Placido Michele

Un viaggio chiamato amore

Autore: 
Placido Michele

Del perduto amore, e del perduto tempo; delle illusioni, e della poesia; della sensualità, e della lucidità. Questi potevano essere i temi dell’ultima, mediocre pellicola di Michele Placido: il regista, purtroppo, non ha saputo liberarsi dal cliché melodrammatico della tragedia sentimentale ed ha descritto una storia d’amore tra due artisti senza neppure illudere il pubblico che di artisti si trattasse.  Questo viaggio nel crepuscolo dei giorni di Dino Campana si concentra sulla contrastata e intensa relazione tra il poeta dei “Canti Orfici” e la (molto mediocre) letterata Sibilla Aleramo: la narrazione s’avvia proprio a partire dal principio del carteggio, e si sviluppa sino a concludersi con l’ultimo e definitivo internamento del Campana. Non si domandava all’opera – era obbiettivamente una richiesta utopica – una lettura dell’arte poetica dell’artista di Marradi: si prospettava, fin dal titolo, una (corretta) ricostruzione della perturbante relazione tra l’allora illustre sconosciuto(e abbondantemente ostracizzato) artista e l’allora popolare scrittrice, nota più per le innumerevoli liaisons in ambito letterario che per la produzione letteraria stessa. Tuttavia è un peccato che questa recente tendenza a introdurre poeti e letterati nelle trame cinematografiche(penso a “Poeti dall’Inferno” o a “Wilde”, per intenderci)non sappia esimersi dall’incentrarsi quasi esclusivamente sulle (romanzate)vicende biografiche dei personaggi, senza evitare imbarazzanti manierismi e neppure troppo velati compromessi melodrammatici con il pubblico: sostanzialmente si gioca sulla superficie profonda, si va a cercare il dettaglio minimo(prima segreto) d’un sentimento o d’una sensazione, escludendo quasi integralmente l’opera dell’artista dalla sua esistenza. Errore probabilmente imperdonabile in altri ambiti: questo biografismo è più giornalistico e scandalistico che letterario, è una semplificazione a volte irritante d’uno spessore profondo d’una mente o d’uno spirito, e può essere giustificato esclusivamente se volto a introdurre nel pubblico una figura altrimenti trascurata o abbandonata. Se qualche spettatore si rivolgerà ad una libreria, il giorno successivo alla visione del film, domandando una copia dei “Canti Orfici” di Campana o del “Dorian Gray” di Wilde o della “Stagione all’Inferno” di Rimbaud, narrarne la vita avrà avuto senso: altrimenti si sarà trattato di una indecorosa appropriazione delle vicende biografiche d’un artista, d’uno sfruttamento bieco della sua popolarità per attirare pubblico nelle sale.

Uscendo dal cinema mi domandavo, parlando con un amico, cosa sarebbe cambiato se questo film avesse avuto come protagonisti un oscuro impiegato e una meno oscura dirigente d’una azienda: sfortunatamente, entrambi ritenevamo che sarebbe mutato ben poco, ai fini del corretto sviluppo della storia. Della poesia di Campana e della prosa della Aleramo rimane nel film una suggestione superficiale e trivialotta: l’ambiente letterario è tratteggiato a tinte fosche, Papini  Soffici e compagnia sono soporiferi e sonnolenti, ombrosi e arroganti; l’attenzione si volge alle stranezze e alle alterazioni comportamentali del Campana, ed era proprio ciò che andava evitato per impedire letture errate della sua opera da parte di futuri lettori estranei alla sua produzione artistica.

Non fatico a immaginare che questa interpretazione di Placido del Campana potrà (ahimè) soggiogare la psiche di qualche adolescente in vena di imbarazzanti narcisismi e di pose tragiche, o peggio ancora di qualche imbrattacarte frustrato pronto a identificarsi nel “folle” artista di turno: a questa fascia di pubblico posso segnalare con fiducia la splendida biografia romanzata del Campana curata da Sebastiano Vassalli: “La notte della cometa”, Einaudi, Torino, 1984, confidando che il lettore possa ricostruire con immediata facilità l’immagine del poeta corrotta da questa pellicola.    

