Un realismo eccessivamente doloroso da accettare senza il filtro del grottesco, senza la mediazione del paradosso e senza la deviazione della visionarietà: un film di denuncia organico, lacerante e intellettualmente onesto, pregiato da un’interpretazione superba di Gian Maria Volontè.
Il regista Elio Petri firma un film che non si può definire ideologico: perché anzi “La classe operaia va in paradiso” costituisce una severissima accusa nei confronti dei sindacati, del movimento studentesco e della cieca adesione del singolo ai dogmi di un partito “di massa”.
È un film sull’umanità, raccontato con umanità e riconoscibile partecipazione. È un film sulla condizione dei lavoratori nelle fabbriche nell’Italia degli anni Settanta: in un ambiente iper-politicizzato e pur sempre sordido e compromissorio, dove continuamente vanno in scena le parate logorroiche e aliene alla realtà di leader studenteschi, eternamente fuori corso, dall’abito dimesso e dal portafoglio gonfio.
È un film che non nasconde le inaccettabili (e forse, a certi livelli, inevitabili) collusioni tra leader sindacali e datori di lavoro: e si denuncia, senza paura, la degradante scelta d’accettare il lavoro a cottimo, rinunciando a un salario equo e garantito per ogni dipendente.
E oggi, “La classe operaia va in paradiso” fa ancora più male: perché il lavoro a cottimo è stato scavalcato da nuovi e peggiori sistemi di sfruttamento. Avallati e sostenuti da quella parte dei nostri connazionali che ha sostenuto e votato il governo Berlusconi: responsabile della legalizzazione e della santificazione della precarietà, fautore dei peana populisti a favore della “flessibilità”, delle vigliacche e squalificanti nuove forme di abuso nei confronti dei lavoratori: il lavoro interinale, il “job-sharing”, lo “stage non retribuito”, e via discorrendo. Tutti sinonimi di un concetto guida: chi dipende perde diritti, e deve essere riconoscente perfino nei confronti di chi lo fa lavorare gratis. In altre parole: di chi lo schiavizza. Non conosco altri sinonimi, e sarei intellettualmente sleale nei confronti di chi legge. S’assiste al prepotente e odioso ritorno di rinnovate e mascherate forme di servitù della gleba.
Negli anni Settanta, Elio Petri denunciava, a dispetto delle lotte e delle rivendicazioni sindacali e della progressiva sensibilizzazione dell’opinione pubblica, l’invivibilità delle fabbriche.
Oggi, soltanto Ken Loach, e con maggiore e insolita timidezza rispetto al passato, è andato a denunciare la sconfitta dei lavoratori e il trionfo dei rinnovati e recuperati poteri padronali in “Paul, Mick e gli altri”.
Suoni, l’umanità e non l’ideologia, un campanello d’allarme: e sia compito d’ogni privato cittadino prendere coscienza dell’inaccettabilità delle nuove riforme, e combattere per tornare a tutelare i lavoratori.
Per non tradire le generazioni che verranno, e per non consegnare loro un sistema ancora più ingiusto di questo.
Brevemente, prima di tornare alla trama del film, spiego perché insisto a voler contemporaneizzare questo film. Trovo che non sia corretto cristallizzare un film in un decennio o in un determinato contesto storico e sociale: la vitalità d’una pellicola sta nella sua rilettura e nell’interpretazione dei suoi significati anche a generazioni di distanza; attualizzarla non significa tradirla, ma eternarla. Considerando poi che questo film non rappresenta un invito a votare per un partito, ma un monito a non dimenticare quel che accade a chi vive una vita in condizioni aberranti e disumane, trovo fondamentale tentare almeno di decifrarlo in un’ottica nuova. Mi sento ovviamente responsabile di ogni singola riga, e d’ogni eventuale tradimento dello spirito dell’opera.
TRAMA
Lulù Massa (Gian Maria Volontè), poco più di trenta anni, due intossicazioni da vernice alle spalle e due famiglie da mantenere, è lo stacanovista della sua fabbrica: servile e sottomesso alla logica della produttività e aduso al triste compromesso del lavoro a cottimo, nel disperato tentativo di guadagnare qualche lira in più, vive una situazione intollerabile.
Detestato dai lavoratori per via del suo atteggiamento d’esasperato servilismo, criticato dalla nuova compagna per la sua inadempienza coniugale, lacerato da un’ulcera dolorosissima, entra in fabbrica col buio ed esce quando fa buio, pronto a stordirsi di televisione, calcio e sonno.
Suoni e rumori dell’industria tornano a tartassarlo non appena si allontana dal posto di lavoro: lo sguardo spiritato, si trascina per casa come un animale ferito da una pallottola che lo dissangua ma non lo uccide.
