“The PURR–fect CAT: c’è bisogno di una bella manicure per questi artigli!”
L’Io si presta ad una serie infinita di incastri nelle profondità dell’anima. Il difficile è cercare di separare i pezzi ribelli da quelli combacianti prima di dar corso all’operazione denominata “analisi”. Difficilmente si riesce a far emergere tutte le mille sfaccettature della natura dell’Io; difficilmente si riesce ad interpretarle senza rischiare la perdita dell’equilibrio.
Il destino, poi, sembra prediligere una o l’altra di queste varianti a seconda dell’umore giocoso con cui maneggia la vita degli uomini.
Chi le definisce “coincidenze” prova ad interpretare la simbologia espressa dalle cose per tentar di comprenderle a fondo. Chi non si pone alcuna domanda, e probabilmente fa bene, le gusta così come esse si presentano nella loro tangibilità.
Mi sento temporaneamente come un pesce fuor d’acqua e preferisco far finta di nulla, tralasciando sia l’una che l’altra strada.
Oddio, l’esser “pesce” in questo frangente, tra artigli e code, non è cosa buona e giusta. Meglio cambiar abito adattandosi a quello che offre il convento.
Non provavo il minimo desiderio di vedere questo film, eppure qualcosa ha scelto per me. Non si creda a qualche mirabile colpo di fulmine avvenuto nei pressi della sala di proiezione! nulla di tutto questo. Semplicemente la fila (o meglio scrivere la coda?) mi aveva fatto perdere qualsiasi chance nel voler conquistare il biglietto del film prescelto. E non aggiungo altro. Una lunga serie di improperi irripetibili potrebbero scaturire dalla mia penna non tanto virtuale contro me stessa ed i miei ritardi. ”
a million flashes,
a million smiles
and on the catwalk
she flats in style”, Hope Vol. 2 - Apocalyptica
Acciambellata nella mia poltrona tutta blu (“...blu blu blu blu blu di Paul Newman – Supertelegattone") mi accingevo a far le fusa a questo film tutto al femminile. Non avevo proprio voglia di ronfare. Forse avrei dovuto portar da casa un bel gomitolo da far girare tra una mano e l’altra.
Ah sì, è bene che lo confessi subito, senza perdermi in inutili preamboli. Mi piace vedere le donne ogni tanto prendere la frusta…ops, le “redini” in mano; il mio piccolo lato di “femminista ad oltranza” emerge in tutto il suo splendore.
Per un attimo faccio un salto nel mondo dei ricordi con ovvio ritorno brusco alla realtà ordinaria delle cose.
Aspettate, dunque…che mi svegli.
Sto pensando a quanto ammirassi “Wonder Woman”, l’unica vera antagonista femminile di Superman (“Supergirl” era una pallida imitazione, la cuginetta striminzita, insomma): entrambi supereroi, entrambi “alieni” da quella che è la razza umana, entrambi dotati di soli occhiali per divenire persone terrestri comuni. Tra me e me, mi dico “diavolo, i colori degli abiti di scena erano pressoché identici!”
Volete che io non adorassi l’una e l’altro?
Sto pensando anche ad una “Donna bionica” ed esclamo ancora “diavolo, che salti che sapeva compiere!”. Eppure lei era umana.
Su, scartiamo questa idea. Senza “L’ uomo da sei milioni di dollari” potrei correre da sola per secoli. E sai la noia!
“Catwoman”, invece, non era in cima alla lista delle mie preferenze. I suoi lati oscuri non riuscivano a coinvolgermi, almeno ai tempi in cui le visioni della vita erano chiare. Ora gli occhi felini tentano di farsi strada nella nebbia e la sua anima mi è “sorella”. Probabilmente sarà l’età, sarà l’effetto delle mutazioni dell’anima, o sarà semplicemente che oggi sono dotata più di ieri di artigli felini. Chissà se prima o poi mi soffermerò a pensare a cosa stia accadendo in realtà.
Ahimé, si deve tornare alla dura poltrona di quest’oscuro schermo che spero non mi renda una donna-licantropo. Questo difficilmente sarei disposta ad accettarlo. Ogni tanto lo vedo ondeggiare e divenire tondo come questa luna piena che, in tutto il suo splendore, illumina la gatta persa tra i tetti di una città dormiente.
