È stato estremamente difficile scrivere qualcosa a proposito di questo film. Perché non c’è nulla di falso, nulla di inventato, nulla di esasperato: e l’orrore è schiacciante. “Il pianista” è patrimonio dell’umanità: opera d’arte e libro di storia. Ha uno sguardo lucido, è un racconto crudo, una testimonianza autentica.
Commuove e obbliga alla riflessione. Si cristallizza, infine, nella memoria.
Non ho l’intelligenza e la conoscenza adatte per scriverne come dovuto. Chiedo perdono per eventuali fraintendimenti ed eventuali involontarie mistificazioni.
Ho provveduto a indicare, qualche riga più in alto, quattro siti dedicati alla Shoah da visitare e studiare con cura. Mi auguro che questa piccola segnalazione colmi le mie inevitabili inadempienze.
INTRODUZIONE.
L’arte non può costituire né restituire una fedele rappresentazione d’un’esperienza: può trasfigurarla e rispettarne lo spirito, può raccontarla attenuando o esasperando l’accaduto, o può, paradossalmente, eternarne un’interpretazione. Non è un documentario, e non può dirsi, in nessun caso, realistica. Bene: credo in quel che ho appena scritto. Adesso, dimenticatelo.
“Il Pianista” è un’opera d’arte che costituisce e restituisce una fedele rappresentazione del dramma d’un popolo e d’un uomo, protagonista della vicenda. Non attenua e non esaspera l’accaduto: non è un documentario, e pure può dirsi film assolutamente realistico.
Roman Polanski racconta la tragedia del massacro di due milioni e ottocentomila ebrei polacchi, narrando la storia del pianista di Varsavia Wladyslaw Szpilman (interpretato da Adrien Brody, già apprezzato ne “La sottile linea rossa”) e rivivendo, indirettamente, l’orrore e il dramma della sua stessa infanzia: la memoria dell’occupazione nazista e dei rastrellamenti di Cracovia, la quotidiana testimonianza della sofferenza e della morte, il martirio di sempre nuovi innocenti, l’addio ai parenti e il muto dolore d’assistere al tradimento d’altri uomini che, pur di strappare una speranza di sopravvivenza, non esitano a farsi sgherri dell’assassino invasore tedesco.
Non si nasconde niente e non si censura nessuna contraddizione del dramma degli ebrei polacchi: l’odioso collaborazionismo d’una minoranza dei loro fratelli non è taciuto. Al contempo, non si mitiga la barbara ferocia degli omicidi nazisti: fredde esecuzioni, violenze d’ogni sorta, infamie, malvagità e crudeltà terrificanti vengono mostrate con un rigore che ghiaccia il sangue e fa sbarrare gli occhi.
Il disperato istinto di sopravvivenza del pianista Szpilman ha una fonte inestinguibile d’energia e di speranza: l’amore per la musica, la dedizione all’arte. Ha perduto tutta la sua famiglia, deportata nei campi di concentramento: è solo al mondo, non ha più nessuno e non possiede più niente. Costretto a un’esistenza clandestina, stremato ed estenuato, conosce solo istanti di quiete e di sogno: quando pensa alla musica, o quando fortuitamente riesce ad ascoltare qualche nota, subito la mente vola e restituisce al suo spirito distrutto frammenti di gioia e di armonia.
La follia è a un passo. Szpilman è fragile e pieno di paura. Rimane una sola ragione per sorridere. La speranza di tornare a suonare.
L’arte non può cambiare il passato, e non può decidere il presente. Ma può esorcizzare la sofferenza e neutralizzare la pazzia. Può sostenere un uomo ed impedirgli di precipitare nell’abisso e nello sconforto. Può risolvere la depressione, ed ostacolare l’abbandonismo, l’abbrutimento e il degrado.
Può costruire e determinare il futuro.
Negli ultimi anni, la cinematografia occidentale ha poggiato più d’una pietra sulle lastre tombali dei caduti nella shoah. Questa è la pietra più pesante.