Mentre i suoi colleghi cercano d’arrabattarsi tra le lotte sindacali e le insopportabili cantilene degli studenti borghesi e fuori corso, appollaiati ogni giorno ai cancelli delle fabbriche, per invitare gli operai a una miracolosa rivoluzione, Lulù si tappa le orecchie e si sfianca sui macchinari. Fin quando uno di quei macchinari gli mutila un dito: e da quel momento Lulù si risveglia dal terribile torpore che lo stava uccidendo.
Ispirato dall’anziano compagno Militina (Salvo Randone), ridotto a finire i suoi giorni in manicomio per pagare la sua spregiudicata condotta politica, ostracizzato e rinnegato da chi un tempo lottava al suo fianco per difendere i diritti dei lavoratori, Lulù lotta per abolire il cottimo e si schiera per lo sciopero ad oltranza. Licenziato dal padrone a seguito degli inevitabili disordini dell’intero personale, abbandonato dalla sua compagna per via delle sue nuove amicizie, Lulù si trova ad essere totalmente emarginato.
Nessuno s’interessa alle sorti di un individuo: tutti guardano alla “classe”. E così, sia il movimento studentesco che il sindacato sembrano dimenticare il singolo operaio disoccupato. Ma Lulù, per il suo disperato coraggio, è diventato un simbolo per l’intera fabbrica: le pressioni dei compagni spingeranno il sindacato a battersi per la sua riassunzione.
Allo stesso momento, proprio quando l’emarginazione stava divenendo alienazione e il manicomio pareva a un passo, tornano da Lulù sia la compagna che i leader sindacali: si torna in fabbrica, a furor di popolo, c’è la firma del padrone e un nuovo accordo.
Catena di montaggio, qualche tempo dopo. Militina è morto, e gli operai, per sovrastare il frastuono dei macchinari, gridano e non parlano; e gridando si comunicano il sogno che Lulù ha fatto la notte prima… un sogno in cui, da morto, si trova ad abbattere muri e a osservare compagni nascosti nella nebbia. È una visione triste e dolorosa: ma strappa un piccolo sorriso, almeno, assistere allo spirito di solidarietà e di fratellanza che lega i lavoratori.
Oggi, sembra che sia andato perduto: l’avvento dell’individualismo più esasperato ha dissolto troppe delle antiche e indispensabili forme di aggregazione.
APPUNTI
La musica di Morricone enfatizza l’ossessività e la terribile ripetitività del lavoro in fabbrica; e suggerisce le sensazioni di estraniamento e di insofferenza che il protagonista sta vivendo sulla sua pelle. La lingua dei personaggi è curatissima: si passa dalle inflessioni dialettali milanesotte di Lulù e della sua compagna (Mariangela Melato), ai variopinti accenti meridionali dei tanti emigrati, pugliesi e siciliani. La nebbia, che spesso, assieme alle recinzioni, separa gli operai della fabbrica dai manifestanti, è un elemento perturbante che sa, simbolicamente, superare l’originaria connotazione geografica.
Petri ha l’ambizione di comunicare per allegorie: lo spettatore non può che goderne.
“La classe operaia va in paradiso” è un film che andrebbe proiettato nelle scuole anche, e soprattutto, oggi. Va a segno. In profondità. Risveglia.
Regia: Elio Petri. Soggetto e Sceneggiatura: Elio Petri, Ugo Pirro. Direttore della fotografia: Luigi Kuveiller. Montaggio: Ruggero Mastroianni. Interpreti principali: Gian Maria Volontè, Mariangela Melato, Salvo Randone. Musica originale: Ennio Morricone. Produzione: Ugo Tucci. Origine: Italia, 1971. Durata: 112 minuti circa
Info Internet: Italica Rai. Tributo a Gian Maria Volontè Palma d’Oro al Festival di Cannes del 1972.
Lankelot Franchi, dicembre del 2003. Prima pubb: Lankelot.com
PETRI in archivio Lankelot:
Petri Elio
Commenti
"È un film sull?umanità raccontata con umanità..."
Ecco in sintesi il film.
Il realismo grottesco di Petri è ai suoi massimi livelli.
Magnifica la sequenza iniziale del risveglio all'alba e in generale l'interpretazione di Volonté.
E assai calzante i raffronto con Loach che: "con maggiore e insolita timidezza rispetto al passato, è andato a denunciare la sconfitta dei lavoratori e il trionfo dei rinnovati e recuperati poteri padronali in ?Paul, Mick e gli altri?.
Perfetto.
Raffaella
Grazie, amica mia. E speriamo che serva a scuotere qualche coscienza, ecco - solo questo;)
Attualmente irreperibile in DVD
[petri] nuovamente
[petri] nuovamente disponibile in dvd