E’ uno scherzo che vuole tentare di incatenare la mia anima. E’ l’effetto della colonna sonora che si appresta, come già accadde in Vidocq (“Apocalyptica – Hope Vol.2”), a deviare la mia mente verso percorsi più oscuri e profondi.
Un tranello attende nell’ombra. La luna ha ancora quell’effetto deleterio distillando, goccia su goccia, un ipnotico effetto immaginario.
Ho bisogno di carta e penna; al momento ne sono sprovvista. La sabbia in questo luogo non c’è; potrei utilizzare il cellulare, ma se accendo una lucina bianca in questa oscurità sarò flagellata, già lo immagino. Utilizzerò la memoria.
Le immagini scorrono pigre sullo schermo, accompagnate dalle scritte che annunciano “chi farà chi” e “chi farà cosa”.
Non riesco a leggerle neppure, la miopia si appresta ad accelerare il suo corso. In questo momento tento di convincere me stessa che è perfettamente inutile che mi intestardisca a voler indossare le lenti a contatto in un cinema. Una lezione che dovrò tener in considerazione per una prossima volta. Allora, forse, non era lo schermo ad apparire tondo come la luna, ma semplicemente le lenti stavano girando attorno alle mie pupille per assorbire l’oscurità.
Eh no! non può trovar ispirazione anche dai titoli di Catwoman!
“Il gatto lecca raggi di luna
nella scodella dell’acqua
pensando che siano latte”, Proverbio Indù
L’effigie benevola di Bastet, la dea egizia, figlia di Ra, appare sullo schermo in tutta la sua grandezza.
Da leone a gatto, da argilla a divinità, la sua duplicità di sole e luna, di caratteri contrapposti la rendono unica, così come unica è la donna. Simbolo posto a protezione della femminilità, “Lei” è “l’occhio della Luna”.
E ci risiamo. Sento già di poter iniziare ad ululare da un momento all’altro.
Attorno alla dea egizia una razza singolare, l’Egyptian Mau, uno dei gatti più antichi esistenti al mondo. Puro, con il suo mantello maculato, corre attraverso i tempi superando le barriere della perversione umana. E’ l’unico a rimanere intatto e, per questa sua natura, potrà ispirare una storia di “magia felina”.
Quel gatto arriva in America nel 1940 al seguito di una principessa russa e da lui discenderà il gatto “Midnight”, vero protagonista di questo film.
Le immagini continuano a scorrere come piccoli fotogrammi di una memoria storica fatta di “donne per le donne”.
Storie di gatti e di streghe, i tempi atroci del “Malleus Maleficarum”, quando le istituzioni ecclesiastiche diffusero l’idea che gli animali, il gatto prima di tutti gli altri, erano demoni inferiori. L’essere felino adorato un tempo come una divinità, oggetto di riti sacrali, diviene così il simbolo del male per eccellenza, il demonio e, come tale, arso sul rogo unitamente alla sua compagna umana, la donna-strega.
I tempi, poi, si stringono attorno al comune sentire e quei gatti diventano addomesticati simboli di pura compagnia.
La “magia felina”, tuttavia, sopravvive alla contaminazione delle razze, agli incroci e alle aggressioni della mano dell’uomo, conservando intatto il suo spirito “divino” (che non è “di-vino”).
“Is there a tumour in your humour,
Are there bags under your eyes?
Do you leave dents where you sit,
Are you getting on a bit?
Will you survive
Dopo aver gustato, non senza conseguenze, una tale suggestione catartica si è pronti ad assorbire il resto del film lanciato tra le tortuose vie della storia felina.
Arriviamo, quindi, alla nostra storia e a quella ragazza impacciata, timida ed insicura alle prese con il mondo del lavoro.
Ma come si fa ad esser così e chiamarsi Halle Berry? Avrebbero potuto utilizzare pure una bella maschera da mettere sul viso della fanciulla, perché già di per sé non è molto credibile. I boccoli che le scendono sulle spalle si muovono e si ricompongono ad ogni colpo di testa come “vero colpo di lacca potente vuole”. E vorrebbero farci credere che trattasi di una povera “sfigata”?
Provo a tener le mie considerazioni per un altro momento. Vedremo quanto potrò resistere.
