Pasolini Pier Paolo

Uccellacci e uccellini

Autore: 
Pasolini Pier Paolo

Totò e il figlio Ninetto, due pellegrini su una via ai margini del mondo, incontrano un corvo parlante che narra loro una storia lontana qualche secolo. È la storia di Uccellacci e uccellini:

1200. Due frati poverelli vengono inviati da San Francesco ad evangelizzare gli uccelli. Due sono le categorie: i falchi-uccellacci e i passeretti-uccellini: gli uni prepotenti, gli altri umili. La perspicacia di Frate Ciccillo, dopo un anno di paziente attesa e invocazioni al signore, consente la prima opera d’evangelizzazione dei falchi: risuona amore nell’impercettibile loro linguaggio. Dopo alterne peripezie, il frate in questione ottiene il medesimo successo anche con i passeretti: anche il loro è un canto d’amore. D’improvviso, un falco uccide un passeretto. Perché? “È la loro natura” - spiega Francesco, uccellacci e uccellini amano il signore, ma tra loro sono antagonisti. “Bisogna cambiare il mondo, la disuguaglianza è minaccia per la pace” - sentenzia Francesco, indicando ai fraticelli l’unica via possibile per la redenzione dei volatili: la fede nel signore ed un linguaggio comune per tutti gli esseri viventi.
 
Il corvo è messaggero d’una ideologia in decadenza. Il marxismo mostra le sue crepe, ma lui è un’intellettuale di sinistra che cerca uditori per un ultimo messaggio. Li trova in Totò e Ninetto e li accompagna sulla loro strada fino ad un epilogo sarcastico e affatto consolatorio. Uccellacci e uccellini sono gli uomini, ognuno per sé e divisi dalla diversità. E il sogno collettivo muore. Rinascerà a vita nuova? 

Fiaba metaforica, allegoria simbolica e narrazione lirica si mescolano magistralmente in questa pellicola insolita con cui Pasolini allontana la tensione drammatica dei lungometraggi precedenti. Il corvo, co-protagonista con Totò e Ninetto, dice loro di venire da lontano: “ Il mio paese si chiama Ideologia. I miei genitori sono il dubbio e la coscienza”. Il corvo parla a nome del poeta friulano ed esprime il dubbio: ortodossia marxista-laicismo ideologico, e la coscienza: ricerca di un territorio comune in cui sfumare la differenza. L’orgoglio: per il trascorso politico e per l’ideologia scelta, e la consapevolezza: il domani annuncerà un nuovo messaggio d’uguaglianza. Anche se – e si comprenderà dall’epilogo – l’allegoria salvifica è ben lungi dall’essere il centro dell’opera pasoliniana. Il pessimismo di fondo si veste di sarcasmo e contempla un’umanità forse ancora impreparata al possibile risveglio. E come dargli torto! Andatosene oramai da un trentennio, Pasolini avrebbe assistito con dolore all’abominio del nostro tempo. Tempo che è andato oltre la sua profezia negativa. Peggiorandola ancor di più. Affrancatosi dagli intellettuali di professione oramai da tempo - ma vi aveva sempre mal convissuto -, l’artista friulano restituisce ancora una volta ai suoi volti semplici ed umili la dignità di rappresentare il suo pensiero in immagini. Anche in questo film incentrato sullo strano terzetto Totò-Davoli-corvo, egli non si nega la sua amata periferia romana, le sue maschere sottoproletarie e le sue incursioni poetico-letterarie. Lo fa, come spesso gli era capitato, dosando gli elementi per un cinema arduo e difficile, ma mai incomprensibile o saccente. Non si perde in peregrinazioni cervellotiche, è a suo modo diretto ed essenziale. Il bianco e nero esalta questa modalità espressiva e coinvolge lo spettatore amante  - non è un regista per tutti, è bene constatarlo - agendo su registri emotivi che non cercano l’immediatezza del ritorno emozionale. Crea suggestioni sottotraccia che vengono alla luce quando richiamiamo l’opera alla sua conclusione. Ma qui c’è anche di più. C’è Totò - oramai cieco per intero – che fornisce una prova maiuscola fatta di misura e stravaganza, sublimata da una mimica facciale che lo aveva già consacrato re in un diverso genere. È l’attore adatto per Pasolini, ne incarna la vena surreale e la malinconia di fondo. Le scene in cui invoca il signore sono stralci di poesia pura, da ricordare e da conservare. Una splendida fotografia completa l’opera. 

