Due più due non fai mai quattro. Tre e mezzo o cinque. Fidatevi
Come dovete diffidare di coloro che scrivono su una lavagna equazioni di sapore filosofico sentimentale e cercano solo di perdonare. Matematici.
Astrusi magari, incomunicabili. Eppure. Basta un colpo di cancellino, sulla lavagna e la vecchia inoppugnabile regole della tabellina va a farsi. Friggere. E nella vita rimangono i segni.
Non fate facili addizioni. Questa film procede per moltiplicazioni di istinti.
Diffidate della bontà. Non esiste sempre e solo il buono.
Il male, la cattiveria può nascere all'improvviso anche nel nord dell'Inghilterra dove un giovane agiata coppia mista americano inglese va a cercare se non un nido d'amore, almeno una cuccia. Lui professore di matematica con borsa di studio ed un progetto stellare, lei desperate housewife dedicata ai gatti ed a sculettare maliardamente, preda di esuberanza ormonale.
In una terra ostile, una piccola sperduta smalltown, con i suoi piccoli segreti, le sue repentine follie, l'omertà di appartenenza allo stesso nucleo e la balzana idea di farsi giustizia da soli sulla base della convinzione che la propria rudezza, arroganza grevità sia un lasciapassare per l'impunità.
Ed il piccolo virulento paese si nutre di whisky e birra, sguardi allucinati, una certa ritrosità ad accettare il diverso, il bravo, lo straniero in quella terra straniera.
Sapete ci sono persone che nella vita fanno il matematico, come un ancora giovane Hoffmann in questo aspro film. Ed una volta che hanno terminato l'equazione, capiscono che ridurre l'essere umano ad una operazione algebrica è impossibile. Plausibile. Perseguibile.
La matematica diventa opinione.
E poi c'è la donna. La giovane sinuosa e civettuola moglie non indossa reggiseno, è accesa e procace come un frutto da cogliere e soprattutto è fascinosamente succube al male, alla forza bruta, a quello che passa lasciando non segni e ricordi ma lividi ed incubi.
La donna.
O meglio il sesso con. Quell'attimo lussurioso di sussurri e grida dopo una tempesta di prepotenza.
E poi. Il territorio. Difenderlo. Non mostrarlo. Preservarlo. Fosse anche la casa, la cuccia di un gatto, la fotografia di vostra nonna il giorno della cresima. Sesso e territorio.
Quella parte di noi, voi, tutti che più che umana ha i tratti della bestia. La bestialità si fa persona.
Allucinati i lunghi primi piani nelle varie sequenze. Un museo degli orrori. Questi siamo noi. Anzi sono loro.
Ecco. Quando ci si chiude in casa per ripararsi agli sguardi. Quando si cerca di comprendere. Quando si cerca, ma non si trova, eppur non ci si arrende. Hoffmann il buono ha al suo arco operazioni più impreviste dell'addizione, sottrazione, moltiplicazione, divisione. Cerca la mediazione, ma il sesso fa da esca e il vicinato è turbato. E vuole fare di un solo boccone di quella coppia. Lui schernito, lei bramata, concupita ed infine posseduta.
Ma la bestialità, la cieca e rozza ignoranza della forza o del branco non sempre vince. Il numero non sempre vuol dire maggior forza, maggior potere.
Non un film d'accusa e nemmeno un thriller sanguinario. Angosciante, ma orchestrato e lineare nel suo svolgimento, con improvvise e rallentate scudisciate con tratti visivi quasi da quadro espressionista.
Con un dilaniante e cruento scivolamento verso il finale epico, dove la matematica diventerà non solo un'opinione, ma anche azione senza nessuna pietà.
Un "brutti sporchi e cattivi" con un sottofondo molto western in una più che sperduta campagna inglese, dove una tetra e cupa visione dell'uomo e dei rapporti umani sembra ed in ogni caso si immola ad una tragedia con qualche tratto pre- splatter.
Questo viaggio nei meandri dell'istinto merita più di quel che ha avuto, compreso che fu bollato come esageratamente violento.
Ma tra le pieghe del film si mostrano e nascondono tante altre cose, alcuni interstizi della dinamica di coppia fra due giovani sposati così indifferenti e incomunicabili fra loro se non attraverso al maschio ricorso dell'odore della pelle e della carne. Una certa debolezza -forza della donna, gatta quando non tigreggia, tigre quando non fa le fusa eppure talvolta preda. Della forza. Della non ragione. Niente misoginia, con un certo pessimismo di fondo, ecco.
Lungo tutto il film dunque il propagarsi stentoreo di questo senso di turbamento dettato dal risveglio di bestialità sopite eppur sopravviventi, a noi, a loro e tutti. Il senso della proprietà, la dimensione del possesso più materiale del proprio privato. Un ritorno agli archetipi. E dire che siamo nell'Inghilterra. Ma non c'è un secondo di humour. Anzi si rotola, ci si avvinghia, morde, perde e disperde.