Collasso da “mobbing” si può chiamare, quando il capo ti strilla contro, minuto dopo minuto, dopo averti ampiamente rimproverata sulla scelta di un colore diverso rispetto a quello che ti aveva richiesto. Peccato che quello era il campione da lui stesso ordinato per il bozzetto di una campagna pubblicitaria atta a promuovere una crema “miracolosa” in tutto il mondo. Staresti lì a sbranartelo quando sta per licenziarti, ben sapendo che sei un’artista di talento e che lui è un pazzo furioso. Ma lei annuisce. Per aver compreso male i suoi desideri è pronta a chiedere perdono. Certo con un nome come il suo, “Patience”, non si potrebbe esser tanto diversi. Il nome è il segno del nostro destino, nel bene e nel male.
La solidarietà di una donna-sorella, tuttavia, viene in aiuto attraverso Laurel , la moglie di questo mostro di un capo che, nella sua magnanimità per un essere inferiore, è pronta a contraddirlo davanti alla schiera dei “deboli”.
Le donne sanno essere solidali quando non trovano in un’altra donna una minaccia ed in quel momento, Patience, è un topolino spaurito a cui sta per esser infilata la zampetta nella trappola. Quanto saprà cambiare quella donna di fronte a Catwoman!
Lo stress di questa ragazza, tuttavia, non si riduce solo alle problematiche lavorative. Come poter, infatti, sopportare un rumore infernale alle 4 di mattina quando il giorno dopo si deve mettere mano al progetto pubblicitario che ti costerà il lavoro, nonché il pane da mettere sotto i denti?
Una flebile voce proviene dalla sua gola per chiedere agli imponenti vicini tutti “muscoli-tatuaggi-barba-e-capelli lunghi” di abbassare il volume dello stereo che rimbomba fino all’altra parte della città. Un po’ come abitare accanto ai binari dell’alta velocità, senza uno stop nelle vicinanze.
Lei, Santa Pazienza, non può far altro che soccombere.
Quel bellissimo gatto poi che decide di saltar su di una sporgenza per convincerla a salvarlo, proprio 10 minuti prima di uscir di casa. E non dite voi che un poliziotto si debba trovare nelle vicinanze scambiando quella ragazza appesa al davanzale della finestra per una possibile suicida?
Che figura pietosa che fai, Patience? Il gatto è sparito. Non c’è nessuno che possa dimostrare che tu stia dicendo la verità sul perché ti trovassi in quella posizione.
E volete credere che per consegnare il suo lavoro alle ore 24,00 di un giorno qualsiasi, in una strada isolata, sia pronta a scoprire un segreto che le costerà questa volta non solo il lavoro, ma anche la vita.
E no…un volo negli abissi più profondi e per lei cambia tutto. Non credevo bastasse così “poco”. In effetti ci si potrebbe anche pensare.
I gatti non muoiono così presto, ma Patience non lo è ancora diventata.
Tra le acque torbide in cui è caduta si vede roteare il suo corpo mentre Midnight la osserva da terra. E’ tutto pronto perché un miracolo si compia con una luna che colora di riflessi argentei la zona intorno.
Una nutrita schiera di silenziosi felini si accingono a descrivere un cerchio con i loro piccoli corpi mentre, sul corpo della donna, avanza il regale Egyptian Mau, pronto a darle un dono prezioso, la felinità che le mancava.
Per un attimo ho temuto che Midnight le facesse un massaggio cardiaco, ma era, per l’appunto, la mia immaginazione.
Patience, com’era ovvio che accadesse, torna a casa e da lì inizia la vita della “donna-gatto”.
“Io speriamo che me la cavo”
Il regista francese Pitof, che già dal nome d’arte pare personaggio assai particolare, ci ha resi avvezzi alle sue stravaganti visioni e la sua mano si riconosce sin dai primi istanti. E con questo non voglio dire che in un improbabile errore di ripresa appaiano le sue dita sullo schermo! non è detto che non vi siano, in effetti. Solo che io non le ho scorte, a parte qualche imprecisione nelle immagini della storia-gatta.
Più che dare il meglio di sé, imparando dagli errori passati, non fa altro che regredire in un’esercitazione da piccole manovre alla regia che, si è capito, non è esattamente nelle sue corde. Meglio tornare agli effetti speciali per cui ha talento, senza che qualcuno abbia timore nel doverlo licenziare.
E proprio questi, gli effetti speciali, sono il punto forte del film. La gattona fa miracoli su quei tetti, inguainata nella sua tenera tutina color nero. Da soli, purtroppo, non bastano, anche perché le scene producono il classico risultato del deja vu.
