Il film:
Le immagini si aprono con questo ragazzo che viene accompagnato ai margini di una foresta da un uomo, che gli augura buona fortuna e lascia il numero di telefono. Da quel momento, il ragazzo sarà solo. La narrazione inserisce molti flashback riguardanti i due anni del viaggio, più pochi spezzoni di vita familiare (sia di quando Chris era a casa, sia degli effetti della sua scomparsa) introdotti dalla voce fuori campo di una ragazza, sua sorella. Lei, e la stupenda colonna sonora di Eddie Vedder, ci guidano un po' nel corso della storia a capire le ragioni che spinsero Christopher McCandless a intraprendere il suo viaggio. Quello che viene raccontato è “vero”, vera la vicenda di questo giovane uomo che nel 1990 si laurea e inizia a percorrere gli States in lungo e largo, e per due anni non lascia altre tracce che nei ricordi delle persone che incontra, e nel suo diario. Penn ce ne racconta le vicende con molta partecipazione, forse troppa. Un progetto che ha inseguito per 10 anni, questo film, e non manca momento per far capire allo spettatore quanto sia importante per lui. Cercando a tutti i costi la poesia, scade a volte nella poeticità, in riprese banali e che mi hanno non poco infastidito. Una per tutte, la per me odiosa scena della doccia (realizzata in maniera ingegnosa) nella foresta, con l'inquadratura della testa e dei capelli del ragazzo, in ralenti, controluce, con le gocce che schizzano qua e là, e con la sottolineatura di una canzone di Vedder, che mi ha dato la netta impressione di uno spot per shampoo o cose del genere. Il film, la cui lista di pecche è lunga, non è, tuttavia, un film brutto, che non merita la visione. Anzi, il fatto che, nonostante tutto, sia più che un buon film, depone da una parte a favore del regista e della sua caparbietà nel realizzarlo, dall'altra a sfavore dello stesso che, forse, avrebbe dovuto esigere da se stesso un maggior rigore, viste le potenzialità della storia che aveva tra le mani (e non so quanto i voleri della famiglia abbiano potuto fare o dis-fare). Forse anche questo mi ha fatto rabbia, forse anche per questo continuerò a soffermarmi sugli aspetti che non mi sono piaciuti. Perché gli attori sono stati tutti bravi, dal protagonista ai comprimari, la fotografia e la colonna sonora ottime, ma. Ma Penn ha amato troppo la storia, il suo è uno sguardo innamorato e anche giustificabile, le cadute di stile sono tutte in eccesso (di pathos), e sì, la purezza, la ricerca di alternative, il contatto con la natura, la genuinità e l'incoscienza, ma a mio avviso passa il confine, salta, e il suo rimane un buon film, e non arte.
Altre considerazioni:
Che potrei scrivere di seguito a quelle sopra. Ma non lo faccio perché non mi va.
Il contesto. Siamo nel 1990 e Chris ha 22 anni, quindi è nato nel 1968. Mi sembrano date significative. Durante il viaggio, ecco la Prima Guerra del Golfo. Così, di sfondo. Siamo all'inizio degli anni '90, cavolo, e in questo film non si sente. Si vede Chris suonare, ma non si sa che musica ascoltasse. R.E.M., Replacements, boh? Madonna. Aldilà del “che schifo la società, la proprietà i soldi etc”, niente. La storia di Chris non si può staccarla dal contesto socioculturale in cui si è svolta. Il film ama così tanto questo ragazzo che non si preoccupa di renderlo comprensibile. Ma cosa vuol dire questo? Penn cerca in ogni modo di creare una forte empatia tra pubblico e protagonista, il suo gioco sta tutto nell'identificazione di chi guarda con chi è guardato. E se ci sono momenti toccanti, che davvero ti fanno sentire tutt'uno con ciò che avviene sullo schermo, non sempre questo funziona. Anche la continua citazione di periodi dai libri che il ragazzo porta appresso, se da un lato è la letteratura ad essere la chiave di volta dell'esperienza, a dare IL senso, dall'altro risulta in certi casi eccessiva e tendente al “già visto, già sentito, già fatto”. E' un gioco sul filo del rasoio che spesso, considerato la lunghezza del film, non riesce. Durante le sue peripezie il giovane non sembra voler comprendere la natura, ma dominarla, usarla. Per sogni che saranno più “belli” di, che so, un Rolex o una macchina nuova, ma nel modo di raggiungerli non così dissimili. Chris vive per due anni distaccato dal mondo, tralasciando le relazioni con le altre persone incontrate, anche loro, in fondo, usate per inseguire il sogno. L'Alaska. Sogno che lo soffoca e non gli fa aprire gli occhi, mentre è lo scontro con la realtà, con la natura, a donargli l'illuminazione finale. Il sole che gli parla al termine della sua vita. Quel sole già annunciato sul monte, con l'anziano reduce di guerra. Dio.
Ancora altre considerazioni:
Into The Wild è un bel film. Se decidete di guardarlo, aspettatevi un film ultra-americano. Super-americano. Americano inteso come statunitense. La storia di un American Dream, ingenuo e patetico. In questo caso non darete troppa importanza a ciò che ho scritto. La musica e la voce di Vedder, i paesaggi della gigantesca natura del Nuovo Mondo, le ottime interpretazioni degli attori vi faranno dimenticare le cadute di stile in regia, e certe battute infelici ed assurde.