TRAMA.
Varsavia, 1939. Il pianista sta suonando un brano di Chopin. Continua a suonare, imperterrito, nonostante le esplosioni provenienti dall’esterno si facciano sempre più vicine e minacciose. Ad un tratto, deve fuggire: l’ultima deflagrazione ha fatto esplodere i vetri della sala. Torna in casa. L’arredamento sobrio ed elegante e lo stile della famiglia sembrano dichiarare appartenenza a una raffinata e dignitosa media borghesia.
Alla radio s’ascolta la dichiarazione di guerra inglese alla Germania nazista; lo speaker accenna ad una probabile prossima e analoga decisione francese. In casa si brinda alla speranza che la Polonia non sia più sola a fronteggiare il nemico. Non tutto è perduto.
Nel frattempo, le truppe naziste marciano per le strade della città.
In casa del pianista si discute dei problemi economici che attanagliano la famiglia, per via delle sempre peggiori restrizioni e delle sempre più inumane limitazioni alle quali sono costretti gli ebrei: si decide di nascondere gli ultimi denari all’interno d’un violino. Manca poco all’attuazione dell’ennesimo sopruso: l’espropriazione dell’appartamento e il trasloco coatto di 360.000 ebrei nell’area adibita a ghetto. 1940. Tradotti nel ghetto, circondato da mura appena costruite, gli ebrei tentano di tornare a una vita che abbia almeno la parvenza di quella appena abbandonata. Timidamente, si cerca d’avviare attività commerciali e di assicurare i servizi minimi. Nascono giornali clandestini. C’è chi specula sui bisogni dei propri fratelli, e s’accorda coi nazisti per lucrare sui beni primari. C’è perfino chi s’arruola nella polizia ebraica, e vigila al fianco del nemico. Sempre più persone s’ammalano e muoiono.
Altre vengono spietatamente freddate dai soldati nemici.
Tra il 1940 e il 1942 la famiglia del pianista vive arrangiandosi come può, come il resto della comunità. La mutua solidarietà riesce ad alleviare, per quanto possibile, il peso schiacciante delle costrizioni e delle limitazioni; e la quotidiana testimonianza della morte di fratelli innocenti è un’ombra che affligge e lacera ogni cittadino. C’è chi medita una rivolta che nessuno ha il coraggio di organizzare. I nazisti, infine, deportano nei campi di sterminio la quasi totalità della popolazione. Rimarranno solo sessantamila abitanti: tra loro, il pianista, salvato dalla deportazione da un agente della polizia ebraica. Szpilman, separato per sempre dai suoi fratelli e dai suoi genitori, si ritrova solo nel piccolo ghetto: cammina per strade deserte di vita, tra i corpi degli ebrei assassinati e i poveri oggetti delle loro case, sparpagliati in ogni angolo, in uno scenario agghiacciante.
Lavorerà, fino al 1943, in condizioni disumane. Assistendo, quotidianamente, all’omicidio di altri ebrei. Riuscito a fuggire, inizia a vivere in clandestinità, in una casa poco distante dal muro del ghetto. Da lì assisterà, senza potere o sapere intervenire, all’eroica resistenza degli ebrei, che si faranno massacrare e cadranno armi in pugno, andando a costituire un esempio immortale di coraggio e di valore. L’ultima parte del film è dedicata agli anni vissuti da Szpilman da segregato e da fuggiasco. Sempre più magro e debole, sostenuto da (non sempre) generosi e coraggiosi cittadini polacchi, si ritroverà, nelle battute finali, a incontrare un ufficiale dell’esercito nemico in ritirata: unico essere umano, sembrerebbe, in una legione di feroci assassini.
Lankelot Franchi, gennaio 2004. Prima pubblicazione: Lankelot.com
Non dimenticare.