Stupende, invece, le visioni della città e del salto negli abissi di Patience. Colori ed atmosfere lunari che si ripetono durante la scena della magia felina. A questo punto si potrebbe restare a bocca aperta, ma il film non fornisce altri scuotimenti della mente. Si rischia di trovarsi una mangrovia tra le fauci e così è stato.
Gli sforzi economici della produzione sono stati imponenti e decidere di lasciarne una buona fetta nelle tasche di Halle Berry, nonché di Sharon Stone, non rendono giustizia ad un mondo, quello fumettistico, ormai indecorosamente sfruttato.
Certo, mi mancheranno le scelte musicali presenti nei film di Pitof ma, se in Vidocq ho voluto veder per forza quello che non c’era, basandomi esclusivamente sulle sensazioni date dalla colonna sonora, dalle ispirazioni esoteriche della sua trama, dalle inquadrature barocche, ora non ci sono più scuse.
Pitof non ha avuto “naso” neppure per individuare il periodo migliore per l’uscita di questo film. A pochi giorni dall’arrivo di “Spiderman” (secondo capitolo) non poteva non pensare ad una strage di “Catwoman”. Evidentemente aveva la coda ben piantata nella sua sicurezza. Un vero peccato, perché le idee non mancavano.
Il tranello, Pitof, lo ha architettato con tutti gli accorgimenti del caso. Eppure la sua arte si ferma purtroppo a dieci minuti dall’inizio ed i soldi del biglietto non sono esattamente quelli di un cortometraggio.
“Ci vuole santa pazienza...”
Cosa manca al film?
Manca la trama, la sceneggiatura, una storia saporita e pepata che sappia essere il vulcano da far esplodere sotto le zampe della micetta.
Una storia al confine della realtà e dell’irrealtà…e magari fosse vero!
L’intreccio amoroso è perso, banalizzato da situazioni al limite della decenza.
Lui, il bello di turno, ovviamente non la riconosce, e pazienza. Si sa che gli uomini difficilmente prestano attenzione a certi particolari. Non si fida di lei quando tutti gli indizi la rendono “colpevole” e poi, misteriosamente, scopre il complotto ordito ai danni di Catwoman. Semplicemente perché ha deciso di credere ad un’amica. C’è qualche pezzo mancante? Qualche scena tagliata male? Insomma, volete dare un po’ di spessore psicologico a questo conflitto amoroso, tra il poliziotto e la finta-criminale? Volete rendere assennato quel viso di “Benjamin Bratt” che qualsiasi cosa faccia sembra esattamente uguale all’altra?
L’unica luce negli occhi la si nota quando Patience gioca a pallacanestro con lui sulle note di “Outrageous” di Britney Spears.
Movenze spettacolari, lo devo riconoscere, che sarebbero fonte di ispirazione perpetua per certo nostrano regista, qual è Tinto Brass.
Ed ancora deve venire il bello.
Gli altri attori non è che danno valore aggiunto in termini di espressività. Non hanno charme a sufficienza per ridare smalto ad un’atmosfera che già per principio doveva esser magica.
I due simpatici colleghi di lavoro di Patience sono una delle piccole note di colore di “gattolandia”, ma sono piccoli sprazzi di gustosa felicità in mezzo al mare del nulla. Devo sottolineare, inoltre, che trattasi sempre di medesimi personaggi che troviamo accanto alla ragazza “sfortunata” di sempre. L’amica golosa a caccia di un padre per i figli che non ha ed il gay pronti a renderla allegra nei momenti di maggiore sconforto. Vi sembra di conoscere questi due personaggi? Vi sembra di averli già notati in almeno un centinaio di film? Bene, li troviamo anche in Catwoman.
“Lambert Wilson”, uno dei miei idoli dell’adolescenza (e chi poteva dimenticarlo dopo averlo visto principe del deserto in “Sahara”, ne “Il tempo delle mele 2”, o ancora nel primo e unico live action su “Lady Oscar”!), sfracellato su un copione che pare scritto da un ragazzino delle elementari. Ora non potrò più dimenticare la sua faccia, ma in questo film, purtroppo. Come si dice in questi casi: “mi è cascato un mito”.