Commenti
eccallà. uhm. spero sia tutto ok, mi sembra di aver messo tutto.
ciao.
"La narrazione inserisce molti flashback riguardanti i due anni del viaggio, più pochi spezzoni di vita familiare (sia di quando Chris era a casa, sia degli effetti della sua scomparsa) introdotti dalla voce fuori campo di una ragazza, sua sorella."
> Questo era un espediente necessario, per evitare eccessivi silenzi. Stesso espediente è servito al recente "Io sono leggenda" per evitare, per capirci, il mostruoso silenzio che accompagnava "Castaway" di Zemeckis, altrimenti inevitabile:)
"Una per tutte, la per me odiosa scena della doccia (realizzata in maniera ingegnosa) nella foresta, con l?inquadratura della testa e dei capelli del ragazzo, in ralenti, controluce, con le gocce che schizzano qua e là, e con la sottolineatura di una canzone di Vedder, che mi ha dato la netta impressione di uno spot per shampo o cose del genere."
> "Quoto" pieno...
"Penn ha amato troppo la storia, il suo è uno sguardo innamorato e anche giustificabile, le cadute di stile sono tutte in eccesso (di pathos), e sì, la purezza, la ricerca di alternative, il contatto con la natura, la genuinità e l?incoscienza, ma a mio avviso passa il confine, salta, e il suo rimane un buon film, e non arte."
> C'è stata una serata, qualche settimana fa, in cui si discuteva dal vivo proprio di questo; di quanto certi artifici abbiano ostacolato la buona riuscita del film, e ti quale senso avesse la scelta esistenziale del protagonista, errori e via dicendo. Diciamo che ha avuto il merito di toccare corde in tante persone diverse, ma non nei tecnici del cinema. Qualcosa vorrà dire. Però - ecco - ha comunicato. E come se ha comunicato... (mica facile).
"La storia di Chris non si può staccarla dal contesto socioculturale in cui si è svolta. Il film ama così tanto questo ragazzo che non si preoccupa di renderlo comprensibile."
> Bravo Andrea.
"Il sole che gli parla al termine della sua vita. Quel sole già annunciato sul monte, con l?anziano reduce di guerra. Dio."
> Forse il film doveva cominciare così.
Ottimo pezzo Andrea, pieno di riferimenti puntuali. Io sono stato più indulgente con Penn, proprio in considerazione di ciò che scrive Franco nel punto 4: è un film che comunica molto, anche ingenuamente ma comunica. é a suo modo un film puro, e anche la scena della doccia di cui parlate inquadrata in quest'ottica non l'ho trovata cosi fastidiosa. E poi il protagonista è convincente, aiuta molto lo sviluppo di una storia comunque complicata da mettere in immagini senza cadere nel rischio noia. Noia che, a conti fatti, non arriva mai.
2. La mia era semplice constatazione.
6. Sono d'accordo. Magari sarebbe stato un inizio più banale (nel senso di usato molte altre volte) e letterario (ma questo, visto tutta la letteratura che ci mette...) però se l'azione fosse stata proposta come un riepilogo nel momento del dolore del ragazzo, il messaggio della condivisione (che Penn lo sottolinea, lo vuole, tanto) sarebbe stato ancora più forte. Certo, gli inserti della famiglia dopo la sua scomparsa non avrebbero avuto spazio, e così la voce off della sorella, o magari si sarebbe potuto trovare il modo di inserire qualche scena, non so. Certo che prendere William Hurt e non fargli fare una bella scena disperata, beh. Magari sarebbe stato più breve, il film.
Non lo so, ma me lo immagino parecchio più intenso. Più disperato e più salvifico, anche. A vederlo come un ricordo del protagonista, che ripercorre capitoli della sua vita.
7. a me il film è piaciuto, ma ci ho visto uno spreco di potenzialità dovute all'autoindulgenza di chi girava. e non mi sta bene. non mi sta bene, perché, se guardiamo al fatto che un film, o un libro, tocchi le corde di "tante persone diverse", posso rispondere che i libri di Moccia, evidentemente, fanno lo stesso.
Ma non "nei tecnici del"la letteratura, ti dico.
E se mi rispondete che Moccia è sotto il livello di questo film (e anche per me lo è) la risposta che "tocca le corde" è sempre valida, proprio perché emotiva.
Sul piano dell'emozione, come si potrebbe distinguere tra ciò che è Arte da ciò che non lo è?
Perché se è indubbio che l'Arte sia emozione, sia uno sconvolgimento sensoriale, credo sia anche indubbio che non è solo questo.
E con tutto, io non credo di essere capace di distinguere fra Arte e non-Arte.
E non è che ce l'abbia con questo film, o forse sì, o forse è perché nel modo di girare di Penn ho trovato delle somiglianze con me stesso, e quindi sono diventato più cattivo, come lo sono nei miei confronti, che dire? boh.
Ai posteri l'ardua sentenza.
Hai ragione, è l'argomento classico dei fan di Gigi D'Alessio, quello dell'emozione. E quel che dici, a proposito del fatto che qui ci sia autoindulgenza ma non artificiosità, in quel senso, è condivisibile.
aargh. un refuso.
"assumendone" e non "assumondene", in Trama, fine della seconda riga. sigh. che delusione. spero sia l'unico.