Una grande occasione sprecata: ma egualmente da applaudire qualora suggerisse ad altri registi di volgere cura amore e rinnovata passione ai letterati e alla Letteratura. Fatico a immaginare che si possa raccontare la biografia di Montale, di Sbarbaro o di Ungaretti, per intenderci: chissà mai che non si possa, all’opposto, rappresentare la loro poesia sorvolando sulle loro esperienze biografiche. Un giorno, forse. Sperimentare, sperimentare: altrimenti, si precipita nella novella per sartine, in qualsiasi esperienza estetica. Dell’amore di un uomo e di una donna, dunque: fino alla dissoluzione del legame, attraverso erotismo, violenza e follia. Niente di nuovo. L’interpretazione di Accorsi non è credibile: il suo è un Dino Campana non più nevrastenico, ma isterico e fanciullesco: totalmente irreale l’interpretazione dei momenti d’ispirazione dell’artista, fatalmente stereotipate le esplosioni nelle colluttazioni con la Aleramo. Peccato. (Coppa Volpi: giuria?). L’interpretazione della Morante è stranamente poco seducente e decisamente – sembra un paradosso – meno erotica rispetto a qualche scena della Stanza del Figlio: l’adesione al personaggio sembra forzata e farraginosa, francamente molto poco convincente.  Merito della sceneggiatura è aver rispettato filologicamente il corso degli eventi: c’è qualche cortocircuito fastidioso, si pensi alla quasi completa assenza di allusioni agli elettrochoc subiti dal Campana(perché si presenta, ad un tratto, come Dino Edison? Cosa ne può sapere il pubblico?), oppure all’approvazione che qualche letterato sembra dare alla sua opera in presenza della Aleramo: in vita, il nostro venne reputato un “poeta primitivo” e un mediocre dai critici, difficile immaginare che la sua considerazione fosse segretamente così elevata, almeno sulla base dei documenti e degli studi sino ad ora pubblicati: tuttavia, questi errori rientrano nel discorso precedente, ossia nel cerebrale manierismo di chi ha cercato di semplificare e generalizzare per accontentare il pubblico. Non crediate che Campana fosse così considerato e così conosciuto: era ostracizzato e ghettizzato, all’opposto, e totalmente trascurato. Da qualche decennio stanno cambiando le cose: merito essenzialmente di Sebastiano Vassalli.

Piacevole e convincente qualche dialogo; fuori luogo la sovrapposizione delle immagini del passato della protagonista con la rappresentazione del carteggio Campana-Aleramo; film deludente da un punto di vista letterario ma degno di una serata di puro disimpegno.

Regia: Michele Placido.

Soggetto e Sceneggiatura: Michele Placido, Diego Ribon, Heidrun Schleef.

Tratto dal carteggio di: Dino Campana e Sibilla Aleramo.

Direttore della fotografia: Luca Bigazzi.

Montaggio: Esmeralda Calabria.

Interpreti principali: Stefano Accorsi, Laura Morante, Alessandro Haber, Galatea Ranzi, Diego Ribon, Dario Bandiera, Andrea Coppola, Michele Melega. 

Musica originale: Carlo Crivelli.

Produzione: Marco Chimenz, Bruno Ridolfi, Giovanni Stabilini e Riccardo Tozzi.

Origine: Italia, 2001.

Durata: 96 minuti.


PLACIDO in LANKELOT

 

Lankelot, G.F., Settembre del 2002.


A proposito invece dell’opera di Campana, su lankelot:

Campana - Canti orfici di franchi
Campana - Canti Orfici di marina-monego
Campana – Canti Orfici: Firenze (Uffizii) di monnalisa

ISBN/EAN: 
8032807002422

Commenti

Dedicata a Sebastiano Vassalli, che mi ha insegnato a leggere Dino Campana.

"Non si domandava all?opera ? era obbiettivamente una richiesta utopica ? una lettura dell?arte poetica dell?artista di Marradi: si prospettava, fin dal titolo, una (corretta) ricostruzione della perturbante relazione tra l?allora illustre sconosciuto(e abbondantemente ostracizzato) artista e l?allora popolare scrittrice, nota più per le innumerevoli liaisons in ambito letterario che per la produzione letteraria stessa".
Perfetto, sono più che d'accordo.

Ecco dove si è sbagliata la critica nel giudicarlo completamente negativo: Placido non ha voluto ricostruire la storia del poeta e della scrittrice e delle loro opere. Ha ritratto, con scene bellissime, il fuoco, la violenza, l'ossessione, la malattia, il disagio.
E, secondo me,i due interpreti si sono decisamente calati nel ruolo: di una bellezza forte e suggestiva, morbida e altera, quella della Morante, vigorosa e ingenua quella dell?Accorsi.

Grazie, Gianfranco, l'ho trovato quasi buono.

Raffaella

"il fuoco, la violenza, l?ossessione, la malattia, il disagio".

> come no. Ma quanto era "placido" e quanto campaniano? La questione è tutta qui, a ben guardare;)

Film pessimo, sono sostanzialmente d'accordo con te. Anzi, ci sarei andato giù ancora più pesante. Soprattutto sulla prova di Accorsi, prossima al ridicolo.

"Ma quanto era ?placido? e quanto campaniano? La questione è tutta qui, a ben guardare;)

Non ci avevo pensato, Gianfranco: hai perfettamente ragione.

Raffaella

"l?attenzione si volge alle stranezze e alle alterazioni comportamentali del Campana, ed era proprio ciò che andava evitato per impedire letture errate della sua opera da parte di futuri lettori estranei alla sua produzione artistica."
Esatto, concordo in pieno con le tue osservazioni. Lo vidi in dvd: è stato una delusione, mi aspettavo molto di più e invece mi ha lasciato un'impressione mediocre, mi sembra faccia vedere quasi solo il "matto" Campana.

PLACIDO - locandine, ean,

PLACIDO - locandine, ean, archivio MP x 3 pz

Opzioni visualizzazione commenti

Seleziona il tuo modo preferito per visualizzare i commenti e premi "Salva impostazioni" per attivare i cambiamenti.