Pier Paolo Pasolini, già famoso poeta e narratore, si accosta per la prima volta al cinema con un’opera che richiama i motivi letterari che ne avevano contraddistinto una personalità ferocemente avversata dall’Italia del suo tempo.
Vittorio, detto Accattone (Franco Citti), è un pappone che sfrutta una giovane prostituta. Ha anche moglie e un figlio che gli si sono presto allontanati, vive di espedienti nell’estrema periferia romana. L’infortunio della sua protetta innesca una spirale discendente in cui Accattone si trova ben presto senza soldi e soprattutto senza cibo. Cercando senza successo di riavvicinarsi alla famiglia, conosce Stella, giovanissima e ingenua ragazza del sottoproletariato urbano. Se ne innamora, ma cerca di introdurla ugualmente alla prostituzione. Stella è comunque diversa dalle altre ragazze disperate: ancorché segnata dalla miseria, non riesce a calarsi in quel desolante ruolo, pur tentato per amore. Nell’ilarità dei più - gli altri disperati del luogo che vivevano d’espedienti -, Accattone cerca un vago riscatto nel lavoro di fatica - ma dura un giorno - per poter dare all’amata quel minimo di sicurezza e dignità. Vistosi inadatto, prova a rubare. L’epilogo è tragico.


Questo primo lungometraggio pasoliniano nacque dall’esigenza del poeta friulano di tradurre le sue idee in un diverso linguaggio artistico: il cinema. L’iter della pellicola fu molto travagliato per una molteplicità di motivi, primo dei quali la difficoltà di produrre l’opera. Il materiale che Pasolini fornì ai primi potenziali produttori era costituto da immagini in movimento e da fotografie delle borgate che inorridirono i tecnici, preoccupando non poco i supervisori delle scene (tra di essi Federico Fellini e Tullio Kezich). Trovato un nuovo produttore (Cino Del Duca), e ultimato il film, Pasolini incorse successivamente nei tagli della censura e nell’ottusità del perbenismo italico d’allora. Analizziamo separatamente i due presunti problemi.
TECNICA CINEMATOGRAFICA DI PIER PAOLO PASOLINI
Il comportamento che il regista aveva sul set fece storcere il naso a più d’un addetto ai lavori. Lunghe pause meditative e ricerca d’espressività inconsueta nei volti, nei paesaggi e nell’assemblaggio delle suggestioni sceniche, lasciarono interdetti molti di coloro che entrarono per la prima volta nel mondo - e nel modo - d’elaborazione artistica del poeta-letterato. Proprio perché uomo di lettere e di poesia, Pasolini aveva bisogno di costruire intorno a sé un ambiente che favorisse la sua vena creativa. Nulla era lasciato al caso, era un perfezionista puro. Ma a suo modo, non secondo gli stilemi classici del cinema così come allora era concepito. Ciò si palesò già – soprattutto - in Accattone, attraverso la scelta di immagini che privilegiassero una fotografia nitida ma molto contrastata, tutta affidata a primi piani statici (con visi che sembrano dipinti), controcampi panoramici e campi lunghi. In più, i movimenti della macchina da presa sono ridotti all’essenziale anche in scene particolarmente lunghe - in Accattone c’è ne è più d’una. In sintesi, una modalità registica alquanto imperfetta, se non addirittura dilettantesca. Può anche essere, ma è un’obiezione che in questo caso (come in altre opere del regista), non mina assolutamente la qualità artistica della pellicola. Pasolini è un poeta, è come tale disegna i movimenti della sua macchina da presa, tenuta in spalla, e maneggiata sempre personalmente, come se fossero versi d’una propria ode. Non si possono imporre regole ferree a chi ha come unica regola di vita l’assecondare il proprio moto creativo al suo sorgere, senza alcun compromesso.
CENSURA E IRA DEI “BENPENSANTI”: LA SCURE SULL’OPERA D’ARTE
Per quanto i motivi ideologico-esistenziali di Pier Paolo Pasolini mi siano spesso distanti, rivendico con passione e totale ammirazione verso l’artista - e per molti versi anche l’uomo - il diritto dovere di difendere l’opera poetica, letteraria e cinematografica di uomo solitario e malinconico, mal compreso e ostracizzato. Ma artista vero e col pregio d’essere antagonista. Già da Accattone, ma ancor prima nelle opere letterarie, Pasolini fu messo al bando perchè tacciato d’amoralità. Persino il Partito Comunista Italiano, le cui gerarchie erano assai più deteriormente conservatrici di altri partiti italiani, gli aveva ritirato la tessera perchè si accompagnava - a pagamento - a giovani del suo stesso sesso. Il tema che affronta Accattone, poi, è perlomeno sconveniente. Parlare di degrado sociale e di “morti di fame”, e parlarne in modo così diretto e provocatorio, è un affronto intollerabile per la società borghese dei primi anni Sessanta. Il miraggio condiviso (da far condividere) del consolidamento del boom economico è da salvaguardare, e poi si parla di prostitute e “papponi”. Inoltre, alcune sequenze forti e significative della pellicola, sono accompagnate da musica operistica da chiesa, effetto volutamente stridente nell’idea narrativo-visiva del regista. Evidentemente, troppo per il suo tempo. A guardarlo oggi, Accattone è un film che non desterebbe scalpore neanche in ragazzini pre-adolescenti, abituati come sono a sangue e sesso in abbondanza su reti pubbliche e private, su riviste e fumetti.
