Almodovar Pedro

Kika

Autore: 
Almodovar Pedro
Sopra le righe, ma senza essere mai sgradevole, questo si può dire di Pedro Almodovar e del suo Kika (nonché della sua intera cinematografia), film uscito in Italia un anno dopo la data prevista, per via di contese giudiziarie. Storia paradossale dai risvolti inquietanti, questo decimo lungometraggio del cineasta spagnolo raccoglie temi ed elementi disseminati in tutto il suo cinema precedente, evidenziando un registro narrativo quanto mai corrosivo nello stigmatizzare l’invadenza dei mass media nella vita quotidiana.
 
In una villa alle porte di Madrid, muore in circostanze poco chiare una donna benestante sposata con Nicolas (Peter Coyote), uno scrittore americano. Restano il marito ed il figliastro Ramòn (Alex Casanovas), che si trovano in un primo momento a convivere, pur non amandosi affatto, l’uno ossessionato dal proprio futuro romanzo, l’altro dai fantasmi di un rapporto irrisolto con la figura materna. Destino vuole che, a distanza di tempo, i due abbiano rapporti con la stessa donna, Kika (Verònica Forqué), fidanzata di Ramòn e – segreta – amante di Nicolas. Kika è una truccatrice, che aveva conosciuto Ramòn proprio grazie a Nicolas, allorché si trovò a rianimarlo involontariamente su un letto di morte. La situazione è bizzarra, come lo sono i personaggi di contorno: una terribile cyber reporter cacciatrice di scoop televisivi (Victoria Abril), una cameriera lesbica (l’immancabile Rossy De Palma) con un fratello evaso, ex pornostar e stupratore fin dall’infanzia, una bionda misteriosa che viene in visita notturna allo scrittore. Tra le pieghe di personaggi al limite del reale, però, si nasconde il dubbio, il dramma; vengono svelate verità dolorose, tra cinismo e ossessione, fino ad un epilogo grandguignolesco che trova in Kika la sua protagonista più ingenua, ma la più pura e libera, pronta a cambiare vita e a rinvigorire quello spirito, quel sorriso che, in fondo, nonostante l’allucinante vicenda vissuta, non era mai venuto a mancare.
 

 
Commedia grottesca, melodramma, thriller e indagine psicologica si mescolano in questo surreale viaggio almodovariano nella quotidianità di personalità instabili, considerate spesso la norma (che è più comodo non vedere) dal regista spagnolo. Non manca nulla, come detto, né gli stralunati personaggi, né la critica al sistema, né il gioco, né il sesso, né tanto meno la visività che condisce il tutto. Almodovar gioca con i temi e gli elementi a disposizione, stempera spesso l’orrore in tragicommedia (si veda l’esilarante scena dello stupro), ma non tralascia, anzi rimarca, la critica sociale e di costume. Quello che è evidente, leggendo tra le pieghe della pellicola, è il totale disprezzo del nostro per l’invadenza dei mass media, portati fino in casa della donna stuprata, o a filmare confessioni in punto di morte. Il personaggio che incarna Victoria Abril è eloquente, un concentrato di cinismo e smania di protagonismo, disposto a tutto per l’audience televisivo, per togliere il velo privato al dolore, per renderlo “merce” pubblica: agli occhi del regista è più colpevole di stupratori e serial killer - pur presenti nella pellicola. E, difatti, la veste da carnevale, con una camera in testa, dentro una cyber tuta che nasconde ogni residuo d’umanità, lasciando scoperto un volto sfregiato, impuro. È una trovata sopra le righe, come evidente, che conferma l’inclinazione di Almodovar a voler vestire l’insensato coi panni del paradosso, ostentando visività per frastornare uno spettatore che è spesso vittima di stereotipi cinematografici che si perpetuano stancamente. Il suo, difatti, è un cinema che ha il suo fulcro – oltre che nella visività – nella concitazione e nel ritmo, pur non essendo – ed è questa la magia – mai dispersivo, ondivago o stucchevolmente labirintico (nei territori in cui è facile perdersi possono avventurarsi in pochi, Lynch è l’esempio attuale più brillante). Pregio d’un autore che, col tempo, è divenuto anche fine indagatore psicologico, connotando i suoi personaggi sempre oltre l’immagine – pur colorata – più diretta e immediata che ci regalano.
 