Regia: Roman Polanski. Sceneggiatura: Ronald Harwood. Tratto da un libro di: Wladyslaw Szpilman. Direttore della fotografia: Pawel Edelman. Montaggio: Hervé de Luze. Interpreti principali: Adrien Brody, Thomas Kretschmann, Frank Finlay, Maureen Lipman, Ed Stoppard, Emilia Fox, Julia Rayner, Jessica Kate Meyer. Scenografie: Allan Starski. Costumi: Anna Sheppard. Musica originale: Wojciech Kilar. Produzione: Roman Polanski, Robert Benmussa, Alain Sarde. Origine: Uk / Francia / Germania / Olanda / Polonia, 2002. Durata: 150 minuti. Shoah: Olokaustos / Holocaust-Shoah Page / Survivors of the Shoah Visual History Foundation
Commenti
Franchi sionista.
Polanski sorprende con un film classico ed esemplare. E' narrata una storia vera, l'olocausto personale di un uomo che resiste ad una fine già decisa, la cronaca struggente ed angosciante delle giornate quotidiane nascoste del pianista Szpilman.
Lo stile di Polanski è davvero impeccabile, la sceneggiatura asciutta, la regia assolutamente perfetta. E' un privilegio assistere a tanto lirismo espresso con raggelante obiettività.
La pellicola è palpitante, scarna, di fine fattura artigianale. L'opera ha colpi d'ala: la piazza gremita di gente in attesa del treno e, subito dopo, gremita di sole valige, in un silenzio sepolcrale, senza più litanie di vite straziate, ma solo desolazione e disperazione nelle rovine di Varsavia e dell'umanità. E ancora Szpilman che riesce a sopportare il dolore e la tragedia in cui è immerso attraverso le note che egli suona sulla tastiera di un piano che è dentro di lui e l'interpretazione pianistica davanti all'ufficiale tedesco, dapprima esitante, poi impetuosa e rigenerante. Una metafora fin troppo chiara del potere della musica come sinfonia di speranza e di salvezza.
Polanski ha vinto la scommessa di far rivivere quelle vicende nella prospettiva di un uomo che resiste armato solo di una chiave di violino.
Il film non l'ho visto perchè il tema è ultra abusato è ha decisamente stancato (tra l'altro pare che chi lo affronti abbia Oscar assicurati. Chissa perchè...). Non credo che lo vedrò ma Polanski mi piace abbastanza. Ricordate "L'inquilino del terzo piano"? Un film veramente originale, ancorchè agghiacciante.
Guardalo e capirai - o vedrai confermato - perché Polanski ha ragione di essere ritenuto grande regista.
Quanto al tema, il taglio è assolutamente insolito. Quanto al dramma che viene raccontato, repetita iuvant.
Lo vedrò, alla fine li vedo tutti. Volente o nolente. E ti dirò. Pronto a ricredermi qualora ve ne siano i motivi.
vedrai che ti colpirà.
Anche io trovo particolarmente abusato il tema e decisamente noioso il periodo storico, però il fatto che Polanski abbia aspettato tanto per parlare della sua infanzia nel ghetto è segno di una maturità artistica dopo un percorso altalenante e il risultato - infine - puzza di grande cinema.
(ovvio che va visto solo al cinema. non c'è dvd che renda la scena della defenestrazione)
è uno dei film più intensi che io abbia mai visto, la scena in cui Szpilman immagina di suonare il piano e vive tutta la musica dentro di lui è straordinaria.
"L?arte non può cambiare il passato, e non può decidere il presente. Ma può esorcizzare la sofferenza e neutralizzare la pazzia. Può sostenere un uomo ed impedirgli di precipitare nell?abisso e nello sconforto. Può risolvere la depressione, ed ostacolare l?abbandonismo, l?abbrutimento e il degrado.
Può costruire e determinare il futuro".
Questa frase, Franco, me la sono trascritta per serbarne memoria .
Sempre.
Trovo che il regista abbia saputo trattare il tema in chiave originale e che sia sempre meglio ricordare certi fatti, piuttosto che accantonarli.
Credo di ricordare anche il giorno in cui si parlò a VE di scrivere questa rec, io , pur amando molto il film, non me la sentivo di scriverne....