 

A mio giudizio, insieme a Mamma Roma, Teorema e Il Vangelo, Uccellacci e uccellini è la più compiuta opera cinematografica del poeta friulano. Per certi versi la più rappresentativa, volendo considerarla summa dei suoi motivi estetici, letterari, politici ed esistenziali. E lo dico da spettatore lontanissimo dall’ideologia marxista.
 
“Sono passate di moda le ideologie” - afferma il corvo intonando il suo de profundis. Erano gli anni Sessanta. Figuriamoci cosa direbbe oggi.  
 
Curiosità: XX Festival di Cannes: menzione speciale a Totò per l’interpretazione. Nastro d’argento a Pier Paolo Pasolini per il miglior soggetto originale e a Totò come miglior attore protagonista. Lo stesso Totò, la cui morte avvenne il 15 Aprile del 1967, collaborò ancora col poeta friulano in due storie contenute in film (le pellicole in questione sono: Le streghe e Capriccio all’italiana) a episodi dal titolo: La terra vista dalla luna e Che cosa sono le nuvole? Ma c’erano altri progetti comuni. Un vero peccato non aver avuto la possibilità di assistervi. 

Regia: Pier Paolo Pasolini. Soggetto, Sceneggiatura: Pier Paolo Pasolini. Direttore della fotografia: Tonino Delli Colli, Mario Bernardo. Scenografia: Luigi Scaccianoce. Costumi: Danilo Donati. Montaggio: Nino Baragli. Interpreti principali: Totò, Ninetto Davoli, Femi Benussi, Gabriele Baldini, Riccardo Redi, Lena Lin Solaro, Rossana di Rocco, Cesare Gelli, Vittorio La Paglia, Flaminia Siciliano, Renato Montalbano, Umberto Bevilacqua, Pietro Davoli. Musica originale: Ennio Morricone. Origine: Italia, 1965. Durata: 104 minuti.

 
PASOLINI in LANKELOT:
 
 
Léon.Ottobre 2005. Originariamente apparso su Lankelot.com
 
Al grande Antonio De Curtis, malinconico principe del grande schermo.
ISBN/EAN: 
8010020013166

Commenti

dicono fosse arruso questo regista

E' che fracassava il marxismo, e non era solo poesia. Ribellione dall'interno significa comprensione del sistema.

Detto da te è un bell'inno alla speranza tenace ;) Anche se non sempre dà profitto. Ma il profitto è una gran brutta coscienza, tremendamente comune e unanimamente insanabile, nel lungo periodo. Solo il sangue può.

Avanti. Ancora. Dì.

Mmm.

Solo il sangue cambia un Leviatano invincibile come il profitto mentale, quello a costo di ogni altra cosa. Non certo con le parole (suoni che oscillano ma non colpiscono).

Esistono suoni che non hanno bisogno di oscillare. Vivono per colpire e mutare le realtà.

"C?è Totò - oramai cieco per intero ? che fornisce una prova maiuscola fatta di misura e stravaganza...È l?attore adatto per Pasolini, ne incarna la vena surreale e la malinconia di fondo ". Ricordo l'episodio de "L'Oro di Napoli" dove Totò è un pazzariello vessato dal guappo che si è insediato e spadroneggia in casa sua. Quando questo guappo gli confessa di essere gravemente ammalato di cuore, Totò fa una smorfia sublime, un sorriso da (povero) diavolo. E quando quello gli dice che anche un rumore improvviso potrebbe provocargli lo spavento fatale, allora Totò comincia a impilare i piatti rimasti sul tavolo, con una lentezza esasperante, voluttuosa, facendo schioccare piatto e piatto e sognando il salvifico decesso. Questa scena mi ha riempito di meraviglia, perché va oltre la comicità, e sconfina nell'umorismo nero, nerissimo e perfino tragico: c'è dentro tutta la disperazione dell'uomo oppresso, tristamente consapevole della sua sorte e destinato alla sconfitta. Però Totò, anche quando è amaro resta sempre dispensatore di serenità, espressione di una comicità senza tempo, liberatoria, analgesica. E questo ne fa un genio e un benefattore.

Concordo, Totò è stato un genio, purtroppo sottovalutato. Soprattutto all'estero. Ma anche qui in Italia non gli hanno riconosciuto il giusto merito. Ha saputo essere tutto, e la sua comicità aveva molte sfaccettature, cinismo e sarcasmo tra queste.

Io odio quella scena. E' troppo maligna, non riesco a guardarla.

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