“Sharon Stone”, reduce da una serie di ritocchi facciali non proprio lievi, è una maschera neutra, quelle che non hanno neppure l’odore della frutta succosa, quelle che ti spalmi sul viso un sabato sera per un’uscita imprevista, maledicendoti per non aver una bella scorta in casa del tipo che preferisci. Già si faceva fatica a guardarne le espressioni in tempi di maggiore elasticità della pelle. Ora è impossibile comprendere le sue emozioni e non perché così la vuole il film, ma perché non ne ha.
Il suo è un personaggio perfettamente in stile con ciò che è diventata. La sua pelle è di marmo nella finzione come nella realtà. E’ inutile tentare di nasconderlo, anche i suoi più accaniti fans dovranno riconoscere questa sua peculiarità.
Solidale con i deboli che non possono minacciarla, diviene una specie di automa guerriero per combattere chi tenta di disfare il suo sacro mondo.
Una lotta tra il bianco ed il nero, così come i vestiti che indossano entrambe le creature femminili, ma i contorni non sono poi così netti.
Laurel è il male creato da una bellezza naturale distrutta da quella artificiale. Le creme sono come una droga a cui non può resistere. Per 15 anni testimonial indiscussa di un prodotto miracoloso, viene tristemente messa da parte per una pelle più giovane, fresca e, aggiungo, meno marmorea. Da qui allo scatenare la ferocia di una donna ferita ed umiliata, il passo è breve.
"Capitolo…a parte"
Veniamo a lei.
Catwoman è una lenta, lunga passerella felina.
“Halle Berry” ancheggia sinuosamente per tutto il film, salvo quando inciampa prima di diventare la donna-gatto, facendosi sfuggire l’occasione di un approfondimento psicologico della mutazione felina.
Nella sua tutina nera super aderente, con tanto di strappi artigliati con meticolosità ed appoggiati in parti che non devono sfuggire all’attenzione, non ha di meglio da fare che sfilare sui sandali dai tacchi alti.
Sandali? Ma chi ha creato il suo costume? Quale scempio di donna-gatto hanno voluto creare con quelle calzature ridicole e fuori luogo? Si sarebbero intonati meglio un paio di stivali con tacco acuminato, come i suoi artigli di diamanti e non quelle calzature ridicole adatte alla bella stagione con tanto di smalto rosso sulle unghie. Il costume è quello regalato dagli amici per le ghiotte occasioni, ma per carità non è adatto per una seconda uscita.
Una donna non può non notare certe tendenze modaiole e quella gattina perde decisamente in stile e felinità.
Non è colpa sua, naturalmente. Pitof ha dichiarato di non aver voluto rispettare i canoni tradizionali della Catwoman di Bob Kane e certamente si vede. Selina non esiste più, al suo posto troviamo Patience. Già da questa differenza di nomi si nota la mutazione felina molto più ammorbidita.
Halle Berry, tuttavia, lo si riconosce, si è impegnata a costruire il suo fisico e renderlo elastico come quello di un gatto. Toccava ad altri dare spessore a quei passi felini. Il suo lavoro l’ha portato a termine egregiamente, portandosi dietro un’eredità, quella di Michelle Pfeiffer, molto difficile da gestire. La sua Catwoman è sicuramente originale, ma incompleta.
Il suo essere non è votato completamente al bene. Le sue tentazioni, a volte, sono più forti della sua anima pura. Il suo essere oscuro, tuttavia, non emerge fino in fondo. Dopo aver svaligiato una gioielleria, si appresta a tornare sui suoi passi restituendo il malloppo con tante scuse per il disturbo creato, pasticcini compresi. Certo una preziosa collana la conserverà per farne degli artigli diamantati, ma è poca cosa rispetto a quello che poteva essere e non è stato.
Come può una persona notare che il suo stile, il suo atteggiamento, il suo modo di essere sta subendo delle trasformazioni senza aver almeno un principio di attacco di panico? Soprattutto se si tiene in considerazione che questa persona è una sensibile pittrice che, per sopravvivere, fa la grafica pubblicitaria.
Il primo risveglio lo ha su una trave del soffitto; parla al telefono camminando a piedi nudi sulla spalliera del divano, non priva di pericoli per l’equilibrio; mangia scatolette per gatti con gusto e senza provar sazietà; dopo aver subito per anni, riesce finalmente a sfondare la porta dei suoi rumorosi vicini e ad esplodere con tutta la sua furia, frusta compresa, sulle casse e sui simpaticoni che si trovano con la festa rovinata (realizzando il sogno di quasi tutte le donne); è attirata magicamente dall’erba gatta; si aggancia alla vetrina di una gioielleria come se fosse la cosa più bella di questo mondo. No, qui in realtà ci siamo! è un atteggiamento quasi normale!