Sangue e violenza, l'uomo che era al suo posto e desiderava solo studiare ha capito che ancora non ha trovato la sua strada. O meglio, la sua strada, il suo viaggio è appena iniziato.
Una piccola nota: la scena finale, con quel sorriso di quel protagonista è citazione, diretta o indiretta della prima, magistrale interpretazione di Hoffmann, Il laureato. Con tutte le variazioni del tema possibili.
Forse con qualche colpo di scena finale sacrificato alla necessità di ossidare e rassodare la polpa della trama, forse con certi spunti che meritavano un approfondimento filmico maggiormente suggestivo.
Tuttavia. Siamo , in un certo senso, coevi e similari ad un altro cantore di certe pulsioni, ovvero Kubrick e le sue macedonie intellettuali e crudeli, onirico-violente di Arancia meccanica.
Regista è David Samuel Peckinpah (Fresno, California, 21 febbraio 1925 - Inglewood California, 28 dicembre 1984), regista e sceneggiatore, ai suoi esordi sopra le righe, poi forse ubriacatosi di sviolinamenti a suon di contrabbassi hollywodiani e concerti in onore del dollaro. Autore, per dire, del mitico "Il Mucchio selvaggio" prima e poi, di seguito a questo, di titoli quali "Getaway" e "Pat Garrett e Billy the kid". Ovverosia, volenti o nolenti, schegge impazzite, brandelli più o meno riusciti di una eventuale storia del cinema di quegli anni.
Regia: Sam Peckinpah
Soggetto: Gordon Williams (romanzo The Siege of Trencher's Farm)
Sceneggiatura: Sam Peckinpah, David Zelag Goldman
Interpreti principali: Dustin Hoffman, Susan George, Peter Vaughan, T.P. McKenna, Del Henney, Jim Norton
Musica originale: Jerry Fielding (Vincitrice Oscar nel 1972)
Titolo originale: Straw dogs
Origine: Usa, 1971.
Durata: 118 minuti
Pubblicata sul sito Ciao.it il 25.02.2007
Commenti
chiedo venia per la prolungata e giustificata assenza...ho visto in giro molte cose interessanti, torno anche come commentatore. Nel frattempo ben trovati a tutti :-)
Ave e bentornato, Paolo. Pezzo interessante, film un un po' troppo lento, per i miei gusti (lento rispetto al tema, naturale: l'ho visto sette-otto anni fa). Tra i Peckinpah gli ho pfreferito "Il mucchio selavaggio", ma non solo. Ti segnalo un po' di refusi, soprattutto all'inizio (se leggi li trovi facile).
Ciao Paolo! Bentornato, davvero. Questo è uno di quei film che per varie ragioni non sono mai riuscito a vedere. Peckinpah per me rimane ancora soltanto il regista di Pat Garrett e Billy The Kid, con grande colonna sonora di Bob Dylan. Mi hai appena insegnato che devo approfondire e rimediare. Pezzo davvero molto convincente.
Ho rivisto ieri questo film. La tua scrittura ne omaggia il montaggio, visionario.
Qui dici: una tragedia con qualche tratto pre- splatter. Anche io lo penso, lo avvicino tantissimo per il ritmo e il trattamento al primo Non aprite quella porta.
Mi piace tantissimo la scena dove lui dovrebbe dire in faccia ai bifolchi del gatto impiccato, ma nn trova il coraggio e la moglie entra con le birre e una scodella piena di latte.
"Tuttavia. Siamo , in un certo senso, coevi e similari ad un altro cantore di certe pulsioni, ovvero Kubrick e le sue macedonie intellettuali e crudeli, onirico-violente di Arancia meccanica".
Eh, non ci sei andato troppo lontano, Paolo, al di là della differente ambientazione. Quando ho letto "Cane di paglia" sul sito sono stato subito certo che il pezzo fosse il tuo;) Chissà com'è? E sai che m'aspetto ora? Un uomo da marciapiede, Il maratoneta e Il grande freddo. Lo so, stanno li, sono già dentro di te e non lo sai. Anzi lo sai. Dai che lo sai;)
Film terrificante, comunque. Molto più di quello che si immagina non avendolo visto. Con un grande Dustin Hoffman. Ottimo averlo recuparato, Paolo!
Eh mi sembrava d'aver già letto la recensione, sai, l'ho rivisto un mesetto fa e l'ho decisamente rivalutato rispetto a quello che t'avevo precedentemente scritto. é indubbiamente un film che abbisogna di più visioni.
a me ha preso subito. è un film notturno
8. adorabile.
5. 8. Grazie Ryo, hai detto due cose molto pertineti per me. la scena che citi , a modesto parere di un semplice osservatore e non esperto, è una di quelle che marca un film d'autore da un film di cassetta
6. A parte grazie dei complimenti, ma c'hai preso con i titoli. Mi piacerebbe sapere come hai fatto :-). In ogni caso non dico che faccio una rassegna,l'ho già visti (e rivisti) tutti e tre, ma sul grande freddo, preparatevi. D'altronde, è inverno :-D