Perelman Vadim

La casa di sabbia e nebbia

Autore: 
Perelman Vadim

“La casa di sabbia e nebbia”, basato sul libro di Andre Dubus III, è un melodramma giocato su una nuova interpretazione della fatiscenza dell’American Dream: tetra riflessione sull’incomunicabilità tra differenti culture e sul lato oscuro del senso di possesso e di appartenenza, rimane nella memoria, a dispetto d’un’opaca regia e di qualche vuoto di sceneggiatura (un personaggio, in particolare, brilla per incompiutezza e scompostezza: il poliziotto interpretato dal mediocre Ron Eldard), per l’ennesima eccellente interpretazione di Sir Ben Kingsley, per l’apprezzabile naturalezza del pianto della deliziosa fontana Jennifer Connelly, per il cupo e schiacciante epilogo.

 

Una casa è l’origine della contesa che dà vita e colore alla pellicola: la proprietaria, Kathy (Jennifer Connelly) è stata sfrattata per via d’una noia burocratica. Il bungalow rappresenta trenta anni di fatiche del padre, l’unico e il più autentico segno di continuità con il passato e la sola sicurezza, considerando che Kathy è reduce da un doloroso divorzio e che affoga, con eccessiva disinvoltura, le sue amarezze negli alcolici.

 

Una famiglia iraniana, esule in America, approfitta della felicissima opportunità e acquista il bungalow a prezzo d’occasione. Il padre, l’ex colonnello Massoud Amir Behrani (Ben Kingsley), è appena riuscito a garantire una discreta dote per il matrimonio della figlia: s’adatta ai lavori più umili, pur di poter mantenere i suoi cari e di consentire loro un discreto tenore di vita: operaio nei cantieri stradali di giorno, commesso di notte. Si trasferisce, così, assieme a sua moglie (Shohreh Aghdashloo) e al piccolo Esmail (Jonathan Ahdout).
 

Kathy non s’arrende e pretende, ad ogni costo, di tornare a vivere a casa sua: come ingombrante sostegno e compagno avrà il suo nuovo amante, agente di polizia (Ron Eldard), incontrato nel momento della complicata e dolorosa separazione dalla moglie e dai due figli.

 

D’altro canto, l’orgoglioso e magnetico ex colonnello non intende perdere il nuovo nido familiare senza opporsi: con fermezza e dignità difende e tutela il suo (fortunoso) acquisto, alterando appena possibile gli interni e gli esterni del bungalow e sovraccaricandolo di simboli e significati, affrontando con compostezza gli abusi del potere dello stravagante poliziotto e le (comprensibili) isterie dell’ormai vagabonda Kathy.

Nessuna delle parti in causa ha torto: il registro del film sembra votato ad una apprezzabile equidistanza. Perelman sembra voler suggerire che la vera origine del male è nell’appartenenza e nel riconoscimento di un nucleo famigliare o di una “radice” individuale in un edificio: si percepisce che l’ossessiva e allucinata conflittualità che si crea tra Kathy e l’ex colonnello non avrebbe mai avuto ragione di esistere, altrimenti.

La proprietà privata come fondamento dell’identità: la casa come insostituibile pilastro per la creazione d’un’idea di sé.

 

Nel contempo, la storia induce lo spettatore a simpatizzare e con la causa degli esuli iraniani, e con la malinconia della splendida Kathy: affascina l’unità del nucleo famigliare persiano, la capacità di dialogare e di comprendersi, l’energia del loro “sogno americano” fuori tempo – colpisce, senza dubbio, distinguere la statura etica del capofamiglia e rilevare come, appena uscito dalla madrepatria, essa non abbia più valore né rilevanza alcuna: l’ex colonnello è emarginato e incompreso dal sistema.

Kathy è invece una giovane e fascinosa donna in cerca di nuova stabilità e nuovo equilibrio: sola (la madre, che pur non dovrebbe avere difficoltà ad avvertire il suo malessere, si contenta di una patetica telefonata di circostanza), d’improvviso privata della casa (e dunque, richiamandoci ai presupposti precedenti, della “memoria genetica”) e sfiancata da un vagabondaggio erotico-etilico-malinconico, è una figura tragica e inconsolabile. In un film in cui non esisteranno vincitori e unico esito sarà la disgrazia e lo sgretolamento, il personaggio di Kathy non troverà neppure la consolazione della morte.

 

La visione della realtà de “La casa di sabbia e nebbia” è cupa, irrimediabile e depressa: svanita ogni speranza, perduta ogni illusione, si provvede a lasciare, paradossalmente, uno spiraglio soltanto per un dignitoso harakiri.

 

Deserto di luce e di gioia, è un film lacrimoso e avvilente: la straziante corsa di Ben Kingsley verso l’ospedale, dopo l’incidente al figlio, è la rappresentazione più fedele d’una discesa all’inferno. Questo dolore crudele e invincibile, incompatibile con qualsiasi logica e peggiore di qualunque incubo, ne è fedele paradigma.

