo sempre prove registiche di grande qualità.
Quando gira “Rosemary’s baby”, in ogni caso, Polanski non è ancora un regista di fama mondiale, ma ha già dimostrato di avere grandi capacità dietro la macchina da presa. E qui si cimenta con un horror atipico e agghiacciante, che ha come temi principali il diavolo e le sette sataniche.
Lo stile è già maturo, gli interpreti fantastici e la storia di quelle che non si dimenticano tanto facilmente. Il risultato finale è memorabile: il film è uno dei capolavori riconosciuti del regista polacco.
Il sottotitolo italiano precisa: “Nastro rosso a New York”. Rosso, non rosa, proprio perché quella portata avanti dalla giovane Mia Farrow è e sarà una gravidanza che nasce e si intreccia con il male ed il Diavolo.
Agghiacciante. Questo film è semplicemente agghiacciante. Un horror teso, originale, che spaventa e inquieta senza scene particolarmente crude o brutali.
Anzi, è forse una sola la scena davvero spaventosa, durante la pellicola, mentre solo un fotogramma appena percepibile alla fine del film gela letteralmente il sangue nelle vene.

La storia sembra quasi quella di una favola: la coppia innamorata che si trasferisce in una nuova casa, in un condominio di New York. Guy (John Cassavetes) è un mediocre attore teatrale, Rosemary (Mia Farrow), giovane sposa devota e fedele. La loro vita è fatta di attimi di passione, di complicità, di amore tenero e romantico. Hanno poco o nulla, al momento, anche perché la carriera di Guy non va affatto bene e le cose non sembrano cambiare.
Per fortuna la nuova casa è splendida e i vicini sono gentili e disponibili. Si tratta degli anziani coniugi Castevet, Minnie (Ruth Gordon, Oscar come migliore attrice non protagonista per questa interpretazione) e Roman (Sidney Blackmer). Subito invitano i giovani e cena e si dimostrano amorevoli e protettivi. Anche troppo, tanto che Rosemary ne resta impressionata.
Ma non c’è tempo per pensarci, dato che Rosemary, dopo una strana notte costellata di incubi, si scopre in dolce attesa mentre il marito ottiene una parte importante. E, mentre il marito è quasi sempre fuori per lavoro, i vicini continuano ad essere invadenti e ossessivi, iniziando a destare sospetti nella giovane Rosemary, che teme per l’incolumità del proprio bambino.
Diventa paranoica ed ansiosa. Soffre, piange e si dispera perché il marito non sembra fare altro che appoggiare i vicini e non comprendere le sue paure.
A poco a poco, però, Rosemary ricompone le agghiaccianti tessere di un mosaico diabolico. Forse troppo tardi, perché sembra esserci un enorme complotto contro di lei ed il bambino che porta dentro di sé. Che nascerà, dopo mille travagli, ma già morto, così le diranno.
In realtà non lo è. Solo alla fine Rosemary scoprirà la verità, in uno dei finali più sconvolgenti e “naturali” della storia del cinema.

“Rosemary’s Baby” è un film del 1968. A vederlo, si stenta a crederci. Sicuramente manca di effetti speciali e sangue a fiumi tipici degli horror degli ultimi vent’anni, ma dal punto di vista narrativo può essere considerato, senza dubbio, uno degli horror migliori – forse IL migliore – mai girati.
La macchina da presa riprende da vicino la vita dei giovani coniugi, quasi come se spiasse la loro vita idilliaca e testimonia, lungo il procedere del film, lo sprofondamento di Rosemary in un baratro di terrore e angoscia, in uno stato d’ansia progressivo fino al colpo di scena finale.
L’occhio del regista indaga nella psicologia e nell’animo della splendida protagonista, una luminosa Mia Farrow dai capelli cortissimi e gli occhi magnetici, che pian piano si trasforma radicalmente, nel corpo e nella mente: rinsecchisce, i suoi occhi si contornano di occhiaie e la sua pelle diventa opaca.
Anche gli altri attori sono fantastici: John Cassavetes è un attorucolo insignificante alla ricerca della fama, disposto a tutto per averla, ma a suo modo ingenuo e imprudente (forse senza scrupoli); e Ruth Gordon è la vecchia Minnie, invadente, odiosamente gentile, fin troppo buona e sorridente.
Polanski attua un meccanismo narrativo che ruota intorno alla figura di Rosemary: osserva la donna nella sua quotidianità, scandagliandone i pensieri, le ansie, le paure, facendo di lei il fulcro di tutta la vicenda e creando in noi una progressiva immedesimazione con la giovane donna.
In un terrificante climax filmico che non ha paragoni nella storia del cinema ci rendiamo conto, insieme a Rosemary, della terrificante verità celata dietro quella gravidanza, ma ancora con maggiore stupore accogliamo il finale materno e diabolicamente logico con il quale si chiude la pellicola.

