Petri Elio

Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto

Autore: 
Petri Elio

 A monte c’è un paradosso: l’ispettore capo della Squadra Omicidi uccide la sua amante durante un rapporto sessuale contrassegnato da sadomasochismo, cronaca nera e lenzuola di lusso. L’omicidio è intenzionale: l’ispettore dissemina ovunque prove e indizi che incriminerebbero qualsiasi cittadino comune, vuole dimostrare a se stesso che i rappresentanti del potere possono sfuggire anche al cospetto di prove schiaccianti. Si prodiga per dimostrare la sua colpevolezza, ammette la sua colpevolezza in tutti i modi possibili, conduce i colleghi sulle sue tracce, ci dimostra che il potere è un abuso e un aborto: nessuno avrà l’intelligenza e il coraggio di puntargli il dito contro. Il film è metafora di adesso e di sempre, è un j’accuse contro lo stato e il potere, è una radiografia morale dell’Italia degli anni ’60 e di oggi, un’esegesi delle piaghe della nostra società. Gian Maria Volonté, il protagonista, è il grimaldello e il pretesto per approfondire ed esacerbare l’amara realtà dei fatti, per redimere un’etica latente e inafferrabile dal fango e dagli stolti, per affermare un buon senso, incompiuto, che non è palpabile né all’inizio e né alla fine. L’opera è un quadro che replica e amplifica senza limiti i sentimenti più biechi e vigliacchi dell’essere umano.    

Il protagonista è frutto di una drammaturgia cerebrale e ragionata. L’ispettore è referenziale e autoriflessivo al contempo. Al referente arriva il suo cinismo e la sua impunibilità: gode a rappresentare in prima linea la legge, insulta, critica e minaccia i suoi collaboratori e i suoi avversari politici, è la faccia negativa – ce ne sono altre? – delle istituzioni. Ma si avvita anche su se stesso per pensare e riflettere sul ruolo del potere, si mette in discussione, mettendo a nudo le contraddizioni della giustizia. Le sua indagine al rovescio gli illustra e ci illustra la sperequazione tra la realtà dei fatti e la realtà mentale. Quella figlia dei pregiudizi e dei preconcetti, che fa trasecolare i potenziali testimoni al cospetto di una gravosa testimonianza, che obnubila i pensieri, e palesa la deficienza, dei colleghi, i quali agiscono solo secondo pratiche procedurali e mai a naso, mai a intuito, mai attraverso qualcosa che connoti la loro individualità, semmai la loro omologazione al sistema. Anche davanti al fatto compiuto nessuno è in grado di smascherare l’ispettore, perché come dice Kafka, citato prima dei titoli di coda: “Qualunque impressione faccia su di noi, egli è un servo della legge, quindi appartiene alla legge, e sfugge al giudizio umano”.

Elio Petri non è solo un regista impegnato, ma anche un artista che cerca la via della ricerca. Non si contenta di denunciare il fatto, di smuovere il tessuto sociale e le logiche che muovono l’istituzione e la giustizia, vuole e ottiene la forma. Il film non si cristallizza mai sull’aneddoto, non è mai supportato da didascalie eccessive. Petri racconta il potere attraverso il paradosso, la regia non è mai cronachistica, la macchina da presa cerca il ritmo e la cadenza, le figure cinematografiche: i carrelli, gli zoom e i teleobiettivi e le panoramiche. Le panoramiche non canoniche introducono flashback mai canonici e mai insignificanti e mai immaginifici, l’enunciazione onnisciente fa sentire noi dalla parte della legge. Ci dà un potere superiore, decisivo per un’interpretazione al di sopra di ogni sospetto, acritica.

Gian Maria Volonté conferma la sua vena ironica e drammatica, sfoggia lampi di genio alternando microgesti impercettibili a soliloqui teatrali. È tre attori in uno: se stesso, il personaggio, la funzione testuale del personaggio. La musica di Morricone innerva le immagini e le indirizza verso una comunicazione alta e popolare, accessibile anche a chi vuol fare il furbo. Le caratterizzazioni degli altri attori non stagliano sulla grana della pellicola, ma è giusto che sia così: il potere non ha faccia e chi ce l’ha, è il ritratto della vergogna.

Regia: Elio Petri. Soggetto e Sceneggiatura: Elio Petri, Ugo Pirro. Direttore della fotografia: Luigi Kuveiller. Montaggio: Ruggero Mastroianni. Interpreti principali: Gian Maria Volonté, Florinda Bolkan, Gianni Santuccio, Orazio Orlando, Sergio Tramonti, Arturo Dominici, Salvo Randone, Massimo Foschi. Musica originale: Ennio Morricone. Produzione: Davide Senatore, Marina Cicogna. Origine: Italia, 1970. Durata: 110 minuti.

 Approfondimento in rete: Italica Rai.

PETRI in archivio Lankelot:
Petri Elio

ISBN/EAN: 
8029893000463

Commenti

"Ma si avvita anche su se stesso per pensare e riflettere sul ruolo del potere, si mette in discussione, mettendo a nudo le contraddizioni della giustizia."
Sicuramente un personaggio interessante, degno di un attore come Volonté.
Petri è un regista sul quale, per molti anni, è sceso un velo di dimenticanza, mi sembra. La tua analisi è ottima come sempre, mi riservo di ripescare qualche film di quest'autore.

"Petri racconta il potere attraverso il paradosso, la regia non è mai cronachistica, la macchina da presa cerca il ritmo e la cadenza, le figure cinematografiche: i carrelli, gli zoom e i teleobiettivi e le panoramiche. Le panoramiche non canoniche introducono flashback mai canonici e mai insignificanti e mai immaginifici, l?enunciazione onnisciente fa sentire noi dalla parte della legge. Ci dà un potere superiore, decisivo per un?interpretazione al di sopra di ogni sospetto, acritica."

Riascoltando la musica di Morricone m'emoziono, rileggo il tuo pezzo, medito, ricordo e apprezzo. Soprattutto lo j'accuse contro il sistema e la lettura professionistica degride.
Grosso

La musica di Morricone è splendida, ma soprattutto Volontè da qui il meglio di sè, mostruoso.

Eppure Volontè mi sembra dia il massimo come Teofilatto dei Leonzi, in Brancaleone, e sempre con Petri ne "La classe operaia..."... non credi?

http://www.lankelot.eu/?p=1375 a proposito di Petri, qui il link interno a "La classe operaia..."

"La classe operaia" a pari merito, concordo. Sai cos'è, qui c'è anche l'invezione linguistica, è un siciliano inventato e reinventato dall'attore in funzione sperimentale. C'è il suo tentativo di andare oltre il naturalismo, come d'altronde ne "la classe operaia".

Io non amo Petri, ma questo film è il suo migliore, a mio avviso, almeno tra quelli che ho visto (tra i quali anche "La classe operaia").

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