Ne è passato di tempo dal giovane ventiquattrenne Roman col suo cortometraggio “Assassinio” del 1957, opera di pochi minuti nel quale si rappresenta, incolore e disinfetto, un assassinio facile facile: un uomo entra in una stanza, tira fuori una lama e accoltella la vittima che dorme nel suo letto. Questa rimane immobile, l’assassino esce e se ne va, nel totale mutismo della pellicola. Non c’è sangue, niente di più lontano nel cinema d’angoscia dai clamori dello splatter.
Questa sperduta traccia della sua filmografia delinea già per tutto il futuro quella che sarà la ricerca del regista franco-polacco: una rappresentazione dell’ansia dell’ambiguo e dell’allusione, senza mai comunicare più notizie che non siano sospetti o timori, fino a quando lo spettatore si ritrova ad essere sensibile alla più piccola insinuazione della trama. I volti e le frasi lasciate a metà, coincidenze che non possono sfuggire a una logica della trappola annunciata, ma costruite talmente ad arte da lasciare incertezza fino alla fine, e talvolta nemmeno risolta allora.
Poetica che è maggiore icona di quel cinema di genere, che alla psicologia del pauroso e del paranoico sa parlare per volti e sospensioni, e dove sguardi e voci hanno da dire più di qualsiasi violenza o velocità sostenuta delle azioni. Non saprei, forse è una corbelleria, ma si cita per analogia Hitchcock, quello che agghiaccia nelle opere più fortunate al pubblico, che sa cosa significa maestria della sorpresa indotta fino al panico.
Onore quindi per un regista che non sa che farsene dei patterns sconfortanti del cinema horror schiaffato di effetti speciali sanguinolenti e disgustosi, un artista che mattone dopo mattone circonda lo spettatore e lo riduce a un bambino da impaurire divertendolo.
Rosemary’s Baby è l’atipica storia di una coppia che si trasferisce a vivere in un condominio dove tutti sembrano in stretta amicizia uno con l’altro. Subito l’invadenza dei vicini diventa qualcosa di diverso, pericoloso, e con l’infittirsi degli elementi irreali e illogici, la ragione dello spettatore, come quella della protagonista femminile, Rosemary, si accavalla di dubbi, scoraggiamento e infine afflizione.
Ma è illusione questa inquietudine che va in crescendo vestendosi d’orrore, oppure le impressioni e i segni non sono sintomi di paranoia, ma veramente qualcosa di terrificante sta per accadere al figlio che Rosemary porta in grembo?
Il gioco dell’alternarsi di allucinazione e reale tiene allertato il pubblico fino alla fine, dove ci sarà, almeno questa volta, un epilogo chiarificatore; per quanto mostruoso. Un film eccezionalmente articolato in un climax portato al parossismo, evidente chiave di una padronanza del mezzo cinematografico come leva psicologica fortissima, per un regista che elegantemente droga la platea, e ci fa rimpiangere nel momento della verità il caos calmo del sogno.

Come nodo scorsoio soffocante, progressivo e disorientante, cinema d’arte che ritorna al silenzio guadando fiumi di faciloneria e superandoli perfettamente asciutto, genialate d’effetto che chiunque avrebbe esitazione a visionare in una notte profonda e magari da soli; non fatelo, la possibilità della paura è concreta, e anche quella del panegirico.
Regia: Roman Polanski.
Sceneggiatura: Roman Polanski, Ira Levin.
Interpreti principali: Mia Farrow, John Cassavetes, Ruth Gordon, Sidney Blackner, Maurice Evans.
Produzione:William Castle, Dona Holloway.
Origine: Usa, 1968.
Durata: 136 minuti.
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Arpaeolia
POLANSKI in LANKELOT:
Commenti
"Ma è illusione questa inquietudine che va in crescendo vestendosi d?orrore, oppure le impressioni e i segni non sono sintomi di paranoia, ma veramente qualcosa di terrificante sta per accadere al figlio che Rosemary porta in grembo?"
Scalpito, stanotte leggo! Grande
Eppure a me sconvolse, inqiuetò (e impaurì) molto di più "L'inquilino del terzo piano".
Arpa, quello che scrivi è abbastanza condivisibile, avendo visto il film; però, un consiglio: quando scrivi di cinema un qualche dettaglio in più sugli attori, sulla fotografia, o il montaggio, o la sceneggiatura, o la colonna sonora, oppure tutte ste cose messe insieme, potresti pure aggiungerlo. Almeno ci dai un punto di vista personale più ampio. Ma ti giustifico, dato che il pezzo, a quel che ho capito, l'hai scritto al volo;)
Accetto il consiglio, ma mi sembrava chiaro un approccio di invito alla visione molto elementare. Non era nelle mie intenzioni scrivere un'analisi tecnica, perché non ho la preparazione, solo una serie di impressioni. Non è certo un critica cinematografica, quelle le fanno i professionisti, io non lo sono.
Non ho idea di come si reciti bene, di cosa sia una recitazione ben fatta, non ho studiato recitazione. Idem per la fotografia, il montaggio o la colonna sonora. Parlare a sproposito mi sembra peggiore di non parlarne affatto.
Detto questo anche l'inquilino del terzo piano mi ha trascinato considerevolmente, ma questo l'ho trovato molto più tragico, il fattore paranoia uguale, e in qualche modo la corruzione dell'istinto materno mi fa più paura. Sempre un grande Polanski, certo.
Ma non era una critica, solo un consiglio, Arpa: sono sicuro che se ci fai caso certi aspetti li noti al volo, sono insiti nel godimento stesso che si può provare nel guardare una pellicola;)
L'ho compreso. Ho letto delle recensioni di professionisti, di critici del cinema, e una differenza di strumenti c'è. Io non ho quegli strumenti. Rispetto questa differenza e scrivo di cinema in modo e con pretese differenti.
E hai capito che questa recensione era anche una piccola provocazione, implicita e intenzionale, questo sì ;)
Ma certo, Arpa, anche perchè immagino tu abbia scritto senza rivedere il film (a meno che non fosse una versione ridottissima, visto il tempo intercorso tra la dichiarazione d'intenti e la recensione partorita). Cosa - te lo dico perchè di cinema scrivo spesso, come avrai notato - complicata (ed improbabile) per un recensore di quest'arte cosi complessa e particolare.
invece è un ottima recensione.
8. Anche se l'avessi rivisto non penso avrei cambiato opinione sull'impostazione da dare. Ne sono convinto.