In questa pellicola, comunque non perfetta dal punto di vista della sceneggiatura, la tensione è sempre costante, anche durante alcuni lacci narrativi dovuti all’immensa mole di suggestioni e di tematiche che il film vuol restituire. Merito anche di attori in parte, che danno l’impressione di aver sposato in pieno la complessità dei loro personaggi, evidenziando un’altra dote che Almodovar è riuscito a migliorare di lungometraggio in lungometraggio, ovvero il saper valorizzare al massimo il cast che si sceglie (o che si trova a disposizione).
 
 
Kika, una sorta di incubo travestito da commedia, suggerisce ancora una volta ad Almodovar un’evoluzione circolare della storia, trovando una protagonista che infonde vita ad un cuore indebolito da un’infanzia che – evidentemente – non aveva conosciuto amore. In principio cercando di condividere quel sentimento a Ramòn cosi sconosciuto (la madre, si scoprirà, non l’aveva mai amato), e in conclusione solo risvegliandolo per poi fuggire. Perché il viaggio ricomincia, la vita ricomincia, non importa con chi, né dove la porterà.
 
Regia: Pedro Almodovar. Soggetto e sceneggiatura: Pedro Almodovar. Direttore della fotografia: Alfredo F.Mayo. Scenografia: Nuria San Juan, Javier Fernàndez, Alain Bainée. Montaggio: José Salcedo. Costumi: José Maria De Cossio, Jean-Paul Gaultier, Gianni Versace. Interpreti principali: Verònica Forqué, Peter Coyote, Victoria Abril, Alex Casanovas, Rossy De Palma, Charo Lopez, Manuel Bandiera, Bibiana Fernàndez, Monica Bardem, Francisca Caballero, Karra Elejalde, Jesus Bonilla, Anabel Alonso, Santiago La Justicia, Joaquim Climent. Produzione: Augustin Amodovar. Musica originale: Enrique Granados, Kurt Weill.  Origine: Spagna / Francia, 1993. Durata: 114 minuti.
 
Léon, dicembre 2006.


ISBN/EAN: 
8022469064913

Commenti

Prima annotazione: credits:
Jean-Paul Gaultier, Gianni Versace > protagonisti dei costumi? E la madonna.

"uscito in Italia un anno dopo la data prevista, per via di contese giudiziarie." > quali? non so ancora se spieghi righe dopo, nel caso glissa.

"Commedia grottesca, melodramma, thriller e indagine psicologica si mescolano in questo surreale viaggio almodovariano nella quotidianità di personalità instabili, considerate spesso la norma (che è più comodo non vedere) dal regista spagnolo."

> questi tratti mi sembra valgano per tutti i quattro-cinque film di Almodovar che ho visto. Evidentemente è dna. Bene.

"In questa pellicola, comunque non perfetta dal punto di vista della sceneggiatura, la tensione è sempre costante" > perché è imperfetta? dicci dicci.

Curiosa clausola: "Perché il viaggio ricomincia, la vita ricomincia, non importa con chi, né dove la porterà".

La chiusura un po' così - ma assai fedele, direi, se la memoria non tradisce - mi ricorda la principale ispirazione di Almodovar: i giornali da parrucchiera. Per sua diretta ammissione.

Si, i costumi sono di Versace e Gautier (tra l'altro amici di Almodovar, all'epoca).

Sceneggiatura imperfetta - lo dico nel pezzo - perchè trova difficoltà ad amalgare le innumerevoli tematiche proposte.

La clausola è fedele alle ultimissime scene del film, non è una mia interpretazione.

(molto bene, grazie per i molteplici chiarimenti!)

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