Una donna che aspetta il suo primo appuntamento e si trova un brufolo in viso, avrebbe sicuramente una reazione più isterica di quella che ha lei.
L’unico suo pensiero è quello di trovare la proprietaria di quello strano gatto apparso all’improvviso nella sua vita per farsi rivelare la causa di queste stranezze.
Una donna particolare ed affascinante. Ci si aspetterebbe da lei una confessione autentica di sorellanza del tipo “sì, ero anche io come te”. Si limita, invece, ad un racconto di estraneità, anche se svariati dubbi emergono sul suo passato dopo aver regalato a Patience una maschera di donna-gatto.
Per una frazione pare ripetersi la magia di quei primi dieci minuti con i racconti della natura felina donata da quella razza di gatto egizio, ma il tutto si dissolve come una nuvola di fumo artificiale.
“La libertà è potere”
E Patience, ormai Catwoman, se la prende tutta.
Sui titoli di coda sento di aver il manto irto ed arruffato, vorrei esser spietata, ma non posso, in fondo la natura felina fa parte di me e conosco la parola “sorellanza” nella sua profonda accezione esoterica.
Mi metto ancor più comoda su questa poltrona blu e aspetto l’uscita di tutti i sequel e contro sequel. Vedremo cosa mi riserverà il destino, questa volta.
“Tra tutte le creature di Dio
ce n’è una sola che non può
essere resa schiava dalla frusta.
questa creatura è il gatto”, Mark Twain.
Regia: Pitof. Soggetto e Sceneggiatura:John Brancato - Michael Ferris - John Rogers. Direttore della fotografia:Thierry Arbogast. Montaggio:Sylvie Landra. Costumi: Angus Strathie. Interpreti principali:Halle Berry, Benjamin Bratt, Sharon Stone, Lambert Wilson, Frances Conroy, Alex Borstein, Michael Massee, Byron Mann. Musica originale: Graeme Revell, Klaus Badelt, William Orbit. Produzione: Warner Bros. Origine:Usa, 2004. Durata: 104 minuti.
Originariamente apparsa su ciao e Lankelot.com.
Commenti
e...a proposito di gatti...la regina di gattolandia...
ricordo ancora michelle pfeiffer in un batman...
2.:)
"?Il gatto lecca raggi di luna
nella scodella dell?acqua
pensando che siano latte?, Proverbio Indù
L?effigie benevola di Bastet, la dea egizia, figlia di Ra, appare sullo schermo in tutta la sua grandezza.
Da leone a gatto, da argilla a divinità, la sua duplicità di sole e luna, di caratteri contrapposti la rendono unica, così come unica è la donna. Simbolo posto a protezione della femminilità, ?Lei? è ?l?occhio della Luna?. "
> Quanto, quanto, quanto hai ingentilito quest'opera:)
Un'analisi di lusso per un blockbuster che mi è sfuggito a suo tempo (ma non più a lungo, a questo punto).
Ottima mov.
"?Tra tutte le creature di Dio
ce n?è una sola che non può
essere resa schiava dalla frusta.
questa creatura è il gatto?, Mark Twain.
> e che clausola. Una scheda divertente, intelligente e completa: siamo dalle parti del saggio breve:). Molto ben fatto - come sempre.
L'incipit mi aveva affascinata. Ero da poco rientrata dalle vacanze...ed io sono molto sensibile ai riflessi lunari...;)
il film è una boiata bestiale ma questo è uno dei pzzi più pirotecnici che abbia mai letto. Un inchino!
?Lambert Wilson?, uno dei miei idoli dell?adolescenza (e chi poteva dimenticarlo dopo averlo visto principe del deserto in ?Sahara?, ne ?Il tempo delle mele 2?, o ancora nel primo e unico live action su ?Lady oscar?!), sfracellato su un copione che pare scritto da un ragazzino delle elementari. Ora non potrò più dimenticare la sua faccia, ma in questo film, purtroppo. Come si dice in questi casi: ?mi è cascato un mito?.
:)))))
7 e 8 :))))
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