Vedere e rivedere questo film di quasi quarant’anni fa ci fa capire come l’arte del cinema sia davvero qualcosa di magico, e che immagini e inquadrature di quasi mezzo secolo fa continuano a offrire all’occhio umano le stesse, identiche inquietudini di allora.
Senza sangue e mostri deformi. Senza trucchi ed effetti speciali.
Un capolavoro agghiacciante, soffocante, paranoico, che grazie al cast adatto, ad una colonna sonora indovinata e una sceneggiatura costruita con assoluta maestria, che fa intuire il male, il demonio, il terrore senza mai farlo vedere, entra di diritto tra i film più importanti del cinema di tutti i tempi.
Regia: Roman Polanski.
Sceneggiatura: Roman Polanski.
Tratto da una novella di: Ira Levin.
Direttore della fotografia: William Fraker.
Montaggio: Sam O'Steen, Bob Wyman.
Interpreti principali: Mia Farrow, John Cassavetes, Ruth Gordon, Sidney Blackmer, Maurice Evans, Ralph Bellamy.
Scenografie: Richard Sylberd.
Musica originale: Kryzysztof Komeda.
Produzione: Paramount Pictures.
Origine: U.S.A., 1968.
Durata: 129 minuti.
Antonio Benforte, settembre 05. Già su lankecom.
POLANSKI in LANKELOT:
Commenti
"alla comicità che prende in giro i classici dell?horror di ?Per favore, non mordermi sul collo?, " > quella è chiaramente in memoria, desueta ma niente male, contestualizzata migliora:)
"Guy (John Cassavetes) è un mediocre attore teatrale, Rosemary (Mia Farrow), giovane sposa devota e fedele. La loro vita è fatta di attimi di passione, di complicità, di amore tenero e romantico. Hanno poco o nulla, al momento, anche perché la carriera di Guy non va affatto bene e le cose non sembrano cambiare".
> accidenti che cast!
"uno degli horror migliori ? forse IL migliore ? mai girati".
> dubbio: la definizione "horror" è opportuna? Se sì, perché, e sulla base di quali criteri?
"Senza sangue e mostri deformi. Senza trucchi ed effetti speciali.
Un capolavoro agghiacciante, soffocante, paranoico,"
> a posto, stanotte max domani notte rimedio, è deciso.
Infatti, più che di horror, si dovrebbe parlare più opportunamente di "thriller". Senza sangue né mostri deformi. Si parla del diavolo ma non per questo è materia da horror (vedi "L'avvocato del diavolo", "Angel Heart" o "L'inquilino del terzo piano"). Thriller nel senso più ristretto del termine.
"In un terrificante climax filmico che non ha paragoni nella storia del cinema ci rendiamo conto, insieme a Rosemary, della terrificante verità celata dietro quella gravidanza, ma ancora con maggiore stupore accogliamo il finale materno e diabolicamente logico con il quale si chiude la pellicola."
Io ricorderei un altro climax mirabolante e "pazzesco", una discesa negli inferi della psiche distorta: "Aguirre - Furore di Dio" di Herzog. Un paio di volte ho visto i due film accodati a rotazione nei cinema di mezzanotte. Tipo "La Follia su celluloide" o "Il cinema della pazzia". Che fantasia...
Bel pezzo! :)
in effetti vista la storia ed i contenuti eleganti della recensione credo che si tratti di un thriller più che horror. Detto ciò faccio i complimenti per l'aggettivazione appropriata e misurata ad hoc.
Che è successo al carattere di questi commenti?
"In un terrificante climax filmico che non ha paragoni nella storia del cinema", che gnente gnente t'è piaciuto, eh?
Ehm...forse ho esagerato un po' :)
Tanti auguri a tutti!
Sì, ribadisco la "premonizione" > nessun elemento dell'horror classico, sottoscrivo quanto sostiene Paolo Castronovo.
Mi piace molto rileggere questo passo:
"in uno dei finali più sconvolgenti e ?naturali? della storia del cinema." > è davvero indovinata la scelta delle virgolette prima di quell'aggettivo. E dire che di solito ho difficoltà a digerirle, le virgolette.