 

Se il film fosse stato girato non da un esordiente mestierante ucraino, ma da un regista di talento, e se non fosse stato zavorrato dalla solita, barocca, magniloquente e ampollosa colonna sonora di James Horner (“Braveheart”, “Titanic”), avrebbe potuto essere estremamente più interessante.

Da vedere – con qualche cautela.

 


Regia: Vadim Perelman.
Sceneggiatura: Vadim Perelman, Shawn Lawrence Otto.
Tratto da un romanzo di:
Andre Dubus III.
Direttore della fotografia: Roger Deakins, David Stockton. Montaggio: Lisa Zeno Churgin.
Interpreti principali: Jennifer Connelly, Ben Kingsley, Ron Eldard, Shohreh Aghdashloo, Jonathan Ahdout.  

Musica originale: James Horner.  

Produzione: Vadim Perelman, Michael London.  

Origine: Usa, 2003.

Durata: 126 minuti.

Titolo originale: “House of Sand and Fog”.


In rete: Sito ufficiale / TrovaCinema / Repubblica / CastleRock / Blackmailmag / Pigrecoemme

 


 

Lankelot Franchi, marzo del 2004. Prima pubb. lankelot.com

ISBN/EAN: 
7321958080313

Commenti

Capisco pochissimo di cinema, spesso sono i titoli a farmi scegliere quale film vedere e "La casa di sabbia e nebbia", è uno di quelli che mi fanno incagliare gli occhi sulla pagina del televideo e decidere di andare, peccato non essermene accorta. Recupererò.

"La proprietà privata come fondamento dell?identità: la casa come insostituibile pilastro per la creazione d?un?idea di sé". Tristemente interessante. Ma se provassimo a capovolgere il concetto: identità come fondamento per il possesso?

"La visione della realtà de ?La casa di sabbia e nebbia? è cupa, irrimediabile e depressa: svanita ogni speranza, perduta ogni illusione, si provvede a lasciare, paradossalmente, uno spiraglio soltanto per un dignitoso harakiri.
Deserto di luce e di gioia, è un film lacrimoso e avvilente: la straziante corsa di Ben Kingsley verso l?ospedale, dopo l?incidente al figlio, è la rappresentazione più fedele d?una discesa all?inferno. Questo dolore crudele e invincibile, incompatibile con qualsiasi logica e peggiore di qualunque incubo, ne è fedele paradigma".

Ottima analisi, e Jennifer Connelly è sempre splendida.

Lei sì:). E sempre presente su Lankelot.eu;).
*
l'osservazione di Angela è fondamentale e fertile. Dico solo: scrivine, magari prendendo spunto da un'opera, e se ne riparla;)

Identità come fondamento per il possesso? messa cosi è ambigua e pericolosa affermazione. Che intendi?

Franco
l'osservazione affonda radici nel personale. Con possesso inteso nel senso più ampio del termine.
Léon
ambigua e pericolosa, sì. Mi piace così. Almeno una volta, concedetemi di non spiegare.

io l'ho visto per Kingsley e la Connelly. (anche per lei potrei pensare di cambiare i miei gusti sessuali!); )

"La proprietà privata come fondamento dell?identità: la casa come insostituibile pilastro per la creazione d?un?idea di sé."

ecco,io, non credo che sia una questione di proprietà, come possesso, ma avere una "tana" sicura, sì. è importante. per sentirsi protetti... è istintivo. non solo umano. ma, non so forse sono troppo coinvolta, per motivi personali e non è luogo e momento. ma, è davvero destabilizzante perdere tutto (sacrifici e sogni di anni) per soldi e burocrazia. (lo sto provando in un certo senso).

poi, "Deserto di luce e di gioia, è un film lacrimoso e avvilente: la straziante corsa di Ben Kingsley verso l?ospedale, dopo l?incidente al figlio, è la rappresentazione più fedele d?una discesa all?inferno. Questo dolore crudele e invincibile, incompatibile con qualsiasi logica e peggiore di qualunque incubo, ne è fedele paradigma."

qui ho avuto i brividi. credo che farei lo stesso gesto definitivo se dovesse accadere qualcosa a mio figlio. (tra l'altro l'ho, davvero, pensato pochi mesi fa in attesa fuori la camera operatoria, mentre consumavo il pavimento alla gatto silvestro, per una banale rottura di polso... e guardavo la finestra dicendomi: "se non esce vivo, mi butto!)

recupererò il libro, prima o poi. ; )

Visto un paio di giorni fa. La sensazione è che ne sarebbe potuto venir fuori qualcosa di meglio. Il tema è affascinante, ma non credo si stato trattato a dovere. Il film è ripetitivo, l'ossessione di lei è banalizzata in un ripetersi di gesti scarsamente significativi. Troppo gioco di immagini e dialoghi quasi nulli. Lei è bellissima, lo sguardo di Kingsley pure, però non credo basti.

Quindi confermi "da vedere con cautela"?

Eh sì. Non eccezionale, ma neppure da evitare.

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