ULTIME NOTE SUL FILM
Cos’è che in fondo si respira dopo aver visto Accattone? Le prime suggestioni pasoliniane espresse dalla forma cinematografica ci lasciano una malinconia palese che si percepisce subito in superficie. Al contrario delle sue opere più criptiche e metaforiche, Accattone non attende che l’emozione agente sottotraccia faccia il suo corso e arrivi in un secondo momento - a conclusione, o comunque non nell’immediato dello svolgersi della scena -, ma punta dritto alla presa di coscienza in tempo reale. Presa di coscienza di un mondo - quello ai margini che si esprime attraverso il dialetto (friulano nelle sue prime poesie, romano da quando la Capitale l’adottò) – dimenticato da tutto a da tutti. Un inferno senza Dio e senza possibilità di riscatto, dove la pace, la fine dell’umana contesa, arriva solo con la morte. Vittorio-Accattone, il giorno prima della sua tragica fine, sogna la propria morte; la vive quasi con tranquillità e come fosse un evento consolatorio: vestito di tutto punto segue la folla di amici fino all’ingresso del cimitero. Tutti entrano, ma lui è fermato dal custode. Prova a scavalcare eludendo la sorveglianza e trova un becchino intento a scavare una fossa, la sua. La buca è sotto l’ombra, e allora egli chiede se, almeno per una volta, il suo (eterno) riposo possa essere irradiato dai raggi del sole. Il becchino acconsente. Il riscatto e la pace arrivano nel momento della morte, sembra concludere amaramente Pasolini. Ma il grido di dolore del poeta friulano era forse troppo acuto e scomodo per essere ascoltato da un mondo che, già incurante di troppe cose, e barricato sulle false certezze svendute alle gente, era ancora a metà della sua inquietante opera di devastazione delle coscienze. Forse è un bene che Pasolini non sia riuscito a vedere come è ridotto oggi: quantomeno, si è risparmiato l’era del dominio mediatico e dell’omologazione culturale.
Regia: Pier Paolo Pasolini. Soggetto, Sceneggiatura: Pier Paolo Pasolini (collaborazione ai dialoghi di Sergio Citti). Direttore della fotografia: Tonino Delli Colli. Scenografia: Flavio Mogherini. Montaggio: Nino Baragli. Interpreti principali: Franco Citti, Franca Pasut, Silvana Corsini, Paola Guidi, Adriana Asti, Adriano Mazzelli, Romolo Orazi, Massimo Cacciafeste, Francesco Orazi, Mario Gerani, Stefano D’Arrigo, Enrico Fioravanti, Nino Russo, Emanale Di Bari, Polidor, Galeazzo Riccardi, Sergio Citti, Elsa Morante, Luciano Conti. Musica originale: Carlo Rustichelli. Produzione: Alfredo Bini, Cino Del Duca. Origine: Italia, 1961. Durata: 116 minuti.
Commenti
Scrivi: ?perbenismo? italico d?allora > pure senza virgolette. Quello era.
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Scrivi: "Forse è un bene che Pasolini non sia riuscito a vedere come è ridotto oggi: quantomeno, si è risparmiato l?era del dominio mediatico e dell?omologazione culturale" > culturale?
catodica!
In "Nerolio" di Grimaldi, Pasolini dice appunto "La Chiesa ha in mano tutto. Presto l'Italia sarà governata da chi dirige la televisione". Forse è una frase banale, detta oggi, anche perchè non pasoliniana al cento per cento. Ma se avesse vissuto altri cinque anni, sai le bestemmie che tirava.
No, no. pure culturale!
Quale cultura?
é un termine che si usa "omologazione culturale", non l'hai mai sentito? Ma, si! La tua è una provocazione, lo so. Quale cultura? Eh, dimmelo tu...
Dove ho scritto perbenismo italico? Mica lo trovo. O ti riferisci al termine virgolettato "benpensanti".
Chi mi ha centrato le foto?
Qui, prima del paragrafo "tecnica cinematografica di":
"Trovato un nuovo produttore (Cino Del Duca), e ultimato il film, Pasolini incorse successivamente nei tagli della censura e nell?ottusità del ?perbenismo? italico d?allora. Analizziamo separatamente i due presunti problemi"
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Sì, è un termine che usano. Ma vorrei sapessero di cosa vanno parlando. Una cultura si omologa a un'altra, non alla cultura in generale.
Ah ok, ora cambio. Sull'omologazione culturale: riscriviamo la lingua d'uso comune, allora:)
No. Riscriviamo la lingua dei marxisti. Quella parola è roba loro.
e ha riferimenti ben precisi.